Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La nascita
dei Monti di pietà

· Per la cura della casa comune / Economia francescana ·

Max Weber era ben consapevole ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo del fatto che è “pazzamente dottrinaria” la tesi stando alla quale “lo spirito capitalistico” fosse potuto sorgere “solo” come «emanazione di determinate influenze della Riforma o che addirittura il capitalismo come sistema economico sia un prodotto della Riforma».

Chiostro del duomo di Bressanone (particolare degli affreschi, XIV-XVI secolo)

Oggi la storiografia è consapevole della rilevanza svolta dai tardo scolastici della Scuola di Salamanca e, ancor prima, della riflessione teorica della Scuola economica francescana, riconoscendo il ruolo svolto dai Monti di pietà e dai Monti frumentari per la promozione della crescita economica e dello sviluppo umano.

Attenti agli aspetti concreti dell’evangelizzazione, i francescani si erano resi conto dell’impossibilità per le famiglie meno abbienti di avere accesso al credito a un equo tasso di interesse ed erano testimoni del dramma di tante famiglie precipitate in miseria perché strangolate da usurai — ebrei e cristiani — senza scrupoli. Sta proprio qui, appunto, la ragione principale della creazione dei Monti di pietà: istituzioni concepite come mezzo di “cura” della povertà, di lotta all’usura e di sviluppo economico e sociale.

Fu frate Barnaba Manassei da Terni a fondare a Perugia il 13 aprile del 1462 il primo Monte di pietà. Frate Barnaba, che tra il 1460 e il 1462, insieme a frate Michele Carcano da Milano, aveva predicato a Perugia contro l’“usura”, convinse gli amministratori della città a istituire un banco di prestito su pegno. Il tasso d’interesse avrebbe dovuto conservare la quantità di denaro necessaria a mantenere il flusso dei prestiti. Come scrive Oreste Bazzichi: «L’istituzione si formò con i proventi di donazioni e di elemosine [...] Faceva prestiti a mercanti ed artigiani ed escludeva prestiti per spese di lusso. Il tasso di interesse non superava il 6%».

Subito dopo quello di Perugia, l’istituzione dei Monti di pietà si diffuse in Umbria e nelle Marche per estendersi successivamente soprattutto nell’Italia del Nord. Nel 1463 il Monte di pietà fu fondato a Orvieto e a Gubbio; nel 1464 a Pesaro e l’anno dopo, nel 1465, a Foligno; nel 1466 a Norcia, a L’Aquila e Borgo San Sepolcro; nel 1467 a Terni; e il 14 giugno del 1468 ad Assisi. Qui, ad Assisi, a dare man forte al Monte di pietà fu fra Giacomo della Marca, il quale dimorò nell’eremo delle Carceri tra il 1468 e il 1471. Nell’estate del 1485 arrivò ad Assisi fra Bernardino da Feltre, il cui impegno di predicatore si profuse nella difesa dei Monti di pietà, e che pochi mesi prima, nel 1484, aveva fondato il suo primo Monte a Mantova. Monti di pietà sorsero nel 1469 a Spoleto e a Trevi, nel 1471 a Viterbo, nel 1473 a Bologna, nel 1483 a Milano e Genova, nel 1484 a Brescia e Ferrara, nel 1486 a Vicenza. In un secolo, dal 1462 al 1562, si potettero contare duecentoquattordici Monti di pietà. Con l’istituzione dei Monti di pietà i francescani si immersero nella concretezza della vita quotidiana della gente.

C’è stato chi, studiando certi Statuti dei Monti di pietà, è giunto a dire che non poche idee in essi contenute le ritroviamo, per esempio, in pagine di Amartya Sen. E qui una domanda è inevitabile: i banchieri odierni non hanno proprio nulla da imparare da quei francescani che han dato vita ai Monti di pietà e ai Monti frumentari?

Aspra è stata la discussione tra teologi, moralisti, giuristi di varie Università dell’epoca sul problema dell’interesse sul prestito. I teologi e moralisti domenicani e agostiniani erano contro ogni forma di interesse e addirittura anche contro il semplice rimborso spese. E pure tra i francescani l’argomento dell’interesse sul prestito fu oggetto di contese come dimostrano gli scontri che si ebbero nel capitolo generale dell’Osservanza di Firenze del 1493. Ebbene, dinanzi a simili dispute, non c’è forse da restare esterrefatti di fronte agli attuali immotivati e stratosferici stipendi di manager di istituzioni pubbliche? Il privilegio fa parte della logica della corte, è la negazione del merito, un pericolo per la democrazia. Certo, la libertà viene prima dell’uguaglianza: in una società aperta diseguaglianze e iniquità potranno senz’altro venir attenuate e magari rese sopportabili, mentre questo non potrà accadere in una società chiusa dove le disuguaglianze cresceranno diventando inattaccabili. Privilegi acquisiti e privilegi reclamati o richiesti sono il sintomo del marciume morale di una politica trasformata in greppia dove si affollano servi in livrea e “clarinetti” ben remunerati — veri Dracula mascherati da “servitori dello Stato”. Dracula: le favole sono vere, diceva Italo Calvino. Pensioni, stipendi e liquidazioni milionari; sono la vergogna di una politica marcia. Sono realtà da sradicare e non perché siamo comunisti, ma semplicemente perché siamo liberali: merito e non privilegi. Un Paese infestato da feudatari, vassalli, valvassini e valvassori, da turiferari, mezzani e “poeti di corte” è un Paese dove i cittadini sono indotti a trasformarsi in accattoni ricattatori e ricattabili che per mestiere fanno gli elettori.

di Dario Antiseri
Professore emerito di Metodologia delle scienze sociali
Luiss, Guido Carli, Roma

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE