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La moltitudine
dei numeri primi

· A lezione da Dostoevskij ·

Pubblichiamo stralci dell’introduzione al libro «Il sogno di un uomo ridicolo e altri racconti dal Diario di uno scrittore» a cura di Tat’jana A. Kasatkina ed Elena Mazzola (Brescia, Morcelliana, 2019, pagine 240, euro 18)

Elena Mazzola, Tat’jana A. Kasatkina e Andrea Simoncini durante una conferenza su Dostoevskij (Firenze, 21 gennaio 2012)

La ragione per cui i ragazzi di oggi sono attirati dalla filosofia di Dostoevskij e sentono il bisogno di accostarsi a essa ha a che fare con lo scopo stesso per cui lo scrittore ha scritto i testi letterari nei quali la sua filosofia è insita: Dostoevskij ha voluto offrire al lettore dei modelli di comportamento orientati a permettere all’uomo di pensare, esistere e relazionarsi al mondo in modo nuovo, a un altro livello. L’ordine dei fattori di cambiamento è assolutamente preciso: il primo si pone a livello del comportamento, cioè dell’esperienza personale; a partire da questo l’uomo si può spalancare a un nuovo e diverso modo di pensare e di sentire il mondo.

Nella situazione attuale, in un momento storico in cui l’immagine e la percezione che l’uomo ha di quale sia il suo posto nel mondo stanno subendo mutamenti impetuosi, questi modelli di comportamento sono straordinariamente richiesti e necessari.

Le domande che Dostoevskij mette al centro della sua opera sono, infatti, le stesse che i giovani d’oggi riconoscono essere essenziali per vivere. (…) Sulla base di quanto ho osservato, sono arrivata a constatare che l’interazione tra la posizione esistenziale dei giovani e degli adolescenti di oggi e la filosofia di Dostoevskij si realizza, innanzitutto, secondo le linee di forza di alcune domande.

In che rapporto sono l’uomo e il mondo, e come si costruisce questo rapporto? È l’uomo a dipendere dal mondo, o il mondo dall’uomo? Cioè: l’uomo è definito dal mondo in cui si è trovato a esistere? Deve occupare nel mondo uno spazio già predeterminato? Per occupare il suo spazio deve costringere gli altri a stringersi? O, invece, la comparsa di un nuovo uomo cambia il mondo, offrendogli delle possibilità che non aveva e uno spazio e un tempo nuovi che prima non erano accessibili a nessuno?

In altre parole: che cosa produce nel mondo la comparsa di un nuovo essere umano? L’esaurimento o l’arricchimento del mondo? (…) Che cosa caratterizza il rapporto uomo-mondo? Miseria e impotenza oppure l’onnipotenza del “piccolo” uomo rispetto al mondo? Cioè: perché l’uomo si sente “piccolo” di fronte al mondo? È una percezione di sé che dipende dalla sua natura o è invece qualcosa che gli viene imposto dalla società che si prefigge lo scopo di raggiungere e garantire la stabilità, di conservare quello che c’è, inserendo rigidamente quanto di nuovo compare nel perimetro di ciò che già esiste? (...) Come si raggiunge l’onnipotenza umana? Come si fa a cambiare il mondo? Cioè: dove può trovare l’uomo le leve, gli strumenti che gli permettano di influire sul mondo, dando vita a cambiamenti contemporaneamente davvero imponenti e non distruttivi?

Che cosa significa “cambiare il mondo cambiando se stessi”? E cioè: perché devo essere io stesso lo strumento sul quale far leva, per produrre un cambiamento e ottenere un risultato che vada molto al di là del mio solo cambiamento personale?

Perché il sacrificio di sé e il donarsi totalmente (cioè l’uscire dai confini di se stessi) non portano a una riduzione, ma, al contrario, a un incremento di me, che coincide con la mia realizzazione? Come può, cioè, il dono di sé creare dei legami con gli altri e influire sul mondo?

E rimane l’ultima domanda che, essendo una domanda molto pratica, richiede un’ulteriore precisazione: quello che interessa ai giovani e agli adolescenti di oggi è esattamente la pratica; tutte le loro domande, infatti, mirano a capire non come pensare, ma come fare. I ragazzi percepiscono in maniera decisamente pratica anche il pensiero e si chiedono istantaneamente quali azioni e quali modalità di esistenza derivino da una determinata concezione del mondo.

A mio modo di vedere, si tratta proprio del modo migliore di approcciarsi a qualsivoglia pensiero o concezione. Ecco allora una domanda che consente a un adolescente di provare subito a mettere in pratica un nuovo modo di esistere (perché è proprio così che, normalmente, percepisce la sua condizione esistenziale un ragazzo nell’età adolescenziale, anche quando è socialmente ben inserito): Come si fa a dare “tutto”, se non si ha “niente”? (...) Dostoevskij risponde a queste domande in tutti i suoi testi, ma le affronta in modo più mirato e concreto soprattutto nelle pagine del suo Diario di uno scrittore del 1876-1877 e, in parte, anche in quelle dei numeri successivi della rivista che escono nel 1880-1881. Il Diario stesso, infatti, è stato pensato dal suo autore proprio come uno spazio destinato a offrire risposte a domande di questo tipo. Per Dostoevskij, però, la dimensione in cui si possono rintracciare le risposte a tali domande non è riducibile ai confini in cui noi circoscriviamo abitualmente la “realtà”; si tratta, invece, di uno spazio diverso, più grande, incommensurabile, che lo scrittore segnala ai suoi lettori, definendo i testi del suo Diario, nei quali propone più direttamente le sue risposte, come «fantastici» o di genere «fantastico». (…)

Di fatto, semplicemente, Dostoevskij non si sarebbe potuto permettere di dichiarare apertamente, cioè non interiormente, quelli che voleva fossero l’indirizzo, le convinzioni e gli scopi per cui si accingeva a pubblicare il suo Diario, esattamente così come non si sarebbe mai potuto permettere di esplicitare nella versione definitiva dei Demoni il programma sociale che aveva appuntato a più riprese nei taccuini del romanzo e che sostanzialmente si riduce alle parole «Se tutti fossimo Cristi…». E questo «tutti Cristi» è davvero un ritornello che nei taccuini dei Demoni si ripete in vario modo, sempre e comunque per indicare l’unico modo possibile di operare delle reali trasformazioni sociali: «Sacrificare e sacrificare, allora saremo tutti reciprocamente felici, se presupponiamo di essere tutti Cristi»; «Se immaginassimo di essere tutti Cristi potrebbe forse esserci il pauperismo? Nel cristianesimo perfino la mancanza di cibo e di combustibili porterebbero alla salvezza (uno può non lasciar morire un bambino e morire lui stesso per il suo fratello)»; (…) «Immaginate che tutti siano Cristi, sarebbero mai possibili tutti gli scombussolamenti odierni, i disagi, il pauperismo? Chi non capisce questo non capisce niente del cristianesimo e non è cristiano. Se anche la gente non avesse la minima nozione di che cosa sia lo stato o di qualsivoglia scienza, ma tutti fossero Cristi, sarebbe forse possibile che non si realizzasse subito, istantaneamente, il paradiso?».

Dostoevskij non si sarebbe potuto permettere di esporre a chiare lettere questo programma proprio per il suo grado di “fantasticità”. Tuttavia Dostoevskij era convintissimo del fatto che per cambiare radicalmente il mondo bastasse anche solo una personalità sviluppata e il suo scopo era quello di informare i suoi lettori dell’esistenza di questa possibilità, comunicando loro anche le modalità “tecniche” per metterla in pratica. Si può dire che volesse inculcare in loro questa conoscenza.

Lo scrittore dichiara i suoi convincimenti e il suo programma in modo quasi del tutto esplicito in un brano del Diario: «Gli eroi, voi, signori romanzieri, cercate sempre gli eroi — mi ha detto in questi giorni un tale che ne ha viste di tutti i colori — e non trovando da noi alcun eroe, vi arrabbiate e brontolate contro tutta la Russia. Beh, e allora vi racconto un aneddoto io: c’era una volta un impiegato, molto tempo fa, nel regno del defunto Sovrano, che dapprima prestò servizio a Pietroburgo, poi, pare, a Kiev, e lì morì; ecco qua, a quanto sembra, tutta la sua biografia. Mentre invece, che lo crediate o meno, quell’uomo così modesto e taciturno aveva talmente sofferto in animo suo e per tutta la sua vita, perché esistevano degli uomini che vivevano da servi della gleba, in schiavitù, cioè per il fatto che da noi un uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, fosse così servilmente alle dipendenze di un altro uomo come lui, che aveva iniziato a risparmiare il suo miserrimo salario, negando a se stesso, alla moglie e ai bambini quasi anche il necessario, per riscattare dal suo padrone e mettere in libertà, man mano che metteva via i risparmi, dei servi della gleba. Uno ogni dieci anni, si capisce. In tutta la sua vita egli riscattò in questo modo tre o quattro persone e quando morì non lasciò nulla alla famiglia. Tutto ciò accadde senza che nessuno ne sapesse mai niente, in un sordo silenzio. Certo, che eroe fu mai questo “idealista degli anni Quaranta” e niente più, un uomo che era perfino ridicolo, forse, goffo, perché pensava di poter debellare interamente tutta la catastrofe grazie a un minuscolo caso privato; (…) ecco che genere di persone ci servirebbe! Io amo terribilmente questo tipo di piccolo uomo comico che si immagina, del tutto seriamente, di essere in grado di aiutare la causa comune con la tenacia del suo microscopico agire, senza aspettare che le cose debbano iniziare da un sollevamento generale».

Senza mai dirlo direttamente e, addirittura al contrario, sottolineando in tutti i modi possibili che giungere a una tale conclusione sarebbe ridicolamente impossibile, Dostoevskij propone al lettore un pensiero assolutamente “fantastico” che ripeterà poi in modo regolare nelle pagine successive del Diario di uno scrittore e arriverà a esprimere nella sua forma definitiva nel Sogno di un uomo ridicolo: un uomo del tutto ignoto, di cui nessuno al mondo aveva mai saputo nulla, vivendo in profondo accordo con i moti più profondi del suo animo, ha liberato dalla schiavitù, in un silenzio assordante, tre o quattro persone, e il risultato è che vent’anni dopo tutta la Russia, in un unico impeto, ha abolito completamente la servitù della gleba. L’umanità, suggerisce velatamente Dostoevskij, lasciando ai suoi lettori la possibilità di cogliere il suo pensiero, è un organismo unitario, e se una sua cellula smette di vivere secondo le regole che le erano state imposte, iniziando invece a seguire i desideri più veri e profondi del suo cuore e sacrificando a questo scopo tutto, allora, dopo venti o cento anni o sia pure nella notte dei secoli, quando che sia, ma prima o poi si ricostruirà l’organismo intero, perché quel movimento ormai si è avviato e non potrà più essere arrestato. Un solo uomo che cambi semplicemente se stesso incamminandosi sulla strada di un esistere vero, sulla strada della sua reale predestinazione di uomo, cambia, inevitabilmente, tutto il mondo e l’umanità intera.

Basterebbe smettere di soffermarsi a rimuginare sulla propria miseria e provare, invece, ad accorgersi del bisogno degli altri per scoprire all’istante che cosa potremmo dare. (…) C’è poi un’ulteriore ragione per la quale possiamo affermare che i giovani dell’inizio del terzo millennio rilevano nelle opere di Dostoevskij qualcosa che per loro è di vitale importanza, ed è quando riconoscono la sua filosofia interiore, alla quale l’autore accosta l’invito concreto a metterla in pratica, come fa lui stesso con tutta la sua vita. Questa filosofia, infatti, risponde per la prima volta in modo non enigmatico, ma logico e trasparente alla domanda su “che cosa significhi essere davvero primi” e su “che cosa voglia dire che è davvero primo chi è secondo”.

Dostoevskij mostra in modo abbastanza diretto […] che siamo tutti primi per diritto di nascita. Siamo tutti dei re, «Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale» (1 Pietro ii. 2, 9), e il primo posto è garantito a tutti, già per il semplice fatto di esistere: ognuno è il protagonista della sua propria vita. In definitiva, si potrebbe in fondo descrivere tutta la storia del mondo come interamente finalizzata a uno qualsiasi tra noi, o leggerla a partire da uno di noi, e vederla mutare nel suo svolgimento a causa della propria comparsa. Si può dire, ad esempio, che la guerra dei cent’anni sia scoppiata affinché la bis-bis-bis-bisnonna di qualcuno potesse incontrare il suo bis-bis-bis-bisnonno. E questo è vero per ognuno di noi.

Ma, allora, in che cosa consistono la nostra eccezionalità e la nostra grandezza? Da dove derivano? Come possono manifestarsi? L’eccezionalità e la grandezza di un uomo si mostrano quando egli accetta il ruolo di essere il secondo nella vita di un altro. Quando noi oltrepassiamo i confini della nostra vita, di quella vita in cui i protagonisti principali, i primi, siamo noi. Quando, cioè, superiamo noi stessi, andiamo oltre la nostra storia e diventiamo dei partecipanti indispensabili alla storia degli altri, accettiamo il ruolo di personaggi secondari che aiutano il protagonista a realizzarsi al massimo delle sue possibilità. E quanto più nella nostra vita riusciremo a essere questi secondi, tanto più influiremo su tutto il muoversi della storia umana, eserciteremo un’azione determinante sul movimento dell’umanità intera che tende a trovare la sua forma ideale. Questo compito di essere i secondi è esattamente ciò con cui Cristo identificò lo scopo della Sua venuta, quando disse che il Figlio dell’uomo «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Matteo, 20, 28).

Per Dostoevskij è proprio questo il risultato naturale e splendido dello sviluppo di una personalità che abbia raggiunto l’ultimo gradino nel suo cammino di ascesi verso la verità di se stessa.

di Tat’jana A. Kasatkina

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