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La nuova Costituzione del Kenya  non promuove la vita

· Alle urne per il referendum ·

Dopo vent'anni di attesa, di «sudore e sangue», come ha scritto il quotidiano kenyota «Daily Nation», quaranta milioni di kenyani potrebbero finalmente avere una nuova Costituzione. Il 4 agosto, infatti, i cittadini dell'ex colonia britannica sono stati chiamati a ratificare attraverso un referendum la bozza costituzionale proposta dal comitato di esperti a fine 2009 e approvata all'unanimità dal Parlamento il primo aprile scorso. La nuova Costituzione è stata voluta con forza dall'attuale coalizione di Governo per scongiurare il ripetersi dei drammatici eventi che nel 2007, dopo l'esito dubbio delle elezioni presidenziali, portarono alla morte di 1.100 persone e alla fuga di 350.000 (Commission of inquiry into the post election violence — Cipev, Final report, 2008). La nuova Carta presenta significativi progressi di democratizzazione, ma contiene due elementi estremamente controversi per la maggioranza della popolazione: il riconoscimento delle corti islamiche e la liberalizzazione di fatto dell'aborto, per la prima volta nella storia del Kenya indipendente. Su quest'ultimo punto pesano, inoltre, le accuse rivolte agli Stati Uniti di aver sostenuto finanziariamente la campagna pro-aborto nel Paese.

Il Kenya da tempo aveva bisogno di un sistema che limitasse e controllasse i poteri del presidente e la nuova bozza assolve a questo principale obiettivo: il capo di Stato e primo ministro verrà eletto direttamente dai cittadini e, assieme ai ministri del suo Governo, non potrà sedere in Parlamento. La Corte suprema, i cui giudici saranno indicati da una commissione indipendente della magistratura, potrà iniziare una procedura di impeachment nei suoi confronti. I rappresentanti legislativi, inoltre, aumenteranno da 222 a 350 e la decentralizzazione verrà realizzata con la creazione di 8 regioni e di 47 circoscrizioni, ciascuna delle quali sarà rappresentata all'interno di un nuovo Senato, con il trasferimento a esse di numerose competenze (servizi sanitari, educazione primaria e agricoltura, tra le altre).

La nuova Costituzione non elimina invece le khadi courts, tribunali riservati ai cittadini islamici per dirimere controversie in tema di successione e di diritto di famiglia, mantenute sia durante la colonizzazione britannica che dopo l'indipendenza. Diversi critici sostengono che questa scelta costituisce un trattamento privilegiato a favore di una parte consistente della popolazione (circa il dieci per cento), che pone così le basi per un'esasperazione delle differenze etniche e religiose. C'e anche il fondato timore che in questo modo fasce deboli della popolazione, quali le donne musulmane, rimangano escluse dalla tutela dei loro diritti fondamentali.

L'attentato alla sacralità della vita è invece presente nell'articolo 26 in cui, pur venendo riconosciuto ad ogni persona il «diritto alla vita» dal concepimento, al comma 4 si consente l'aborto nei casi in cui, «secondo l'opinione di personale sanitario specializzato, c'e la necessità di un trattamento di emergenza, o quando la vita o la salute della madre sono in pericolo, o quando è permesso da qualsiasi legge scritta». In pratica l'interruzione della gravidanza può essere giustificata da ogni legge scritta, dall'opinione di un non meglio definito «personale sanitario specializzato» e da qualsiasi circostanza che diminuisce lo «stato di completo benessere fisico, mentale e sociale» della madre (secondo la definizione di «salute» dell'Organizzazione mondiale della sanità). Il comma 3 introduce inoltre un'inquietante eccezione alla difesa della vita dei cittadini, lasciando aperte le porte a future legalizzazioni della pena di morte o dell'eutanasia: la morte può essere procurata «nella misura autorizzata dalla presente Costituzione o da qualsiasi legge scritta».

In Kenya l'opinione pubblica è decisamente a favore della vita: un sondaggio di fine marzo ha messo in luce che il 69 per cento della popolazione è contrario all'interruzione della gravidanza. E l'attuale legislazione sull'aborto rispecchia questo sentimento popolare.

È per continuare a dar voce alla maggioranza dei kenyani, e per mantenere questa legislazione estremamente prudente in tema di interruzione di gravidanza, che i vescovi cattolici hanno deciso di sostenere il fronte del «no» al referendum: «Votare per la Costituzione è votare per essa, tutta intera, comprese le disposizioni buone e quelle cattive. È impossibile separarle. E non possiamo in coscienza consigliare ai kenyani di votare per questa bozza di Costituzione».

La campagna è tuttora in corso e le autorità, d'accordo con le parti, stanno facendo il possibile per mantenere il confronto entro il dibattito civile ed evitare episodi come il duplice attentato di inizio giugno in cui diverse persone di un gruppo del fronte del «no» persero la vita e molti altri furono feriti. È difficile però comprendere quale sia il vero stato della situazione: alcuni gruppi contrari alla Costituzione denunciano censura mediatica e tre parlamentari di questo schieramento sono stati arrestati ingiustamente, accusati di aver usato «espressioni di odio» nelle loro campagne politiche.

Le ombre piu cupe della vicenda costituzionale kenyana vengono però dal presunto operato dell'Amministrazione statunitense: l'ispettore generale Donald Gambatesa, su iniziativa di alcuni membri del Congresso statunitense, ha svelato che l'agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) ha impegnato fino a 23 milioni di dollari per sostenere il fronte del «sì», beneficiando anche organizzazioni impegnate da sempre nel liberalizzare l'aborto in Kenya, come la Kenyan federation of women lawyers (Fida-Kenya), membro del circuito della potente lobby pro-aborto Planned parenthood federation of America (Ppfa). Il repubblicano Chris Smith, assieme ad altri membri del Congresso, ha sollecitato un'inchiesta federale accusando l'Amministrazione Obama di violazione del «Siljander Amendment», la legge che rende illegali le operazioni di lobbying internazionali sul tema dell'aborto.

Il presidente Kibaki ha chiesto alla Chiesa di ritirare il suo «no»: «non gettiamo via questa buona Costituzione per delle questioni che possono essere affrontate successivamente». È però francamente difficile immaginare un processo di riforma delle parti controverse all'indomani del referendum: l'iter di revisione Costituzionale previsto dal nuovo testo è estremamente complesso e richiederebbe un milione di firme, il sostegno da parte della maggioranza delle 47 circoscrizioni e il passaggio degli emendamenti da entrambe le Camere.

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