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Per la pace
nella Piana di Ninive

· L’appello del patriarca caldeo Sako ai governanti iracheni ·

Migliaia di cristiani iracheni hanno celebrato anche nelle città e nei villaggi della Piana di Ninive la festa solenne della Santa Croce. Lo hanno fatto con veglie e processioni che bucavano il buio con le luci vivaci delle torce e delle candele. Lo hanno fatto anche per testimoniare insieme la loro fedeltà alla propria storia e alla propria terra, dove molti di loro sono tornati dopo anni di esilio, vissuti da sfollati, nel tempo in cui anche su quell’area dell’Iraq settentrionale dominavano i jihadisti dello Stato islamico (Daesh).

La festa della Santa Croce è stata per molti un momento di respiro, in una terra che non trova pace. Sono sparite le bandiere nere di Daesh, e anche Mosul non è più la capitale irachena del califfato da più di 2 anni. Eppure proprio l’area di tradizionale radicamento delle comunità cristiane autoctone è diventata lo spazio in cui si stanno consumando cruciali rese dei conti post-belliche. Una fragile faglia su cui si scaricano le tensioni prodotte da giochi politici e geopolitici, appetiti economici, prove di forza militari e derive settarie che agitano l’intera regione.

Anche il patriarca caldeo, cardinale Louis Raphaël Sako, ha diffuso la scorsa settimana un appello pubblico rivolto «alla coscienza» dei governanti iracheni: «Stiamo sentendo di recente tante cose sulla Piana di Ninive, che è il solo posto per i cristiani in Iraq. E questo accade proprio mentre continuo a sentire nei miei incontri personali coi funzionari del governo che i cristiani sono una componente indigena della popolazione irachena, e hanno contribuito alla creazione dell’Iraq» ha sottolineato il patriarca nel suo messaggio, con una vena di disincanto.

Nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014, decine di migliaia di cristiani furono costretti a fuggire da città e villaggi disseminati in quella Piana, davanti all’avanzare dei miliziani jihadisti di Daesh. Dopo la sconfitta dello Stato islamico, ampie aree della provincia di Ninive sono dapprima divenute oggetto di contese territoriali e anche di confronto militare tra il governo centrale di Baghdad e la leadership curda indipendentista della regione autonoma del Kurdistan iracheno. Quella fase si è chiusa nell’autunno 2017 con il ritiro delle milizie curde Peshmerga dalla Piana di Ninive. Ma da allora lo scenario rimane confuso e pieno di incognite. Ampie zone della Piana sono diventate aree militarizzate in mano a milizie locali. Tra i fattori attuali di incertezza c’è il ruolo crescente giocato dai miliziani di Hashd al-Shaabi (Forze di mobilitazione popolare), gruppi armati formati prevalentemente da sciiti, considerati vicini all’Iran, che inquadrano al loro interno anche l’Hashd al-Shabak, nota anche come “30ª brigata”, fazione armata formata da appartenenti alla minoranza etnico-religiosa Shabak.

I gruppi paramilitari di Hashd al-Shaabi rivendicano il ruolo non secondario svolto nella lotta contro lo Stato islamico e nella liberazione di Mosul dal regime jihadista che lì aveva posto la sua capitale in Iraq, dal 2014 al 2017. Tra luglio e agosto, erano cresciute le tensioni tra esercito iracheno e miliziani di Hashd al-Shaabi, dopo che le forze armate nazionali avevano provato a riprendere il controllo effettivo dell’area. Più di recente, nuovi contrasti sembrano contrapporre le milizie di Hash al-Shaabi e i Peshmerga curdi, accusati da fonti sciite di voler riprendere il controllo militare della Piana di Ninive.

Secondo diversi analisti, ad alimentare la concentrazione di gruppi armati e i rischi di conflitto nella Piana di Ninive contribuiscono anche interessi economici di grande rilievo geopolitico: proprio per la Piana di Ninive dovrebbero passare i tracciati di due progetti di oleodotti da utilizzare per esportare petrolio iraniano e iracheno utilizzando i porti siriani del Mediterraneo, allo scopo di aggirare l’embargo imposto dagli Usa contro l’Iran e cercare vie di transito commerciale alternative alle rotte seguite dalle petroliere nello stretto di Hormuz. L’auspicato ritorno dei cristiani nella Piana di Ninive è chiamato a fare i conti non solo con i settarismi locali, ma con prove di forza e allineamenti geopolitici che continuano a destabilizzare l’intera regione, anche dopo la sconfitta di Daesh.

Nell’appello rivolto alla coscienza dei propri governanti, il patriarca Louis Raphaël Sako si è chiesto a chi potranno giovare i nuovi conflitti che agitano quella regione. Il primate della Chiesa caldea ha anche confermato che in alcune città della Piana, come Talkief e Batnaya, la percentuale dei cristiani tornati alle proprie case non ha superato la soglia dell’1 per cento. Pesano per tutti il timore che le proprie famiglie non siano adeguatamente protette da violenze e ritorsioni, insieme alla mancanza di lavoro e alla disarticolazione delle infrastrutture provocata dal conflitto con i jihadisti dello Stato islamico. Ma anche l’incapacità dei governi di imporre la propria autorità. E l’interferenza di “agende esterne” che perseguono propri interessi con effetti quasi sempre negativi sul vissuto concreto dei cristiani locali. Per questo, tra le altre cose, nel suo appello il cardinale iracheno ha ribadito la necessità e l’urgenza di mettere in atto le disposizioni con cui negli ultimi mesi il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, ha provato a ottenere il disarmo delle milizie indipendenti di matrice settaria, per riportare sotto l’egida del governo centrale la gestione della sicurezza nella regione. Ma il patriarca ha invitato anche a tenersi alla larga dall’attivismo proselitista delle «cosiddette “sette cristiane”», da lui definite come «gruppi fondamentalisti stranieri, che mirano a snaturare la nostra identità nazionale e la nostra tradizione ecclesiale».

di Gianni Valente

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16 ottobre 2019

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