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La misericordia
non conosce limiti

· Tamara Chikunova fondatrice di «Madri contro la pena di morte e la tortura» ·

«Signore, perché mi hai punito così? Perché non hai preso me anziché mio figlio?» È il grido di dolore e di disperazione che a luglio del 2000 si leva dal carcere di Tashkent, capitale dell’Uzbekistan. A lanciarlo è Tamara Chikunova, madre coraggio che a seguito della condanna alla pena capitale del suo unico figlio, il ventottenne Dmitry Chikunov, e la successiva fucilazione, ha fondato l’associazione «Madri contro la pena di morte e la tortura». Ad ascoltare quel grido e a lenire le gravi ferite inferte da istituzioni sorde agli appelli e alle richieste di clemenza (nel marzo 2005 Dmitry fu riabilitato post mortem, riconosciuto innocente, e il suo processo dichiarato iniquo) è intervenuta la Comunità di Sant’Egidio. «All’inizio del 2002 gli inviai una lettera — racconta Chikunova — Cercavo aiuto per me e per la mia missione: salvare i condannati a morte. Ringrazio il Signore perché da quel giorno non ci siamo più lasciati. Io, piccola donna sconfitta, avrei cominciato a lavorare per far vincere la vita».

Da allora Tamara Chikunova gira il mondo raccontando la sua storia, l’esecuzione immotivata del suo ragazzo, la vicenda che l’ha condotta a intraprendere la strada accidentata della difesa della tutela dei diritti umani e dell’umanizzazione delle carceri. E lo fa soprattutto in quei paesi dove ancora vige la “punizione estrema”. Nella sua patria la pena di morte grazie anche al suo strenuo lavoro, è stata abolita il 1° gennaio 2008 e proprio in virtù del provvedimento sono state salvate centinaia di vite umane che già vivevano da tempo nel braccio della morte. «Con i fratelli della Comunità di Sant’Egidio abbiamo deciso di far conoscere il mio dramma e così ho accolto il loro invito a visitare le carceri italiane» ci spiega, rilevando che «anche se la pena di morte da voi non c’è, è importante far sentire la vicinanza di chi l’ha patita soprattutto ai detenuti condannati con pene lunghe o che vivono da tanti anni dietro le sbarre. E poi quando sono in carcere provo un’emozione particolare: è come se mio figlio fosse ancora in vita».

Con la Sant’Egidio Tamara ha scoperto che «tutto ha un limite, tranne la misericordia». E la misericordia è la sua ragione di vita e il suo obiettivo è quello di battersi per mantenere vivo il ricordo del sacrificio di suo figlio Dmitry e trasformare il suo dolore in testimonianza concreta al fianco delle vittime. «Con la forza del perdono» tiene a precisare. Quindi passa a monitorare i processi, consigliare i parenti dei detenuti sulle possibili azioni da intraprendere, ad aiutarli nella preparazioni di lettere e appelli. «Ripetevo alle donne che si recavano nel braccio della morte per andare a trovare i loro figli, i loro mariti, i fratelli: “Non piangete, date loro la forza per combattere e andare avanti. La vostra è una battaglia per la vita. E non parlate mai di vendetta”».

Nelle sue uscite italiane viene spesso accompagnata da Stefania Tallei dell’Equipe campagna pena di morte e carcere della Comunità di Sant’Egidio. «Che Tamara fosse una persona speciale mi era chiaro fin dal primo momento in cui l’ho conosciuta nel 2002, ma con gli anni ho potuto capire meglio il suo coraggio» racconta Tallei. «All’inizio aveva bisogno di aiuto, provata dal dolore per la morte del figlio e dal senso di ingiustizia e di fallimento per non essere riuscita a salvarlo. Non dormiva mai e aveva quello che oggi con il suo italiano incerto definisce “un sasso nel cuore. Si dibatteva tra l’eredità lasciatale dal figlio, cioè il compito di salvare altri ragazzi dalla condanna a morte, e la voglia di vendicarsi oppure di non vivere più. Ha scelto di combattere come una leonessa per salvare le vite dei giovani».

La campagna di Sant’Egidio contro la pena di morte è iniziata nel 1998 con la raccolta di cinque milioni di firme e l’incontro personale con milioni di persone. «Esperienza bellissima — riprende la coordinatrice dell’Equipe campagna pena di morte e carcere — ma era anche chiaro che questa battaglia sarebbe stata molto lunga. Pensavo che tutta la mia vita non sarebbe bastata per l’abolizione nel mondo. Troppi paesi ancora retenzionisti. Ma negli anni abbiamo centrato importanti obiettivi e stretto nuove e grandi amicizie. Tamara è una di queste».

Da ormai 10 anni la signora Chikunova segue la Comunità di Sant’Egidio nel servizio pastorale e ha visitato già una ventina di istituti di pena. «In carcere qui in Italia ho visto tanto dolore, ci sono tanti poveri, persone senza casa, senza famiglia, senza aiuti. Io racconto la mia storia e mi accorgo che in loro c’è una grande domanda di amore» rivela. Si commuove quando ci confida che la chiamano “mamma”: «Sento di avere tanti figli e con loro sono autorevole e affettuosa al tempo stesso. Gli indico la strada maestra per iniziare una nuova vita dove non ci sia posto per il male. Una strada inizia e finisce sempre con il perdono e la misericordia».

di Davide Dionisi

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