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La nuova evangelizzazione secondo Papa Wojtyła

· Importanza dei laici e indispensabilità dei ministri ordinati ·

Giovanni Paolo II parlò per la prima volta di «nuova evangelizzazione» il 9 giugno 1979 a Nowa Huta, quartiere industriale di Cracovia divenuto famoso per la lotta dei credenti contro il comunismo. Nowa Huta era stata concepita come città senza Dio, un abitato senza simboli religiosi e senza chiesa. Gli operai però si ribellarono e si riunirono per erigere dapprima una croce. Più tardi, dopo contrasti con gli organi statali e le forze dell’ordine, sorse addirittura una chiesa, che deve la propria esistenza — come disse il Papa nella sua prima visita in Polonia — al sudore e alla resistenza degli operai.

Il concetto di «nuova evangelizzazione» fin dall’inizio accomuna l’impegno e il servizio di tutti i battezzati nella società e nel mondo attraverso la decisa testimonianza dell’opera di salvezza di Cristo. La professione di fede e la sua diffusione non sono prerogativa di specialisti o funzionari, ma spettano a tutti i membri del popolo di Dio: «Dalla croce di Nowa Huta — disse Giovanni Paolo II — è cominciata la nuova evangelizzazione: l’evangelizzazione del secondo millennio». E ancora: «L’evangelizzazione del nuovo millennio deve riferirsi alla dottrina del concilio Vaticano II. Deve essere, come insegna questo concilio, opera comune dei vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici, opera dei genitori e dei giovani».

Fra il 1972 e il 1979 Karol Wojtyła aveva fatto un primo importante passo, rimasto per lo più inavvertito in occidente, celebrando un sinodo della provincia ecclesiastica di Cracovia, iniziativa che in un Paese comunista implicava enormi rischi. L’assemblea intendeva coinvolgere il maggior numero possibile di membri della Chiesa nel processo di rinnovamento conciliare e in una condivisione dell’impegno per la nuova evangelizzazione. Con la convocazione del sinodo il porporato ne definisce lo scopo: l’arricchimento e l’approfondimento della fede secondo le esigenze moderne, tenendo conto degli intenti del Vaticano II. Egli sottolinea come le moderne sfide alla fede riguardino l’intero popolo di Dio e tutti i suoi membri, sacerdoti e laici. I partecipanti furono effettivamente per lo più laici, che — avendo il governo comunista vietato le loro organizzazioni — si erano organizzati in «gruppi di studio».

Nella seconda metà degli anni Settanta sono stato molto spesso in Polonia e ho conosciuto Wojtyła, mantenendo anche in seguito un rapporto stretto e amicizia di lunga data. Posso dunque assicurare che i cattolici polacchi nutrono profonda stima e rispetto per i propri sacerdoti. Se il cardinale Wojtyła mise al centro dell’attenzione l’impegno di tutti i battezzati nella diffusione del Vangelo, tale richiamo non sminuì affatto la dignità e l’insostituibilità dei presbiteri. E il numero di vocazioni sacerdotali in alcune diocesi della Polonia dimostra anche oggi come il popolo di Dio richieda sacerdoti e come il sacramento dell’Ordine goda della considerazione che la teologia cattolica per esso reclama.

Significherebbe dunque diffamare Karol Wojtyła se, per l’enfasi posta sulla partecipazione di tutti i battezzati all’evangelizzazione, gli si volessero imputare intenzioni protestantizzanti. Nel 1979 la prima lettera di Giovanni Paolo II ai sacerdoti per il giovedì santo esprime con toccante chiarezza la sua dottrina dell’insostituibilità del sacerdote: «Pensate a quei luoghi, dove gli uomini attendono con ansia un sacerdote, e dove da molti anni, sentendo la sua mancanza, non cessano di auspicare la sua presenza. E avviene, talvolta, che si riuniscono in un santuario abbandonato, e mettono sull’altare la stola ancora conservata, e recitano tutte le preghiere della liturgia eucaristica; ed ecco, al momento che corrisponde alla transustanziazione, scende tra loro un profondo silenzio, alle volte forse interrotto da un pianto, tanto ardentemente essi desiderano di udire le parole, che solo le labbra di un sacerdote possono efficacemente pronunciare! Tanto vivamente desiderano la Comunione eucaristica, della quale solo in virtù del ministero sacerdotale possono diventare partecipi, come pure tanto ansiosamente attendono di sentire le parole divine del perdono: Ego te absolvo a peccatis tuis ! Tanto profondamente risentono l’assenza di un sacerdote in mezzo a loro!».

Oggi è urgente affermare l’insostituibilità dei sacerdoti a cui la Chiesa non può rinunciare. Gli scandali legati agli abusi commessi da alcuni membri del clero hanno infangato l’immagine del sacerdote anche agli occhi di tanti cattolici devoti. Arrecando danno alla stima e all’affetto nei confronti di noi sacerdoti. Ancor più grave di tale rigetto è la dilagante indifferenziazione della figura del presbitero, più grave perché assai più subdola: l’uomo moderno crede di poter fare a meno del suo servizio.

La mancanza di sacerdoti rende assai creativi. Ecco allora che si inventano nuovi modelli di servizio e si propone d’assegnare singoli compiti ecclesiastici a individui non consacrati, oppure si inquadra il sacerdote in una «équipe pastorale» quale responsabile della gestione di un determinato ambito pastorale. In alcuni Paesi essa si compone di sacerdoti, assistenti pastorali e altri laici stipendiati. Fattore decisivo nella pastorale diviene un’amministrazione secondo principi sociologici, riducendo le opportunità d’infondere o promuovere la fede attraverso un rapporto personale, la testimonianza e un rapporto di fiducia maturato nel tempo. Il sacerdote in qualità di ministro ordinato ormai serve solo per assolvere ad alcune specifiche «funzioni».

Quanto sto qui delineando non è frutto di speculazioni astratte. Abbiamo a che fare con fenomeni concreti. Nei Paesi di lingua tedesca essi sono venuti a svilupparsi a partire dalla Svizzera. Qui si sono create nuove «unità pastorali», dove trova posto anche un sacerdote. Egli tuttavia non necessariamente la dirige. Tale compito può essere svolto anche da un uomo o una donna non consacrati. Anche in Germania e in Italia settentrionale alcune diocesi seguono ormai questa strada. Il ministero ordinato sta dunque passando lentamente in ombra. E inizia a sorgere la domanda: «Perché mai sacerdoti?». È dunque urgente tornare a mettere in rilievo il profilo teologico del presbiterato attraverso le Scritture e il magistero della Chiesa. I sacerdoti stessi devono acquisire maggiore coscienza della propria identità, per evitare che venga a oscurarsi il senso della loro missione. E sotto gli occhi delle comunità un’autentica evangelizzazione dovrà porre l’importanza e l’indispensabilità dei ministri ordinati.

Sarebbe naturalmente del tutto inopportuno rispondere a questa secolarizzazione dei servizi ecclesiali con un clericalismo altrettanto estremistico. Purtroppo si possono invece osservare tendenze simili, del tutto sbagliate. Ci si richiama a un concetto di santità di tipo storico-religioso attraverso una separazione dal mondo, senza rendersi conto che la santità di Cristo unico sacerdote è data dalla sua missione nel mondo e dal sacrificio della propria vita. Secondo il Vangelo di Giovanni (10, 36) il Signore è infatti «colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo».

Invece di ragionare biblicamente si guarda al sacerdote come «rappresentante cultuale», uomo del sacro il cui posto non è, innanzitutto, nel popolo di Dio, ma che si pone di fronte a esso quale figura distinta. Si dimentica il battesimo come reale fattore qualificante dell’identità cristiana. Ci si interessa soltanto a ciò che distingue il sacerdote dai laici, perché questi evidentemente sono divenuti pericolosi avversari per il ruolo dei presbiteri. Attraverso lo svilimento dei laici si spera dunque di potere accrescere le vocazioni e la stima nei confronti dei presbiteri. Una simile teologia opportunistica, anche solo sotto il profilo empirico, non può che rivelarsi sbagliata. Non sono forse i nuovi movimenti spirituali ad avere dato alla Chiesa il maggior numero di vocazioni nel recente passato, nonostante che siano stati fondati per lo più da laici e nonostante che le posizioni di maggiore responsabilità al loro interno siano ricoperte da laici?

Il tentativo di attribuire al solo clero la responsabilità per la continuazione dell’opera salvifica di Cristo si pone poi in assoluto contrasto rispetto alla teologia del concilio Vaticano II, in particolare della costituzione Lumen gentium . I Padri conciliari vollero affermare che le persone, le posizioni e i servizi della Chiesa vanno pensati nella missione della Chiesa universale. A questa sono chiamati tutti, laici, sacerdoti, vescovi e religiosi. E le diversità, naturali quanto ai compiti, partecipano della stessa grazia della redenzione, dell’amore e della speranza.

Anche il decreto conciliare Presbyterorum ordinis affronta dapprima la missione della Chiesa universale: «Non vi è membro che non abbia parte nella missione di tutto il corpo, ma ciascuno di essi deve santificare Gesù nel proprio cuore e rendere testimonianza di Gesù con spirito di profezia» (n. 2). Solo dopo questa affermazione il decreto tratta del compito particolare del presbitero che ha per condizione il sacramento dell’Ordine, attraverso il quale il sacerdote si distingue non solo per grado ma anche nella sostanza dal semplice battezzato (cfr. Lumen gentium , 10). Chi dunque oggi — pur ben intenzionato — non riconosce il ruolo sostanziale dei laici nella missione della Chiesa falsa la parola vincolante e lo spirito da cui ebbe origine il Vaticano II.

Karol Wojtyła, egli stesso padre conciliare, è un insegnante affidabile. Nel libro Alle fonti del rinnovamento. Studio sull’attuazione del concilio Vaticano II , pubblicato a Cracovia nel 1972, indaga a fondo la questione e conferma la tesi di fondo delle considerazioni fin qui esposte e presenta le principali idee sul compito dei laici nella Chiesa. Il cardinale rimanda alla Lumen gentium , che ai pastori chiede di guidare i fedeli in maniera tale che «tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune» (n. 30). Per Wojtyła questa «classica» affermazione è di centrale importanza. Egli definisce il Vaticano II «il concilio del popolo di Dio», che mette in rilievo «la molteplicità e la diversità delle vocazioni in seno alla Chiesa», indicando al contempo le vie che conducono a una loro reciproca integrazione nel contesto della missione loro affidata.

Del decreto conciliare Apostolicam actuositatem il porporato mette in rilievo il passo che tratta del ministero particolare del clero attraverso parola e sacramento, e tuttavia con un’espressione biblica chiama i laici «cooperatori della verità» ( 3 Giovanni , 8). Per il decreto, «l’apostolato dei laici e il ministero pastorale» (n. 6) devono completarsi a vicenda, secondo Wojtyła nel senso di una «stretta comunanza dei compiti affidati», la quale «dipende dalla maturità di pensiero sia dei sacerdoti che dei laici». E con la Lumen gentium (n. 33) sintetizza: «L’attitudine comunitaria dei laici quanto dei membri della gerarchia e degli ordini rispecchia dunque la comunanza dei ministeri nell’opera salvifica della Chiesa. Tali ministeri nella loro diversità presuppongono la comunità, essendo in ultima analisi a essa indirizzati».

L’arcivescovo di Cracovia sfiora brevemente anche il tema della cooperazione fra sacerdoti e laici nell’ambito delle reciproche doti e competenze. Ancora una volta commenta Lumen gentium (n. 37) e Gaudium et spes (n. 43) indicando passi che mettono in guardia, se così si può dire, dal «clericalismo». E continua: «Secondo il concilio, uno dei principi cardinali dell’apostolato della Chiesa è che i laici si assumano tutti i compiti che corrispondono alla loro vocazione, nella Chiesa e nel mondo. Ciò non significa affatto una frattura nella comunità, ma al contrario la edifica». Con un rinvio a Presbyterorum ordinis (n. 9) il cardinale Wojtyła rammenta come i presbiteri debbano sinceramente riconoscere e promuovere il contributo dei laici alla missione della Chiesa: «Provando gli spiriti per sapere se sono da Dio, devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili sia eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono riconoscerli con gioia e fomentarli con diligenza».

La sua rappresentazione della comune missione di semplici battezzati e presbiteri ordinati non è dettata da alcun timore, è anzi costruttiva e incoraggiante. E non nega affatto la necessaria distinzione tra i due stati, né l’insostituibilità dei sacerdoti. Wojtyła ancora una volta riconosce però la grande occasione offerta dal concilio per la diffusione della fede attraverso il richiamo di tutti i battezzati all’apostolato.

L’introduzione del termine «nuova evangelizzazione» a Nowa Huta e il suo significato traevano origine dalla sua esperienza personale e avevano suscitato in lui la fiducia nella forza missionaria dell’intero popolo di Dio. Per esempio, attraverso la sua vicinanza a Oasi. Luce e Vita, movimento di evangelizzazione molto diffuso in Polonia ed estremamente dinamico.

In una riunione dei responsabili del movimento con la commissione per l’apostolato della Conferenza episcopale polacca il cardinale affrontò nel 1976 il problema dei malintesi da parte di alcuni parroci: «La parrocchia tradizionale post-tridentina è una parrocchia con un centro, con un unico soggetto responsabile. Vi è una Chiesa attiva, una Chiesa magisteriale dei pastori al centro di un grande numero di fedeli passivi relegati all’ascolto. La trasformazione di tale modello di parrocchia in impegno comunitario condiviso da tutti, questo naturalmente è un compito che oggi siamo chiamati ad affrontare. Sembra che scopo del movimento dell’Oasi sia esattamente questo: esso mira alla parrocchia del futuro — non alla parrocchia tradizionale, quale la troviamo, insieme alle sue caratteristiche abitudini, in molti luoghi». E ancora: «Io desidero che questo movimento trovi un modello di collaborazione con la parrocchia, che attraverso il suo impegno si giunga a una compenetrazione tra parrocchia e movimento, trasformando in tal modo gradualmente la parrocchia».

Nella visita in Polonia nel 1979 Giovanni Paolo II diede chiara espressione a questa sua visione della Chiesa. Approfittò dell’incontro a Nowy Targ con gli abitanti dell’altopiano per un gesto molto significativo, espressione della sua considerazione nei confronti di Oasi: alcuni giovani del movimento portarono dei cesti per il pane, che invece del pane contenevano Bibbie, ed egli stesso partecipò alla distribuzione dei libri, allora estremamente rari, illustrando con tale gesto come l’uomo non viva di solo pane. Chiarì così la collocazione e il diritto di esistenza in seno alla Chiesa di questo gruppo, che era inviso al governo comunista. Giovanni Paolo II non solo aveva coniato l’espressione «nuova evangelizzazione», ma ne aveva fatto il concetto chiave del proprio pontificato, come nel 2010, nell’omelia per la solennità degli apostoli Pietro e Paolo, ha ricordato Benedetto XVI.

Senza dubbio non può essere la diffusione o la popolarità di un concetto a garantire che esso venga realmente recepito o attuato sino in fondo. Anzi, talvolta viene annacquato, offuscando il messaggio originario. Una sorte, questa, che riguarda anche concetti centrali della Rivelazione e della pastorale. Così si rende necessario restituire contorni netti a tali idee e ridare loro l’originaria forza. Rievocando la storia della sua nascita, il pontificato di Giovanni Paolo II e i suoi obiettivi ho voluto contribuire al chiarimento dell’idea di nuova evangelizzazione.

Nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi Paolo VI aveva gettato le basi per una prima fondamentale definizione del concetto di evangelizzazione. Un concetto ai suoi occhi caratterizzato da un ampio campo d’azione: «Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità, è, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa», per «sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza» (nn. 18-19). Tali parole illustrano bene quanto multiforme sia il compito, ma indicano anche una via per un progressivo allargamento del termine evangelizzazione.

La natura umana tende a dare la preferenza alla realtà sociale e a quanto può essere raggiunto con le proprie forze. Anche per l’impegno di presbiteri e volontari per l’evangelizzazione, l’attenzione si è ben presto concentrata in prevalenza su elementi mondani: giustizia e pace, salvaguardia del creato, discussioni sui valori e diritti umani. Tutto ciò ha certo a che fare con il Vangelo, ma non riguarda ancora la questione della fede. Inoltre può oscurare la sostanza del messaggio divino e questo portò Giovanni Paolo II a porla di nuovo in rilievo. Visitando la parrocchia romana dei Santi Patroni d’Italia, il 26 novembre 1989, ribadì che nell’evangelizzazione non è sufficiente proclamare valori cristiani. Per poter parlare di evangelizzazione è necessario che essa riguardi contenuti della fede: «Ciò avverrà se il nome, l’insegnamento, la via e le promesse, il mistero, in una parola il Regno di Gesù di Nazaret, redentore dell’uomo, saranno proclamati con nuovo coraggio, senza facili riduzioni opportunistiche e ambiguità».

L’enciclica Redemptoris missio (7 dicembre 1990) rende definitiva tale puntualizzazione. Tra l’altro descrive un’evangelizzazione che miri alla trasmissione dei «valori del Regno»: pace, giustizia, libertà, fratellanza. Ma accanto agli aspetti positivi di una simile predicazione, purtroppo vi sono anche lati negativi, come il passare sotto silenzio la persona di Gesù Cristo. Contro una simile concezione il Papa polacco si esprime con fermezza: «Il regno di Dio non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzi tutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazaret, immagine del Dio invisibile» (n. 17). E con il concetto di «nuova evangelizzazione» è divenuto evidente come tale nuovo impulso per la missione della Chiesa sia rivolto a tutti i membri del popolo di Dio.

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18 settembre 2019

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