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La cena delle lunghe forchette

· Una tradizione derviscia per la fine del Ramadan invita a riflettere sul futuro della convivenza ·

Quest’anno, il Ramadan, mese sacro dell’islam nel quale dall’alba al tramonto il musulmano digiuna per lasciare spazio alla meditazione del Corano, è stato segnato da eventi tutt’altro che di pace. 

Se in questo periodo i musulmani si ritrovano in famiglia, tra amici e in società, per rompere insieme il digiuno, condividere una ricca cena e insieme trasmettere i valori di pace, benedizione e fraternità, non si può dire che questi valori siano stati praticati da tutti credenti e in tutti i Paesi a maggioranza musulmana. Basta pensare all’Iraq ma anche alla situazione in Siria e ancora a Gaza; che tutto ciò capiti durante questo mese fa rimanere ancora più sbigottiti. La mia non vuole essere un’analisi politica, ci vuol ben altro per capire quanto sta succedendo e forse una delle prime vittorie del male è proprio quella di lasciare esterrefatti e inermi tanti credenti. Quanto sta accadendo in varie regioni del mondo è una vera e propria prova della fede: gli avvenimenti a cui si assiste in maniera inerme finiscono per creare nel semplice credente una specie di dicotomia che mina alla base la speranza nel futuro. Mi spiego.
A Istanbul capita spesso di essere invitati per l’iftar, la tradizionale cena che chiude il digiuno giornaliero. Quando all’iftar sono invitati membri di chiese e di altre comunità di fede, il senso del dialogo interreligioso è ancora più forte e in queste occasioni vengono rivolte parole di augurio per una serena convivenza. Anche questo anno, come da parecchi anni, i francescani della comunità di Santa Maria si ritrovano nella moschea di Şişli, uno dei moderni quartieri di Istanbul, insieme al maestro Nail Kesova, erede della tradizione dei dervisci danzanti. Di solito anch’io ne prendo parte e vi scopro ogni volta una profonda fraternità.

Alberto Fabio Ambrosio

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18 settembre 2019

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