Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La necessità
del dialogo interreligioso

· Una solida base per la fraternità ·

Il punto di partenza di queste riflessioni è offerto da un testo del 1982 del gesuita Giovanni Magnani, Filosofia della religione, che intende proporsi come un tentativo, che appare pienamente riuscito, di avvicinarsi nell’esperienza umana globale, con particolare attenzione alle dimensioni dell’esperienza universalmente religiosa e di quella propriamente cristiana. Innanzi tutto, si deve concordare con Magnani che, per poter parlare di esperienza religiosa ed esperienza cristiana, è necessario assumere un concetto ampio e dinamico di esperienza, considerata nella sua integralità, perché un concetto riduttivo e statico restringerebbe l’esperienza al solo livello empirico in cui non c’è alcuno spazio per la spiritualità e le sue manifestazioni.

Karel Nepraš, «Velký dialog» (Grande dialogo, 1966)

Si deve, quindi, poter parlare di una vera e propria esperienza spirituale che, pur sorgendo sempre dall’esperienza empirica come sua base la supera in direzione dei valori morali, estetici e religiosi, che ne costituiscono il contenuto proprio e distintivo.

In questo quadro l’esperienza religiosa si configura come quella che si rivolge all’Assoluto, al Trascendente che è nello stesso tempo radicalmente immanente allo spirito umano perché lo sorregge nella sua più profonda interiorità.

Tale esperienza, che è universalmente umana e che trova la sua espressione nel contesto delle varie religioni che sono le vie nelle quali il soggetto si innalza al di sopra di se stesso, deve essere distinta da quella propriamente cristiana che presenta peculiarità che sono di essa esclusive.

L’universalità dell’esperienza religiosa può essere provata in due modi che sono tra loro complementari e che non si escludono reciprocamente. Innanzi tutto essa scaturisce dalle più profonde esigenze dello spirito che è lo stesso in tutti gli esseri umani e, da questo punto di vista, le differenti religioni sono altrettante risposte a questo intrinseco bisogno di andare al di là di ciò che empiricamente appare. In secondo luogo, poi, collocandosi in una prospettiva esplicitamente cristiana, nelle varie religioni è sempre Dio che, mediante Gesù Cristo, attira a Sé la Sua creatura, in virtù della Sua universale volontà salvifica che si estende a tutti i credenti di qualsiasi religione.

In questi termini, l’universale esperienza religiosa dell’umanità, oggi ancora di più di quando Magnani ha pensato il suo testo, può costituire una solida base per la fraternità e per il dialogo interreligioso, poiché tocca quel piano profondo, sottostante ai riti ed alle credenze, nel quale tutti sono accomunati dal fatto di essere soggetti intrinsecamente religiosi.

Oggi il dialogo interreligioso può articolarsi a diversi livelli e ognuno di essi è imprescindibile per realizzare una reale reciproca comprensione, pur nel saldo mantenimento delle rispettive identità, ma il dialogo dell’esperienza religiosa si configura come una premessa che permette l’incontro e l’instaurazione di una fraternità realmente inclusiva, nonostante le differenze talvolta anche radicali. In seconda istanza, poi, l’universalità dell’esperienza religiosa, dalla prospettiva della teologia cattolica, trova la sua giustificazione, come si è ricordato, nella universale volontà salvifica di Dio che raggiunge con la Sua grazia tutti gli esseri umani, facendo delle religioni delle mediazioni salvifiche che sono tali per la loro partecipazione all’unica mediazione di Cristo.

Riguardo all’esperienza propriamente cristiana, che nella sua specificità non annulla le altre, si deve sottolineare che essa si configura, innanzi tutto, come esperienza di una Persona e di una chiamata che è assolutamente personale perché è rivolta a ogni singolo nella sua unicità ed irripetibilità, ma che è vissuta, come risposta umana, nell’appartenenza a una comunità nella quale tutti condividono la medesima fede, facendo ritrovare qui un particolare spessore del già ricordato concetto di fraternità.

L’appartenenza comunitaria è oggi messa in discussione, ma essa appare di assoluta rilevanza per due fondamentali ragioni. In primo luogo, essendo il soggetto umano intrinsecamente relazionale, non si vede perché il piano dello spirito, nella sua relazione con un Dio che è Padre di tutti, dovrebbe essere l’unico caratterizzato da solitudine e chiusura in se stessi. Secondariamente, poi, ma con importanza non minore, l’appartenenza comunitaria risulta essere un efficace antidoto contro le derive individualistiche che contraddistinguono le società contemporanee, nelle quali la globalizzazione più che aprire sembra spesso rinchiudere in se stessi.

Il libro di Magnani dal quale si è preso avvio potrebbe far continuare la riflessione, toccando altri punti di primaria rilevanza, ma l’obiettivo di queste righe non è quello di un trattato di filosofia della religione, quanto piuttosto quello di portare l’attenzione sull’esperienza religiosa e su quella cristiana, evidenziando come entrambe possano concorrere a strutturare un soggetto che, nella sua apertura al trascendente, sappia aprirsi anche agli altri in spirito di fraternità e di reciproca comprensione.

di Giorgia Salatiello

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE