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La nostra casa è l’amore di Dio

· ​Tra i profughi di Mossul in Kurdistan ·

«Aggrappati al Sepolcro vuoto di Cristo per celebrare la Risurrezione, la sua vittoria sulla morte». Non c’è altra frase per descrivere lo spirito con cui gli oltre sessantamila fedeli che, fino all’estate del 2014, vivevano nel territorio dell’arcidiocesi siro-cattolica di Mosul, hanno celebrato la Pasqua nei campi profughi dove si sono rifugiati. Sono uomini, donne, bambini, anziani costretti alla fuga dall’avanzata dell’Is, che dopo Mosul ha occupato interi villaggi della Piana di Ninive. Popolazioni perseguitate, che hanno perso tutto, tranne la fede. «L’immagine del Sepolcro cui aggrapparsi — ha detto al Sir don George Jahola, sacerdote siro-cattolico della diocesi di Mosul — rende bene l’idea della vita di questa gente. Abbiamo lasciato le nostre chiese, il patrimonio culturale e artistico di secoli, oggetti sacri, manoscritti. Siamo venuti via senza nulla. Qui abbiamo ricominciato da zero, nella precarietà ma con l’idea, un giorno, di ritornare o di partire per sempre».

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05 dicembre 2019

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