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​La musica
non è per i musicisti

In molti hanno definito Benedetto XVI un musicista. Il fatto di saper decifrare un pentagramma e di avere una certa competenza nel poggiare le mani sul pianoforte lo renderebbe tale. In realtà Joseph Ratzinger non è mai stato un musicista, però è tedesco. È nato e cresciuto in un’area geografica, molto più ampia della Germania, dove la musica fa parte delle conoscenze di un intellettuale, come in altre zone la letteratura, la pittura, l’architettura. La matematica no, troppi numeri.

Lo scrive Marcello Filotei aggiungendo che il rapporto tra gli intellettuali e l’arte dei suoni nella Mitteleuropa è una questione di cultura generale. Come lo era per i greci. Però tanto tempo fa. Non a caso, nella Scuola di Atene di Raffaello Pitagora è seduto in primo piano, mentre legge un grosso libro. Qualcuno, forse Telauge, gli regge una tavoletta nella quale si leggono simboli che sono stati visti come schemi delle concordanze musicali, cioè la suddivisione tipicamente pitagorica dell’ottava musicale. Funzionava così ad Atene, le arti comunicavano.

Se in altre zone del vecchio continente questa relazione stretta tra musica e pensiero non è sempre stata alimentata dagli studiosi, quando si superano le Alpi e si punta a nord capita spesso di imbattersi in grandissimi pensatori che utilizzano per interpretare la realtà anche i capolavori musicali. Per questo Quando Benedetto xvi parlava di musica non lo faceva da musicista, ma da teologo. E così fa anche Karl Barth, quando in una intervista radiofonica ricorda di avere approfondito alcuni di questi temi in un libro intitolato Confessione a Mozart. Ma quando parla del grande compositore salisburghese non è interessato agli aspetti tecnici, ovviamente, ma a scoprire come l’arte e quell’artista in particolare lo possa aiutare nella sua riflessione. «Potrei dire che quella che io ascolto in Mozart è una parola ultima sulla vita, nella misura in cui può essere espressa da uomini». Ed è un teologo a dirlo.

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