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La mistica secondo Gertrude di Helfta

· ​Clausura e apertura alla realtà esterna ·

Il convegno su Gertrude di Helfta, tenutosi a Roma (15-17 novembre 2016) per la tematica teologica prescelta: La «divina pietas» e la «suppletio» di Cristo in san Gertrude di Helfta: una soteriologia della misericordia (Roma, Studia Anselmiana, 2017, pagine 259) si è dimostrato in sintonia con l’anno della divina misericordia.

Miguel Cabrera, «Santa Gertrude» (XVIII secolo)

Tutti gli interventi, chiari e profondamente fondati, hanno risposto all’interrogativo lanciato in apertura dall’abate generale dell’Ordine dei Cistercensi, Mauro-Giuseppe Lepori: Perché abbiamo bisogno di santa Gertrude oggi? che proseguiva: «La nostra è una cultura in cui la distrazione e la dimenticanza sono istillate costantemente e capillarmente nei nostri occhi, nelle nostre orecchie, nei nostri pensieri e sentimenti». Immediatamente ne indicò il rimedio: «più che mai abbiamo bisogno di persone mistiche che in mezzo a tutto questo riescono ad annunciarci, partendo da un’esperienza, da un riconoscimento reale: “è il Signore!”: c’è il Signore! Il Signore è qui. “Il Maestro è qui e ti chiama”. Proprio per questo abbiamo bisogno di santa Gertrude».
Gertrude di Helfta, vissuta in un monastero per tutta la vita, ha potuto respirare un’aria intellettuale e spirituale d’eccezione, condividendo il suo quotidiano con le mulieres sanctae, «un appellativo dovuto anche alla trasmissione delle loro opere, che le vede sempre una accanto all’altra, sul piano tematico e sul piano della tradizione manoscritta» (C. U. Cortoni).
Il gruppo, iniziato dalla beghina Matilde di Magdeburgo e da Matilde di Hackerborn, dette vita a un circolo mistico fra i più importanti della seconda metà del xiii secolo. Sorse così lo stile di Helfta. Gertrude, la più giovane, trascrisse ed editò le visioni delle due Matilde, che ispirarono anche il circolo degli Amici di Dio di Basilea e le cui opere furono ampiamente conosciute e stimate dalla fine del XIII secolo fino all’inizio della Riforma.
Il linguaggio di queste donne è particolarmente interessante perché si esprime «nel miracolo della lingua materna che, collocandosi a metà strada tra l’esperienza e il linguaggio, nomina e dice le cose ancora prima che queste si intrappolino nelle categorie logiche» afferma Antonio Montanari richiamandosi a Luisa Muraro.
La pietas, così come la concepisce santa Gertrude nel suo variegato linguaggio simbolico per esprimere l’ineffabilità di Dio, «è destinata in particolare a sottolineare la qualità della tenerezza misericordiosa», mentre la suppletio «si colloca nell’orizzonte del rapporto tra la vita e la passione e morte di Cristo e la nostra salvezza, presentandosi come rilettura, sul versante dell’esperienza spirituale, di temi propri della soteriologia tipica del suo tempo» (M. A. Tescari).
Gertrude conobbe un percorso spirituale radicato nella grammatica, cioè nello studio delle arti liberali, fino a divenire teologa innamorata di Cristo nel 1281, dopo la sua prima visione. «Tutta la preghiera di Gertrude si fonda sull’unione con Cristo e si centra soprattutto sulla passione e la morte di Cristo. Questo diventa il modo di entrare in contatto con Cristo» (M. Carpinello).
La studiosa sottolinea, citando lo studioso Schmitz, come nel medioevo, in Germania, i monasteri femminili divennero «centro d’attrazione e scuole per fanciulle di famiglie distinte, che vi ricevono un’educazione conforme al rango. Alcune, terminati gli studi, entrano in clausura, altre tornano a casa, portandovi le conoscenze di cui hanno fatto scorta», quindi «le benedettine apparvero quali le prime donne colte di Germania, quelle che hanno contribuito a fare l’anima tedesca del medioevo».
Una ricca raccolta iconografa, a cura di M. C. Ghitti, impreziosisce il volume.
Maria Augusta Tescari, trappista dell’abbazia di Valserena, curatrice degli atti e postulatrice della causa di dottorato di Santa Gertrude, si inserisce nella scia di questa antica tradizione che, seguendo la grande santa, vede e vive la liturgia come l’«epifania di Dio, luogo della sua presenza… dove Dio si comunica in modo vitale».

di Cristiana Dobner

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