Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La missione della Chiesa
nel paese del Sol Levante

· Nella testimonianza di David Wessels, gesuita statunitense da cinquant’anni in Giappone ·

Il suicidio, la depressione o il fenomeno dell’hikikomori (l’isolamento dei giovani che scelgono di ritirarsi dalla vita sociale) sono «forme di alienazione e difficoltà nei rapporti sociali, vere piaghe per la società giapponese. La Chiesa cattolica, con altri gruppi religiosi, cerca di affrontare questi problemi». Parte da un’analisi sociologica e da una riflessione sulla missione della Chiesa in terra nipponica la testimonianza di David Wessels, settantatreenne gesuita statunitense, missionario in Giappone fin dal 1970, oggi professore emerito alla Sophia University di Tokyo. Dopo quarantesei anni dedicati all’insegnamento e una vita trascorsa nel Paese del Sol Levante — dove tuttora risiede, contribuendo alle attività promosse nella parrocchia vicina al prestigioso ateneo della Compagnia di Gesù — padre Wessels condivide con «L’Osservatore Romano» la sua visione sulla presenza del piccolo gregge dei cattolici in Giappone.

Il gesuita esordisce notando la dinamica propria della diffusione del messaggio cristiano: l’attrazione, spesso citata da Papa Benedetto XVI e da Papa Francesco. «La presenza delle istituzioni cattoliche, di scuole, chiese, associazioni, è generalmente apprezzata», rileva. «E — continua — a seconda della regione o del contesto particolare, il messaggio cristiano genera attrazione per ragioni diverse: nelle metropoli nipponiche la fede cattolica può distinguersi come un’interessante alternativa agli stili di vita della cultura contemporanea», segnati da efficientismo e consumismo. «In alcune località più piccole potrebbe capitare di non incontrare mai direttamente una persona di fede cattolica, mentre in altre città come Nagasaki, la comunità dei fedeli è piuttosto riconoscibile. Nondimeno, la testimonianza evangelica personale, nella vita quotidiana, resta ancora il modo ordinario con cui le persone incontrano Cristo Gesù in Giappone e possono restarne attratte», spiega.

La questione del credo religioso per alcuni è una sorta di tabù, racconta, «e molti giapponesi, quasi spaventati dall’uso della parola “religione”, preferiscono affermare frettolosamente che il loro non è un popolo religioso». Tuttavia, argomenta padre Wessels, «il profondo rispetto verso la natura e verso il prossimo, propri della cultura nipponica, mostra quel timore reverenziale che porta con sé un senso del sacro non facilmente esprimibile in parole». D’altronde, numerose pratiche nella vita quotidiana, nota il gesuita, possono definirsi «religiose»: le visite ai santuari shintoisti e ai templi buddisti; le preghiere periodiche sulle tombe degli antenati; l’atteggiamento verso l’imperatore, il cui ruolo è avvolto nel simbolismo religioso; i riti funebri buddisti; la presenza di altari domestici tradizionali nelle famiglie. «In Giappone inoltre — spiega — l’affiliazione a una grande organizzazione religiosa strutturata è raramente considerata come scelta esclusiva: non è insolito che una persona venga portata in un santuario shintoista per ricevere una benedizione da bambino, possa poi celebrare il proprio matrimonio in una chiesa e infine essere sepolta con il canto dei sutra buddisti».

In un siffatto contesto culturale e sociale la Chiesa cattolica in Giappone, su una popolazione di circa 125 milioni di abitanti, conta 450.000 fedeli, ma «altrettanti battezzati, o un numero perfino superiore, sono presenti tra le persone, di molte nazionalità, giunte in Giappone principalmente per lavoro», rileva. Per questo oggi la Chiesa nipponica parla di «pastorale dell’integrazione», per coltivare e promuovere all’interno della comunità cattolica l’unità tra i fedeli locali e quelli immigrati, che rappresentano un polmone e una iniezione di fiducia per una comunità che va invecchiando .

«Nella nostra parrocchia gesuita a Tokyo, situata in una posizione estremamente vantaggiosa per i pendolari — racconta il missionario americano — un gran numero di fedeli non giapponesi partecipa alle messe domenicali e ad altre attività pastorali. Oltre alle messe in lingua giapponese, nella parrocchia si celebrano regolarmente messe in inglese, spagnolo, indonesiano, vietnamita e italiano. Ai gesuiti di Tokyo è affidata anche la cura pastorale delle comunità di lingua cinese, tedesca, coreana, portoghese e di alcune lingue indiane». Il futuro della Chiesa nel paese del Sol Levante, allora, è decisamente multilingue e multiculturale, plastica espressione del messaggio universale del Vangelo.

D’altro canto, riferisce Wessels, «non esiste alcuna forma d’intolleranza politica o sociale né alcuna forma di aggressività verso i cattolici». Anzi: molte istituzioni cattoliche come scuole e ospedali godono di alta considerazione e perfino di prestigio. Le opere educative e sociali promosse dalla Chiesa sono in generale ammirate, tanto che si registra un fenomeno piuttosto curioso, che il sacerdote americano così riferisce: «Nelle indagini sociali sull’appartenenza religiosa, quanti hanno frequentato tali istituzioni, anche se non hanno ricevuto il battesimo, spesso identificano e definiscono se stessi come cattolici. Il che, poi, fa comprendere la fluidità dell’identità religiosa in Giappone».

Poi i misteri della fede cristiana, a tratti, irrompono nella vita di tutti i giorni, come accade nel tempo di Natale, «quando gli addobbi natalizi dei negozi e dei quartieri creano quella tipica atmosfera festosa, di cui i cristiani e tutti giapponesi possono godere». In un approccio che sembra, allora, diametralmente opposto rispetto a quanto avviene nei Paesi di antica tradizione cristiana, una celebrazione che può apparire come puramente commerciale o consumistica diventa occasione di evangelizzazione e rappresenta l’opportunità per ricordare (molti non hanno idea) che il Natale è una festività cristiana, che rimanda all’incarnazione di Cristo Gesù: «Questo messaggio non è necessariamente molto popolare: quella cristiana è una proposta che si presenta tra le varie opzioni e i vari stili di vita. Ma, in una routine quotidiana che assorbe ogni energia, accade che le persone non si pongano più domande profonde sul senso della vita e sulla fede. L’annuncio cristiano ripropone questi interrogativi esistenziali», continua il gesuita.

In questo spazio si incunea la visita di Papa Francesco, che viene a ridestare attenzione e stupore in una società perfettamente organizzata: «All’interno della Chiesa e sui mass media — nota Wessels — la visita del Pontefice è seguita con ampi preparativi e attività. Il tema centrale, che è “Proteggere la vita”, ha una certa risonanza in un Paese che è ancora profondamente toccato dalla devastazione della guerra e dalle bombe atomiche che caddero su Hiroshima e Nagasaki, ma anche, in tempi più recenti, dal disastro della centrale nucleare di Fukushima».

«Va detto — prosegue — che quotidianamente i media riportano storie di violenza interpersonale, nelle famiglie o sui minori. Per questo il messaggio evangelico di pace di cui il Papa è portatore può fare breccia nei cuori dei giapponesi». E conclude: «La semplice testimonianza cristiana personale dei fedeli continua a essere molto cruciale per la Chiesa in Giappone. Il Vangelo è giunto qui grazie al missionario gesuita san Francesco Saverio nel xvi secolo. E, nonostante le gravi persecuzioni, dalla fine del xvi secolo alla fine del XIX secolo i cattolici conservarono la fede in comunità nascoste, pur in assenza di sacerdoti. Questa esperienza è un riferimento ineludibile, racconta la profonda fede dei cattolici giapponesi, e rappresenta un esempio vivo per l’oggi».

di Paolo Affatato

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

27 gennaio 2020

NOTIZIE CORRELATE