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La mia ora
non può tardare

· ​Gli ultimi pensieri del cardinale Capovilla ·

Pubblichiamo un estratto dal libro di Loris Francesco Capovilla I miei anni con Papa Giovanni XXIII. Conversazione con Ezio Bolis (Milano, Rizzoli, 2013, pagine 196-200).

Poco tempo mi separa dal redde rationem e io debbo ridurre tutto ai termini più semplici, sbarazzarmi di residua zavorra, patetici diari e album illustrativi, romantiche fantasie e sterili rimpianti. Devo ricondurre tutto all’essenziale e puntare la prora verso il porto […].

Cos’è stata la mia parabola! Mi sono sentito attratto al sacerdozio sin da ragazzo, cresciuto nella provincia veneta in una famiglia priva di censo e senza storia, fondata su principi indiscutibili, custode di valori originari, cristiana quanto bastava. Invitato a lasciarmi plasmare da Cristo e a immergermi nella tradizione millenaria della Chiesa, provai a rispondere sin da principio all’interrogativo cui nessuno può sfuggire: «Chi è Gesù per me?». Dovetti dare una risposta non elusiva e la diedi: «Gesù è il figlio di Maria Vergine, il Salvatore, il Maestro, il fondatore della Chiesa, il Risorto, il Vivente» […]. Mi fa buona compagnia un pensiero, non saprei dire se amaro o realistico, di Hermann Hesse: «Quando uno è diventato vecchio e ha adempiuto la sua parte, il compito che gli spetta è di fare, in silenzio, amicizia con la morte; non ha più bisogno degli uomini, ne ha incontrati abbastanza». Il gomitolo della mia esistenza si è dipanato tra due eventi funebri: la morte di mio padre quando avevo sei anni, di mia madre quando ne avevo sessantanove. Dentro questo spazio splende il transito pentecostale di Papa Giovanni. Pertanto l’angelo della morte mi sta appresso da sempre, e non è uno scheletro con la falce in mano; è un raggio di luce che squarcia le tenebre. La mia ora non può tardare. Ci penso ogni giorno, talvolta con un pizzico di malinconia, e mi dispongo al giudizio senza presunzione e senza timore. Non sono così stolto da ritenermi un giusto. Conosco quanto basta il consuntivo finale. Ripeto sovente: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Timoteo, 4, 7). Nutro fiducia sulle sorti del pianeta Terra. Continuo a proporre attenuanti alle colpe dell’umanità, non per inclinazione al vituperato buonismo, ma per dovere di giustizia temperata dalla misericordia. Sul dipartirmi dal mio amato romitorio e dalle persone care, mi investe l’infiammato amore di san Francesco per tutte le creature: «Vorrei condurvi tutti in Paradiso»; e mi conferma nella fede il credo di Papa Giovanni: «La mia giornata terrena finisce. Il Cristo vive e la sua Chiesa ne continua l’opera nel tempo e nello spazio». Vedo nitidamente la breve sosta del mio frale sul pavimento della cappella domestica di Ca’ Maitino e il salmodiante percorso verso il solatio e spoglio cimitero montano; vedo la bara scendere nella nuda terra e sento le voci degli accompagnatori dirmi piamente addio col volto rigato dalle lacrime e il sorriso sulle labbra, consapevoli che tutto è bello e nuovo nel fulgore del Risorto: tutto è grazia. 

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21 maggio 2019

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