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Quel penny sfigurato

· Le suffragette e la lotta per il voto delle donne in Gran Bretagna ·

«Fino a qui ci siamo mossi in un mondo di cose in gran parte fatte, commissionate o possedute da maschi», scrive in La storia del mondo in 100 oggetti (Milano, Adelphi, 2015, pagine 706, euro 24.90) Neil Mac Gregor, dal 2002 direttore del British Museum. «Teoricamente, anche l’oggetto in questione reca l’effige di un re, ma le donne se ne sono impossessate e lo hanno sfregiato con uno slogan di protesta contro le leggi dello Stato».

La moneta con il profilo di Edoardo vii e la scritta allora considerata infamante

Al punto 95 del suo incredibile elenco, infatti, Mac Gregor colloca il penny inglese raffigurante l’elegante profilo di Edoardo VII, «sfigurato da un gesto considerato, all’epoca, criminale. Sulla testa del re sono infatti incise, in stampatello, le parole Votes for Women, e la moneta rappresenta quindi tutte le donne che hanno combattuto per il diritto di voto. Gli ultimi oggetti che abbiamo esaminato raccontavano la produzione e i consumi di massa: questo racconta invece la nascita dell’impegno politico di massa». 

Il penny in questione fu emesso nello stesso anno in cui nacque la Women’s Social and Political Union (Wspu). Fondata a Manchester nell’ottobre del 1903 da Emmeline Pankhurst e sua figlia Christabel nella loro casa di Nelson Street, la Wspu sorse con il dichiarato intento di rompere con i metodi della National Union of Women’s Suffrage Societies, nata nel 1897 e accusata di essere troppo pavida e moderata. E, per questo, fallimentare.
Oltremanica, la campagna per il suffragio femminile scoppiò poco dopo il Great Reform Act del 1832, ma la vera battaglia — con tanto di propaganda, strategie, feriti, morti, vincitori e vinti — ebbe inizio con il Novecento. Dapprincipio le militanti per il voto vennero chiamate “suffragiste”, ma nel 1906 il già popolare Daily Mirror coniò il termine “suffragette”. Voleva essere un diminutivo derisorio per distinguerle dalle donne meno aggressive: divenne un marchio di fabbrica.
Se gran parte degli Stati occidentali fu segnata da rivendicazioni in favore del voto alle donne, in Gran Bretagna la lotta per il suffragio ebbe caratteri precipui, alcuni positivi e divertenti. Ne sono un esempio la ragguardevole produzione di oggetti inneggianti alla causa e a modalità adottata per diffonderli: per vendere bandiere, manifesti, abiti, accessori, saponette, gioielli, servizi da the, giochi di società nonché, meno pubblicizzati, borsette con porta fionda e ombrelli dalla punta rinforzata, infatti, nel gennaio 1909 venne aperto a Londra il primo negozio di prodotti suffragisti.
Altri aspetti tipici del suffragismo inglese ebbero invece tratti negativi: l’elemento che più colpisce, sia l’osservatore di oggi che lo spettatore di ieri, è sicuramente la presenza di una notevole dose di violenza. Una violenza che caratterizzò entrambe le parti del conflitto: alle illegali forme di protesta adottate dalle emancipazioniste corrispose, infatti, da parte delle autorità una durissima repressione a suon di pestaggi, detenzioni e alimentazioni forzate.
Proprio per la sua capacità di cogliere i tanti aspetti della vicenda inglese, una lettura interessante è Suffragette. La mia storia (Roma, Castelvecchi, 2015, pagine 240, euro 17,50) di Emmeline Pankhurst (1858-1928). Madre di cinque figli, giovane vedova costretta a lavorare per mantenere la famiglia, la fondatrice della Wspu fu infatti l’ispiratrice e la guida della più dura battaglia per i diritti femminili della storia occidentale, come testimonia il suo diario.
Dal racconto risulta tutto. La militanza tramandata di madre in figlia, l’enorme fatica di una battaglia quotidiana, la rottura degli equilibri familiari, le diverse reazioni dell’opinione pubblica, la scelta di passare dalle parole all’azione («Avevo invitato le donne a unirsi a me nel colpire il governo nell’unica cosa di cui si preoccupano davvero i governi — la proprietà — e la risposta fu immediata»). E ancora, i ritratti delle tante protagoniste di quei turbolenti anni (dalle figlie Christabel e Sylvia ad Annie Kenney, passando per Mary Clarke e Cecilia Wolseley Haig, morte in seguito alle detenzioni, e lady Constance Lytton, sorella del conte di Lytton, che si travestì per non farsi riconoscere dalle autorità carcerarie evitando così un trattamento di favore). E poi promesse mai evase del governo, i difficilissimi rapporti con tanti politici che hanno fatto la storia inglese, Churchill in testa, e quelli costruttivi con le suffragette statunitensi.
Pankhurst descrive con passione le strategie di lotta: la rottura delle finestre («è un modo radicale di dimostrare il malcontento in una situazione politica. Rompere le finestre, se lo fanno gli uomini inglesi, è considerato sincera espressione di un’opinione politica; se lo fanno le donne inglesi, è trattato come un crimine»), le lettere esplosive e quelle distrutte con sostanze chimiche corrosive («nel complesso si stimò che oltre cinquemila lettere andarono completamente distrutte e altre diverse migliaia furono recapitate in ritardo»), il lancio di pietre, la rottura di vetrine (tra cui quelle di alcuni dei più eleganti club londinesi e delle residenze dell’altezza reale e dell’arcivescovo di Canterbury). L’acido versato sui campi da golf, le linee del telefono e del telegrafo tagliate, gli incatenamenti alle inferiate del 10 di Downing Street, le serre divelte di Kew, la teca della stanza dei gioielli della Tower of London ridotta in frantumi, la casa di campagna in costruzione di Lloyd George parzialmente distrutta da una bomba fatta esplodere prima dell’arrivo degli operai, il salone delle feste di Regents Park raso al suolo, gli incendi di chiese e di altri edifici abbandonati, fino alle irruzioni nelle sedi istituzionali.
D’altro canto, non manca la descrizione della risposta dell’autorità: i pedinamenti della polizia, la violenza degli arresti (lo storico Andrew Rosen ha calcolato che le suffragette detenute furono in totale 1085), l’iniziale senso di disagio per donne della classe media negli ambienti sporchi, bui e promiscui del terribile carcere di Holloway, le crudeltà che subirono. E a fronte della decisione di Wallace Dunlop, poi seguitissima dalle altre militanti, di attuare lo sciopero della fame (1909), rivendicando di essere una detenuta politica, ecco la terribile risposta delle autorità: alimentazione forzata.
Vista, infatti, la caparbietà con cui le suffragette portarono avanti i loro scioperi della fame (che si evolsero poi in scioperi della sete), fu messo a punto un piano di alimentazione forzata: dopo aver saldamente legato la detenuta, a forza le veniva introdotto dalle narici o dalla bocca fin nello stomaco un tubo di caucciù lungo quasi due metri, con una miscela di latte, pane e cognac (a cui verranno poi aggiunte sostanze antivomito). Le donne venivano così psicologicamente distrutte e fisicamente provate. Oltre alle infezioni (vista la dubbia pulizia del tubo e la frequenza del suo uso) l’alimentazione forzata causava nausee, crampi, emicranie e forti infiammazioni. «Nessuna legge — scrive Pankhurst — consentiva quelle pratiche se non per soggetti certificati come malati di mente, e anche nel caso in cui l’operazione fosse eseguita da infermieri qualificati sotto la direzione di personale medico qualificato, non si potrebbe definire sicura».
Pankhurst racconta quindi le reazioni inorridite dell’ambiente medico e la lunga denuncia della rivista scientifica «The Lancet», che definì l’alimentazione forzata misura indegna di un Paese civilizzato. Racconta delle donne morte a seguito della detenzione («Non è possibile pubblicare una lista completa di tutte le donne che sono morte o sono rimaste menomate a vita nel corso delle agitazioni per il suffragio in Inghilterra»). E ancora, l’ideazione, la promulgazione e l’applicazione del terribile e ipocrita Cat and Mouse Act (il nome ufficiale era Prisoners’ Temporary Discharge Bill) voluto dal liberale Reginald McKenna: quando si arrivava a temere per la sopravvivenza della suffragetta indebolita dallo sciopero della fame e dall’alimentazione forzata, la si rilasciava pro tempore prima che avesse finito di scontare la condanna per riarrestarla (di solito qualche settimana dopo) quando si fosse rimessa in forze. Non manca infine nel diario di Emmeline lo shock per la terribile morte di Emily Wilding Davison, lanciatasi durante il derby di Epson sotto un cavallo in gara come segno di protesta. Il grande funerale del 14 giugno 1913 fu un momento toccantissimo.
La prigione, però, ebbe anche degli aspetti positivi: fu il luogo in cui le suffragette acquistarono il senso della loro forza di resistenza, nonché la percezione della lotta comunitaria che conducevano. Del resto, il fatto che la Wspu mandasse ogni sera un’orchestra a suonare sotto le mura della prigione di Halloway aiutava le prigioniere a non sentirsi sole e dimenticate. Poi, improvvisamente, la lotta si interrompe. Animate da un patriottismo autentico, le suffragette, infatti, sospesero unilateralmente le ostilità allo scoppio della prima guerra mondiale. Così infatti Emmeline conclude il suo racconto: «Le nostre armi, per il momento, sono state deposte, perché non appena la minaccia di una guerra straniera è calata sul nostro Paese, abbiamo dichiarato la totale cessazione delle ostilità».
E se nel 1918 le donne inglesi ultratrentenni ottennero l’elettorato attivo, solo dieci anni dopo esso fu esteso a tutte coloro che avessero compiuto 21 anni. Trasformandole, cioè, in cittadine al pari degli uomini.
«Ora — conclude Mac Gregor — cento anni dopo che una mano ignota ha scritto sul nostro penny Votes for Women, è stata coniata una nuova moneta da 50 penny per ricordare il centenario della Women’s Social and Political Union. Sul dritto la regina, una donna, e sul rovescio un’altra donna - una suffragetta incatenata a un’inferriata vicino a un cartello dove si leggono le parole Give Women the Vote».

di Giulia Galeotti

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14 ottobre 2019

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