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La mia amicizia con Lou Reed (e con Wittgenstein)

· Pierre Riches si racconta su «la Repubblica» ·

«Lou Reed lo conobbi a New York, non ricordo più in quale galleria». Pierre Riches racconta molti aneddoti della sua lunga, felice vita ad Antonio Gnoli, in una lunga intervista pubblicata su «la Repubblica» del 27 marzo scorso, il giorno di Pasqua.

Una data decisamente ben scelta, visto che dalle parole di Riches, sacerdote e teologo nato nel 1927 ad Alessandria d’Egitto, traspare davvero la luce ferma e serena della Resurrezione. Lou Reed, continua Riches, raccontando la sua amicizia con il leader dei Velvet Underground, «era affascinato dal fatto che un ebreo si fosse fatto prete. Lo divenni per la precisione a 32 anni. Ogni tanto mi mandava i biglietti per i suoi concerti».

La conversione, confida al giornalista, è arrivata grazie alla profondità speculativa di Wittgenstein, di cui è stato uno degli ultimi allievi. «Avevo 23 anni» continua Riches parlando dei suoi studi all’università di Cambridge, non devastata dalle bombe della seconda guerra mondiale come quella di Londra; «divenni cristiano perché il cristianesimo è molto appagante dal punto di vista intellettuale e totalmente liberatorio dal punto di vista esistenziale. Ho girato il mondo, insegnato in molte università, sono stato parroco a Roma, cappellano nell’aeroporto di Fiumicino. Ho conosciuto e frequentato molta gente».

In mezzo a tanti ritratti di colleghi e amici spiccano Iris Murdoch («mi chiese un giorno cosa ne pensassi dell’esistenzialismo. Risposi che il migliore esempio di esistenzialismo ce l’offriva la Bibbia con Giobbe»), Elias Canetti («aveva un’intelligenza fluida, mobile come il Danubio da cui proveniva») Hannah Arendt e l’indimenticato autore del Tractatus logico-philosophicus: «Se mai ho incontrato un genio, questo era lui. Mi trovava esotico, forse per le mie origini egiziane, e mi trattava con simpatia. Era un uomo a volte aspro, di pochissime parole. Scontroso, anche con gli studenti».

Tra i maestri ricordati con affetto e gratitudine c’è anche il cardinale Tisserant: «fu un grande uomo. Modesto per quello che effettivamente era. Seguimmo le sorti del concilio Vaticano ii. Lo accompagnai anche al conclave, dal quale uscì eletto Paolo vi».

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