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La pace è possibile

· A settantacinque anni dallo sbarco in Normandia ·

In occasione del settantacinquesimo anniversario dallo sbarco in Normandia il prefetto della Congregazione per i vescovi tiene nell’Abbazia Saint-Étienne a Caen, in Francia, un intervento del quale riportiamo ampi stralci.

Io sono nato due giorni dopo lo sbarco degli alleati in Normandia il 6 giugno 1944. Solo a pensarci a 75 anni di distanza, il ricordo del tributo di giovani vite umane pagato dal mio paese, il Canada, sulle coste di questo mare, mi sconvolge sempre. So però che questo è poco a confronto delle perdite incalcolabili patite dall’Europa a causa delle due grandi guerre del secolo scorso che hanno insanguinato il suo territorio. «Inutile massacro» già denunciava Benedetto XV, sin dal 1915, alle sorde orecchie delle autorità civili e militari del tempo. Queste guerre hanno impoverito l’Europa e ridefinito al ribasso la sua influenza sulla carta mondiale, e l’amara percezione del costo mostruoso di questi conflitti rimane una pesante eredità che non compensa quanto vi è stato di realizzazioni positive e generose nella ricostruzione post-bellica. Ecco allora che fare memoria della fine dell’ultimo grande conflitto è un dovere di rispetto nei confronti delle troppo numerose vittime di queste tragedie e una permanente esigenza di riflessione e di impegno per evitare che simili catastrofi abbiano a ripetersi in avvenire.

Innanzitutto, un dovere di rispetto nei confronti delle vittime. Il cardinale Joseph Ratzinger ha dichiarato proprio qui, quindici anni orsono, con grande autorevolezza, che l’ultima guerra fu del tutto giusta dal punto di vista del coinvolgimento degli alleati contro la follia hitleriana, poiché occorreva ristabilire il diritto dei popoli europei, Germania compresa, contro la barbarie nazista. Tuttavia, quale che sia la legittimità di questa guerra, quali che siano gli interessi in gioco e le circostanze che hanno determinato l’esplosione di questi conflitti, quali che siano le nobili motivazioni dei combattenti e le oggettive giustificazioni degli scontri, la seconda guerra mondiale ha significato per l’umanità l’esperienza di una sproporzione, sia sul piano dei mezzi impiegati sia su quello delle conseguenze subite dalle popolazioni. Basti evocare le bombe atomiche che hanno annientato Hiroshima e Nagasaki per constatare che la storia umana è entrata nel XX secolo in una fase di guerra totale e senza limiti, in cui non furono più solo degli eserciti ad affrontarsi, ma popolazioni intere a subire incalcolabili distruzioni e incontrollabili escalation di violenza. Escalation dalle battaglie di trincea ai bombardamenti sulle città, escalation dai genocidi armeni e ucraini ai gulag sovietici e ai campi di sterminio della Shoah, follia omicida satura di innumerevoli vittime innocenti e di ferite inguaribili del corpo e dell’anima. Una simile massa di orrori accumulati ha lasciato una traccia indelebile nell’uomo, l’uomo europeo in primo luogo, ma anche semplicemente l’uomo, nella sua anima e coscienza, al punto che alcuni hanno dichiarato di non poter più credere in Dio dopo Auschwitz. Dolorosa e triste disperazione, ma meritevole di silenzio e di pentimento, come un epilogo delle guerre di religione che corrosero la fede cristiana nel XVI e XVII secolo e spianarono la strada all’ateismo positivista e allo sviluppo delle ideologie totalitarie.

Esigenza permanente di riflessione e impegno per prevenire simili tragedie, in futuro. La geografia politica del mondo è assai mutata negli ultimi 75 anni, ma l’uomo non pare abbia molto imparato dalle sue trascorse sofferenze: si vive una mondializzazione dell’oblio e dell’indifferenza verso le vittime attuali, e i conflitti non hanno cessato di accrescersi e di frammentarsi su tutti i continenti, al punto che Papa Francesco è giunto al punto di parlare di terza guerra mondiale “a pezzi”. Alla nuova situazione risultante dalla caduta del blocco comunista e dall’affermazione dell’egemonia americana, si è aggiunta una crescita spettacolare dell’islamismo e delle sue guerre intestine che moltiplicano i focolai di tensione e il terrorismo sull’intero pianeta. Non dimentichiamo poi l’emergere della Cina e la sua crescente influenza nel Terzo Mondo, alla ricerca di materie prime e di posizioni strategiche. Nel complesso, si assiste impotenti a una nuova corsa agli armamenti di ogni specie, e a una guerra commerciale su fronte europeo e asiatico. A colmare la misura, la disponibilità dell’arma atomica va estendendosi, anche se non sussiste dubbio alcuno sull’immoralità del suo impiego, ma nulla garantisce che mani criminali al soldo del terrorismo internazionale scatenino un giorno deflagrazioni indicibili. La minaccia di simili armi non costituisce più un fattore di prevenzione delle guerre, e dunque non giustifica altro che la sua totale eliminazione, ma come giungere a ciò, in una cultura democratica, quando alcune nazioni più forti tengono a valersene come arsenale per garantire la propria sicurezza o il proprio predominio sul resto del pianeta? Vediamo più che mai l’esigenza di un’effettiva autorità internazionale super partes, auspicata sin dal 1963 nella Pacem in terris, ma ancora di fatto troppo impotente per garantire una pace fondata sulla giustizia e non sul diritto del più forte.

Su un tale orizzonte di conflitti in corso e di possibilità inaudite di annientamento di popoli, la causa della pace appare più che mai come un ideale tanto necessario quanto impossibile, un’impresa votata al fallimento che soltanto degli idealisti sognatori possono continuare a perorare davanti a uditori scettici e disincantati. Poiché, riconosciamolo, se vi fu nel passato un’ondata ottimistica di credenza nel progresso e di fiducia ingenua nelle promesse della scienza, l’umanità ha ora fatto l’esperienza del disincanto del mondo causato dalle guerre, la cui memoria accompagna ormai non solo storici e filosofi, ma anche la cultura popolare. La caduta delle ideologie totalitarie, costruite su un presunto senso della storia, ha ceduto il posto a una lunga e pesante ondata di scetticismo e di relativismo. Certuni arrivano a sostenere che la storia in quanto tale non ha senso, che bisogna contentarsi di trarne dei significati parziali per i bisogni umani di senso, senza aspirare ad una visione della totalità. Questo pessimismo, frutto delle disillusioni totalitarie, è in difetto e in attesa di un pensiero religioso che possa venire in soccorso alla ragione umana, e risvegliare la sua aspirazione alla pace nelle attuali condizioni della storia del mondo. Ecco perché stiamo entrando in un’era di dialogo interreligioso che è un segno dei tempi e un’esigenza della pace mondiale, dal momento che non può esserci pace universale senza la pace tra le religioni, o meglio senza che gli uomini di religione s’incontrino e si uniscano in ciò che hanno in comune.

La memoria delle vittime di questa ecatombe ci impone un omaggio di rispetto e un dovere di prevenzione dei conflitti con ogni mezzo. La salvaguardia della pace è responsabilità di tutti, una responsabilità delle donne e degli uomini del nostro mondo globalizzato, lacerato e sovra armato, così come delle nostre società multiculturali sottoposte alle sfide dell’ospitalità, della coabitazione e dell’integrazione.

La Chiesa cattolica offre la testimonianza della sua fede in Cristo, Principe della pace, che sostiene il suo impegno per la pace nel mondo così com’è, ma teso verso un orizzonte di fratellanza umana universale possibile come anticipazione e profezia del Regno di Dio. Di qui la sua promozione d’una cultura dell’incontro, del dialogo e dell’integrazione che invita ad operare in sinergia con lo Spirito di Dio affinché prevalgano la giustizia, la solidarietà, la compassione e l’amore che liberano l’umanità dal flagello della guerra.

Credere alla pace non comporta dunque soltanto delle convinzioni religiose tradotte in valori sociali, ma anche un accresciuto impegno razionale, per trasformare il mondo secondo l’imperativo del rispetto incondizionato della dignità della persona umana, purtroppo minato da una colonizzazione ideologica ostile al carattere sacro della vita umana stessa. In questo difficile contesto, credere alla pace è anche contare sull’efficacia della preghiera per la pace, dal momento che lo Spirito di Dio dirige la storia umana verso il suo compimento trascendente con il concorso imperfetto ma volontario delle libertà umane. Queste si aprono con la preghiera a un maggiore influsso della Grazia che può piegare gli avvenimenti nella direzione della pace.

L’apparente debolezza della preghiera si armonizza con il modo di essere di Dio e la sua manifestazione kenotica nella storia, essa annuncia la grazia del Principe della pace e sostiene tutti gli uomini e tutte le donne di buona volontà nella loro testimonianza quotidiana che non esclude il dono di sé fino al martirio. Questa visione di fede può apparire insignificante nei confronti della ragione e delle forze in gioco negli avvenimenti e conflitti di questo mondo, ma sostiene comunque energie incalcolabili di impegno, compassione e speranza.

Lo si è visto di recente a proposito dell’incendio di Notre-Dame di Parigi che ha sollevato un’ondata di emozione senza precedenti in Francia e nel mondo, alla vista di questo prezioso patrimonio dell’umanità in fiamme, ma il dolore e la pena causata da questo rogo si sono immediatamente trasformati in preghiera e una solidarietà per la ricostruzione di questo simbolo religioso dalle risonanze insospettate. Uomini e donne con o senza credo si sono trovati uniti in uno stesso grido del cuore: «Noi ricostruiremo Notre-Dame!». Questo è possibile e sarà realizzato. La Pace è possibile. Uomini e donne del nostro tempo, di fronte al minaccioso spettacolo dei mille fuochi del nostro mondo, non cadiamo nella disperazione o nell’indifferenza, ma guidati dalla piccola speranza, che trascina le sue sorelle maggiori, la fede e la carità, costruiamo insieme l’avvenire della Pace. Poiché la Pace è possibile.

di Marc Ouellet

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