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La pace scomoda

· L’attentato di Bogotá e gli omicidi continui di attivisti: la Chiesa vigile e allarmata ·

Un’esplosione che rischia di suonare come una dichiarazione di guerra. L’attentato a Bogotá alla scuola General Santander per cadetti della polizia, che ha causato 21 morti e 68 feriti, è, a detta di molti osservatori, un segnale inquietante. Si è trattato della più potente esplosione registrata nella capitale colombiana negli ultimi dieci anni. E non a caso è avvenuta in un luogo estremamente simbolico, affollato dai giovani allievi intervenuti per la cerimonia di consegna della “seconda stella”, un passo di avanzamento nel loro corso di studi. Un luogo dove gli esponenti della nuova generazione sono chiamati ad addestrarsi per servire un Paese che faticosamente cammina verso la pace dopo anni di conflitti. Giovani chiamati a dare un volto nuovo a istituzioni che sul piano della credibilità devono recuperare molto terreno.

Non che nessuno si facesse illusioni su una pace estremamente fragile e continuamente minacciata. Ha spiegato al Sir Dimitri Endrizzi, docente di Scienze Politiche all’Universidad Católica de Colombia: «Questo attentato arriva in un momento molto delicato nella vita politica e sociale del Paese. L’opinione pubblica è scossa da vari avvenimenti, come lo strano “suicidio con il cianuro” del testimone chiave nell’ambito del processo per corruzione relativo allo scandalo continentale Odebrecht, e la dirompente testimonianza, al processo contro “El Chapo” in corso a New York, del narcotrafficante colombiano Alex Cifuentes, che ha chiamato in causa l’ex vicepresidente della Repubblica e capo della Polizia Óscar Naranjo, considerato uno dei volti più puliti della politica colombiana. E poi continuano le uccisioni dei leader sociali e l’applicazione del processo di pace, rispetto all’accordo del 2016, è molto parziale».

Le continue, carsiche uccisioni di attivisti sono in effetti il sintomo di una convalescenza lunga e incerta. «L’assassinio sempre più frequente di leader sociali in Colombia corrisponde a una scelta sistematica, una strategia per consolidare i poteri esistenti e frenare lo sviluppo di forze sociali in grado di incidere sul tessuto sociale ed economico. Centrale è anche la dimensione ambientale, collegata alle cosiddette consulte popolari, i referendum previsti tra la popolazione di fronte a grandi progetti idroelettrici e minerari»: a dirlo nei giorni scorsi è stato monsignor Darío de Jesús Monsalve Mejía, arcivescovo di Cali, storicamente uno dei vescovi colombiani più impegnati negli sforzi di pace.

La Defensoría del Pueblo ha diffuso nei giorni scorsi i numeri di un tragico bilancio: nel 2018 ben 172 leader sociali e difensori dei diritti umani sono stati assassinati nel territorio colombiano, 431 nell’ultimo triennio, con un incremento considerevole dopo la firma degli accordi di pace con le Farc. Una tendenza che è ancora più tragica in questo inizio di 2019, con sette omicidi nei primi dieci giorni dell’anno.

Luis Guillermo Guerrero Guevara, direttore del Cinep (Centro de investigación y educación popular), istituto di ricerca sui temi della pace promosso dai gesuiti, spiega che la matrice di questi omicidi è eterogenea. «Il fenomeno delle uccisioni dei leader sociali — ha spiegato sempre al Sir — rappresenta purtroppo una nuova dinamica sociale e politica del Paese ed è legato a varie questioni. Tra queste, la restituzione delle terre, la questione estrattiva e mineraria, a cominciare dai bacini auriferi, il narcotraffico, le esigenze di partecipazione politica che entrano in conflitto con gruppi e mafie molto potenti. Certo, il processo di pace ha paradossalmente aperto nuovi spazi, quelli prima controllati dalle Farc, che lo Stato non ha riempito».

Le soluzioni non sono semplici: «In molti casi l’origine dei problemi non sta in Colombia, le dinamiche sono globali. Per fare la cocaina, per esempio, mica basta la foglia di coca, ci vogliono i riduttori chimici, gli ingegneri specializzati…E quelli chi li fornisce?». Se gli omicidi sono i sintomi di un male diffuso, dalle origini complesse, l’esplosione di Bogotá è il segnale di una malattia conclamata. Quella di una pace ancora da implementare, nonostante i passi avanti compiuti grazie all’accordo trovato con le Farc, cui si deve dare completa esecuzione. L’Eln rimane ancora estranea a questo processo, tanto da aver rivendicato l’attentato terroristico alla scuola di polizia General Santander. La Chiesa, come è noto, ha avuto un ruolo di primo piano nella ricerca dell’accordo di pace. E ora è paternamente preoccupata. Il vescovo ausiliare di Medellín, Elkin Fernando Álvarez Botero, segretario generale della Conferenza episcopale, ha ribadito: «Certo, questo fatto ci destabilizza e ci chiede di condannare con forza qualsiasi atto violento, da qualunque parte provenga. Speriamo che si possa chiarire nel tempo più breve possibile chi è il responsabile e che questo possa essere assicurato alla giustizia». Ma «invitiamo a considerare che non si può tornare indietro rispetto al cammino della pace». Messaggio ribadito da monsignor Óscar Urbina Ortega, arcivescovo di Villavicencio e presidente dei vescovi: «Dobbiamo opporci con decisione e coraggio — ha detto — a questo attentato demenziale, a ogni omicidio e a ogni atto di violenza, che porterà solo più morte e distruzione. È il momento di rafforzare la volontà, l’impegno e l’unità di tutti, governo e società civile, per sconfiggere la violenza e incamminarci con rinnovata fermezza verso la riconciliazione e la pace».

di Marco Bellizi

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18 agosto 2019

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