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La necessità
del cristianesimo incarnato

· In «Seguire Gesù insieme a San Pietro» di Ottavio De Bertolis ·

Essenzialità, chiarezza, scrittura piana, incisiva e immediatamente comprensibile, rivelano quella metabolizzazione interiore di chi, avendo vissuto e sperimentato, riesce facilmente a comunicare. «Brevi», ma numerose ed «efficaci» meditazioni, come messa a fuoco di tanti tasselli di un itinerario che, con estrema semplicità, mano a mano che si dipana, apre una particolare prospettiva sulla figura di Pietro. Una sequela di Cristo «in un cammino senza idealizzazioni o illusioni, ma incontrando la nostra umanità». Seguire Gesù insieme a San Pietro (Todi, Tau Editrice, 2019, pagine 103, euro 12), di Ottavio De Bertolis, diviene pertanto la testimonianza di quella elaborazione teologica sotterranea che scaturisce, non tanto in ambito accademico, ma dall’intenso lavorìo interiore che produce incarnazione.

Hieronymus Bosch, «Giardino delle delizie»  (Museo del Prado, Madrid, 1480-1490, pannello centrale)

Di fatto per raggiungere il cuore delle donne e degli uomini del nostro tempo, è sempre più necessario un «cristianesimo incarnato» per usare una nota espressione di Simone Weil. «Conoscenza intima» di Cristo che si trasforma in profonda conoscenza di noi stessi, «delle dinamiche della coscienza». In questi termini dunque il rapporto al vangelo “edifica”, «ci “costruisce” come discepoli del Signore» e insieme ci trasforma in suoi testimoni.

Il libro propone un percorso che, attraverso la contemplazione della figura di Pietro nella sua realtà umana ed esistenziale, ci invita a misurarci con noi stessi, con la nostra esperienza di fede. Pietro esprime la fatica, ma anche la generosità, l’ardore di un uomo in carne e ossa che, chiamato e toccato da Gesù, si lascia prendere, si affida, mettendo a nudo tutti i suoi limiti e le sue fragilità. Accoglie «l’irruzione del soprannaturale», si apre alla meraviglia, accettando i dubbi e le turbolenze che ne derivano. Questo suo lasciarsi toccare profondamente, il suo affidarsi, lo pongono nella giusta condizione per ricevere il dono di grazia che è la fede e sarà proprio la fede che lo porterà per primo a riconoscere in Gesù il Cristo.

La pietra di fondazione dell’«assemblea» con cui Gesù indica l’insieme di coloro che egli chiama a seguirlo, cioè la “sua Chiesa”, va individuata dunque in quella risposta che «né carne né sangue possono rivelare», ma che scaturisce da un’esperienza autentica di fede. La risposta che travalica e costituisce la pietra di fondazione della Chiesa, è però posta a ognuno di noi. I «chiamati» solo se rispondono al dono di grazia che è la fede divengono «credenti», possono cioè con Pietro rispondere: «Tu sei il Cristo». Solo la confessione di fede fa di ogni credente una pietra viva. Gesù, assegnando a Simone il nome di Cefa, lo trasforma nell’«uomo-pietra, sul quale è costruito l’edificio spirituale». Osserva De Bertolis: «In greco bisogna passare dal maschile “Pietro” al femminile “pietra”, mentre in aramaico (Cefa) è la stessa parola».

La fede di Pietro è dunque la nostra stessa fede, «Pietro dice da solo, la fede che è di tutti, (…) è come la bocca di tutto il corpo». Ne deriva la prospettiva di un primato che riguarda essenzialmente lo stabilirsi di un rapporto intimo con Gesù. «Cristo è la vera pietra sulla quale tutti, Papa, vescovi, preti, diaconi, e tutto il popolo di Dio siamo edificati. Pietro è istituito per confermare la fede». La fede di Pietro aiuta ogni credente a ricordare che lui stesso è pietra viva, vivificata dall’unica roccia che è Cristo. Ognuno deve andare direttamente alla roccia per divenire come Pietro, pietra viva.

Ugualmente a ogni credente è dato il potere di perdonare. La consegna a Pietro delle chiavi del Regno e del potere di «legare e sciogliere», cioè di rimettere i peccati, non riguarda solo il sacramento amministrato dai sacerdoti. «Gesù dona a tutti noi la possibilità di perdonare, di sciogliere quei nodi di rancore e di malessere che legano le nostre vite rendendoci prigionieri del passato». Contemplando la fede di Pietro il credente vivifica la propria fede. Contemplando il potere consegnato a Pietro, vivifica la potenzialità che gli è consegnata di perdonare e di amare. Potenzialità che però per ognuno, come per lo stesso Pietro, si attiva facendo esperienza del perdono, facendosi amare da Cristo: «Se vogliamo imparare ad amare, dobbiamo prima lasciarci amare da Lui».

Il primato tuttavia non tutela Pietro da se stesso, dai propri schemi mentali, non lo tutela da Simone che spesso prevale in lui. Sarà infatti chiamato Satana perché arroccato su una visione distorta di liberazione, incapace di aprirsi alla novità che Cristo incarna. «Rimettiti dietro!» è il comando che prova e purifica la fede. Seguire Gesù vuol dire rinunciare a se stessi, alle proprie aspettative. L’atteso non è venuto a combattere il male per vincerlo, «Gesù mostra che egli avrebbe vinto l’ingiustizia che è nel mondo, accogliendola in se stesso».

Questo il grande ribaltamento inaccettabile: «Pietro pensa che Gesù sia venuto a vincere e invece Lui è venuto a perdere». Guardando a Pietro ogni credente è interrogato, la sua vicenda esistenziale si rifrange nella vita di ognuno. Serve continua conversione, sottoporsi allo sguardo di Gesù «lasciarsi fissare, scrutare dentro, svelare» perché la purificazione è un lungo processo. «La salvezza di Pietro sta proprio in quello sguardo; Pietro piange amaramente, ma non disperatamente».

Lo sguardo di Gesù che incontra lo sguardo di Pietro proprio nel momento in cui egli lo rinnega, lo salva dalla disperazione. Nel momento più buio si accende una luce del tutto imprevedibile. Il pianto amaro diviene sopportabile perché «addolcito dalla consapevolezza» dell’amore assolutamente fedele di Gesù. Il punto chiave sta però nel fatto che Pietro non si ritrae da quello sguardo, ma si lascia guardare, accetta di non nascondersi a se stesso. Questo rivela che ha imparato ad accogliere il perdono, ha imparato a lasciarsi amare dall’amore offrendo una grande testimonianza degli effetti concreti della fede, di come essa è capace di trasformare l’essere umano, aiutandolo a pacificarsi con se stesso, con le proprie fragilità, con il proprio peccato.

«La fatica di Pietro che è la nostra, è comprendere come il peccato dell’uomo, il rifiuto di Gesù, deve avvenire, cioè rientra nel piano di Dio». Affermazione inquietante anche per noi oggi perché ripropone il problema del male e lo scandalo della croce. «È sulla croce che Gesù ha vinto il peccato dell’uomo, perché lo ha accolto in sé; è morendo che ha vinto la morte, scendendo in essa, abitandola, per vivificarla dal di dentro».

La dinamica redentiva scaturisce dall’accogliere il peccato, metabolizzarlo attraverso l’amore. Errori e colpe rimossi comportano una falsa coscienza che consiste nella ferrea volontà di non volere vedere nella verità, di restare nel nascondimento: «dove sei? (...) mi sono nascosto» (Genesi 3, 9-10). Chi si apre alla fede e comincia a vedere, smaschera la falsa coscienza, non può non patire quello che vede. La forza redentiva dell’amore consiste nel restare nella verità. Non fuggire, vigilare anche quando avanzano le tenebre. Ed ecco che l’autore porta in scena il «discepolo amato» che, mentre tutti fuggono, rimane sotto la croce. Egli comprende «che Dio ha salvato il mondo non “nonostante” i peccati degli uomini, ma attraverso di essi». La Pasqua svela il volto misterioso dell’amore divino che consiste nell’accogliere il male, nel rigenerarlo prendendolo su di sé, soffrendolo per scioglierlo.

Da questo intenso tracciato ne deriva che la Chiesa sarà tanto più aperta, quanto più ogni suo membro sarà radicato nel centro, a esso conforme. L’unità non può essere che a essa intrinseca, cioè scaturire dalla forza di coesione implicita all’esperienza autentica di fede. Non si tratta più della struttura rigida, bensì di un corpo che si espande intorno a un centro vivente, a un fondamento che richiede la centratura in se stesso di ogni sua parte.

L’istituzione si dilata, si apre, cessa di poggiarsi su forme rigide quando non deve più tenere con la forza, bensì con la leggerezza che scaturisce dall’ordine superiore che la fonda, dalla grazia, dalla potenza di quell’amore puro attraverso cui Gesù chiama, attira, suscita, trasforma, ossia dalla potenza del suo Santo Spirito. Riferendosi ancora al discepolo amato l’autore osserva: «Quel che guida la fede non è l’istituzione, ma il carisma, non la struttura, ma l’amore, non il capo, ma il mistico». A Simon Pietro è assegnato il ruolo di punto di tenuta del corpo in quanto la sua figura diviene il paradigma di ogni esperienza concreta di fede, ma accanto a lui c’è il discepolo amato che costituisce la via mistica, l’esperienza viva dello Spirito. Entrambi sono come i due polmoni che devono andare all’unisono per non sopraffarsi.

di Antonella Lumini

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19 novembre 2019

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