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La Metropolis del cupolone

· Nella Filmoteca Vaticana una copia del capolavoro di Lang ·

Domenica 29 gennaio, a Parigi, presso la Cinématheque Française, si chiude la mostra dedicata al capolavoro del regista tedesco Fritz Lang, Metropolis , realizzato nel 1927 e inserito nel 2001 dall’Unesco nel registro Memory of the World , per il suo alto valore artistico e culturale. La mostra, inaugurata lo scorso ottobre, è stata l’occasione per riscoprire il film attraverso un percorso articolato, tra genesi del progetto, illustrazioni e proiezioni, reso possibile da una collezione unica di fotografie e disegni preparatori dell’epoca, oltre ad una copia del famoso robot, il cui originale è andato perduto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Metropolis fa parte della collezione di prestigiose cineteche e una copia è reperibile anche nel catalogo della Filmoteca Vaticana. Purtroppo, fino a poco tempo fa, circolavano edizioni ridotte del film, ma nel 2008, al Museo del Cinema di Buenos Aires, è stato fatto un ritrovamento eccezionale, una copia quasi completa, di circa 150 minuti. È stato così possibile vedere molte delle sequenze mancanti e procedere a un restauro che ha restituito alla pellicola il suo significato originale, riportandola sullo schermo nella versione che venne proiettata la prima volta a Berlino, il 10 gennaio del 1927.

Girato tra il 1925 e il 1926 negli studi di Babelsberg, vicino Berlino, il film ebbe un costo elevato per l’epoca, oltre 6 milioni di marchi, con l’impiego di 35.000 comparse e 750 attori, tanto da portare alla bancarotta la casa di produzione ufa. L’alto livello tecnico di realizzazione ne fece un’opera simbolo della modernità, in un perfetto connubio tra cinema e architettura.

Capolavoro del muto, ultimo esempio di cinema espressionista tedesco e prototipo di modernità tecnologica ed estetica, Metropolis aveva sfruttato le più innovative tecniche di ripresa che, grazie all’impiego di specchi, permettevano di ricreare l’effetto di scenografie monumentali, ma aveva utilizzato anche i vecchi metodi, come l’animazione e le sovrimpressioni.

Sviluppando il dualismo tra luce e ombra, mito e modernità, Lang racconta per la prima volta sullo schermo la città del futuro, attraverso il rapporto tra l’uomo e la macchina, la civiltà moderna e industriale, ma svela anche il bisogno di spiritualità, sviluppando molteplici tematiche per creare un film visionario ed enigmatico, che ha influenzato per anni il cinema di fantascienza.

La sceneggiatura, scritta da Thea von Harbou, allora moglie del regista, era già pronta, ma la “scintilla ispiratrice” scoccò quando Lang vide i grattacieli di New York e l’architettura della città. Questa visione illuminante definì la rappresentazione della megalopoli del 2026, in cui si svolge la storia, Metropolis appunto, articolata su due livelli, uno sotterraneo in cui lavorano gli operai, schiavi delle macchine, e uno superiore abitato dai ricchi. Freder, figlio del padrone della città, scende nei sotterranei, dove conosce la terribile realtà e incontra Maria, che spera in un futuro migliore. Uno scienziato rapisce la ragazza e la sostituisce con un robot dalle identiche fattezze che darà inizio alla rivolta degli operai, determinando enormi disastri, finché, bruciata sul rogo, rivelerà l’acciaio dell’androide. Alla fine Freder farà da mediatore, convincendo il padre che solo l’amore e la comprensione possono dare vita a una società giusta.

Alla sua uscita, in Germania, Metropolis non riscosse il successo della critica, ma ricevette comunque commenti favorevoli ed ebbe un forte impatto sulla società dell’epoca. È stato poi considerato un vero e proprio manifesto avanguardistico che ha saputo portare magistralmente sullo schermo non solo le tematiche sociali e le visioni apocalittiche di un futuro disumanizzato, ma anche il sentimento religioso, espresso attraverso una serie di elementi presenti in tutto il film, dalla Torre di Babele al Moloch, dalla cattedrale gotica alla figura di Maria, la donna simbolo di purezza, nel suo ruolo di ambasciatrice di pace.

Il messaggio che Lang suggerisce è attuale anche a distanza di 85 anni, poiché sottolinea come nessuna società, per quanto avanzata tecnologicamente, possa essere la garanzia per una convivenza pacifica tra le diverse classi, nel momento in cui vengono messi da parte i valori spirituali, i bisogni umani e il rispetto reciproco. La scienza non basta, dunque, come unico fondamento dell’esistenza.

La possibilità di molteplici chiavi di lettura, tra loro anche contrastanti, oltre al potenziale estetico e simbolico della pellicola, fu il motivo per cui il regista venne chiamato da Joseph Goebbels per diventare uno dei cineasti del Terzo Reich e del suo potente sistema di propaganda. Il suo cinema sembrava, infatti, un possibile veicolo di una cultura di massa costruita intorno ai valori e all’estetica nazista. Ma Lang rifiutò l’offerta e abbandonò la Germania, diretto negli Stati Uniti, dove avrebbe iniziato una nuova fase della sua carriera, mantenendo sempre un atteggiamento ambiguo nei confronti di Metropolis .

Il cinema ha sempre rappresentato la realtà, le paure e le speranze degli uomini, ma ha gettato anche il suo sguardo sul futuro, immaginando un mondo lontano; tanto più il cinema muto, per l’assenza di dialoghi, ha saputo soffermarsi sui particolari, una vera e propria guida per imparare a guardare.

Il suo film resta comunque una pietra miliare della cinematografia, una perfetta espressione di quel cinema fatto di dettagli, che proprio per l’assenza dei dialoghi ci guidano a guardare e a “ascoltare” il regista. Per questo Lang, nel 1927, quasi alla fine del percorso cinematografico senza parole, è riuscito a creare un film ricco di elementi scenografici imponenti, ma anche di innumerevoli gesti e sguardi, che hanno contribuito alla magia della sua narrazione.

Metropolis non è solo un’opera innovativa e originale che sfida il tempo, ma un capolavoro che, per il suo impatto visivo e i contenuti strutturati su vari livelli, è capace di suggerire molte riflessioni anche allo spettatore moderno, con un chiaro messaggio contro ogni forma di violenza e aperto alla speranza, già dalla scritta che compare all’inizio del film: «il mediatore tra il cervello e il braccio deve essere il cuore».

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