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La memoria di un popolo

· Nelle testimonianze presentate al Papa da un sacerdote, un religioso e una suora ·

“Questa è la memoria del vostro popolo!”. Papa Francesco ha definito così le testimonianze di don Zvonimir Matijević, sacerdote della diocesi di Banja Luka, fra Jozo Puškarić e Ljubica Šekerija, suora della congregazione delle Figlie della Divina Carità, hanno presentato durante l'incontro nella cattedrale di Sarajevo.

Santo Padre!

Mi chiamo Zvonimir Matijević. Sono un sacerdote della diocesi di Banja Luka. Sono nato nel 1955 a Banja Luka. Mio padre è morto quando avevo undici giorni. Non ho fratelli, la mia unica sorella è morta improvvisamente, all'età di diciassette anni. Così sono rimasto solo con mia madre. Dopo aver terminato gli studi di giurisprudenza a Banja Luka ho deciso di diventare sacerdote. Nel 1987 sono stato ordinato sacerdote a Banja Luka.

Nel 1992 sono stato Amministratore della parrocchia di Glamoč. Curavo pastoralmente una piccola comunità cattolica di una cinquantina di fedeli tra una popolazione a maggioranza ortodossa. La guerra era già esplosa nella Repubblica di Croazia, una guerra che si avvertiva anche in Bosnia ed Erzegovina. Il 24 febbraio 1992 venne ucciso un mio importante parrocchiano, il dr. Alojz Kelava, specialista di medicina infantile, che era totalmente innocente. Molti mi suggerirono di scappare. Ma io non ho voluto scappare lasciando i miei parrocchiani in una simile situazione di pericolo. Lo stesso hanno fatto quasi tutti i sacerdoti della mia diocesi, tra i quali otto sono stati uccisi o sono morti per le conseguenze delle torture. Allo stesso modo, anche la maggioranza delle suore, di cui una venne uccisa ed altre ancora oggi portano i segni di difficili traumi.

La Domenica delle Palme, il 12 aprile 1992, dopo la Messa, i soldati mi hanno catturato e portato nella città di Knin, nella vicina Croazia. Più volte mi hanno percosso fino al punto di farmi perdere conoscenza a causa del dolore. Hanno cercato di farmi dire, pubblicamente in televisione, che sono un criminale di guerra, che i sacerdoti cattolici sono criminali e che essi educano criminali. Quando hanno capito che sarei stato pronto a morire piuttosto che pronunziare queste menzogne, mi hanno portato davanti al comandante militare. Ho camminato con molta fatica. Le manette erano così strette ai polsi che ancora oggi ne porto i segni. Al comandante era chiaro che non avrei resistito a lungo.

Quindi hanno deciso di portarmi all'ospedale in fin di vita. Il medico ha dovuto, con un intervento chirurgico, estrarre numerosi grumi di sangue, per farmi sopravvivere. Il mio organismo continuava a rifiutare il cibo. Tanto volte ho perso conoscenza. In seguito, mi hanno detto di avermi somministrato 6 dosi di sangue per farmi sopravvivere. Su richiesta del mio vescovo Franjo, impossibilitato a venire da me, mi visitò in ospedale l'episcopo ortodosso di Bihać-Petrovac, Hrizostomo, che mi ha trasmesso la speranza della vittoria del bene. Ho trascorso 26 giorni in ospedale a Knin; mi sono ripreso così da essere, su richiesta del vescovo, scambiato come prigioniero di guerra. Dopo di ciò, sono stato ricoverato altre due settimane nell’ospedale di Spalato. Dio benedica tutti coloro i quali mi hanno aiutato ad essere in vita oggi.

Santo Padre!

La ringrazio di essere venuto nel nostro paese, in Bosnia ed Erzegovina, con parole di pace! Grazie per aver portato consolazione a me ed a coloro che hanno sofferto e soffrono anche più di me! Sono convinto che le Sua visita e la Sua parola siano come unguento per le ferite di molti in questa terra. Grazie per essere venuto a risvegliare il germe della bontà nel cuore di molti che hanno compiuto il male. La Sua visita, la Sua preghiera e la Sua parola spingeranno tutti a fare il bene.

Santo Padre!

La Chiesa mi ha conferito l'ordinazione sacerdotale. Mi rallegro di essere un sacerdote della Chiesa Cattolica. Sono lieto di poter stare davanti a Lei come Suo sacerdote. A causa di quello che ho vissuto, ora sono affetto da sclerosi multipla che è una croce per tutta la vita. Mi vengono in mente le parole di San Paolo: "Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo". (2 Cor 12,9). Io, don Zvonimir, perdono di cuore tutti coloro che mi hanno fatto del male e prego per loro affinché Dio misericordioso li perdoni ed essi si convertano verso un cammino di bene.

Grazie di essere venuto nella nostra terra e nella nostra capitale; attraverso la mia testimonianza, Lei può ascoltare migliaia di testimonianze di persone che hanno sofferto. Ma sono persone che non perdono la speranza, perché credono fermamente in Dio, credono fermamente nella vittoria del bene sul male. Benedica tutti noi, Santo Padre!

* * *

Caro Santo Padre, nostro Papa Francesco!

Sono immensamente grato a Dio che mi ha concesso oggi questa opportunità benedetta di poter essere davanti a Lei. Desidero ringraziare anche il mio Arcivescovo, Sua Eminenza il Cardinale Vinko Puljić, che mi ha scelto per raccontare la mia esperienza della recente guerra, in questa nostra Cattedrale, alla presenza di un così nutrito numero di sacerdoti, religiosi e religiose.

Mi permetta di presentarmi brevemente: sono fra Jozo Puškarić, sacerdote francescano, sono membro della Provincia francescana di Bosnia Argentina. Sono nato in una famiglia numerosa - cinque fratelli e quattro sorelle - nella parrocchia Signora degli Angeli a Gornja Tramošnica. La mia parrocchia di origine, a quel tempo, era particolarmente ricca di vocazioni spirituali. Non sorprende, quindi, che tre mie sorelle siano diventate suore francescane della Provincia Bosniaco-Croata.

La guerra mi ha colto mentre ero parroco nella parrocchia di Hrvatska Tišina, a Bosanski Samac, in Posavina. Il 14 maggio 1992 poliziotti serbi armati sono arrivati nella casa parrocchiale e mi hanno portata al campo di concentramento, insieme a molti miei parrocchiani, pur non avendo fatto nulla di male. La parrocchia è rimasta senza popolazione e la maggior parte delle case è stata distrutta.

A quaranta anni, ho trascorso quattro mesi nel campo di concentramento. Il tempo trascorso nel campo di concentramento non si conta per mesi, ma secondo i giorni, le ore, i secondi. I giorni erano molto lunghi perché erano pieni di incertezza e di paura. 120 giorni sono stati come 120 anni o più. Abbiamo vissuto in condizioni disumane! Per tutto il tempo abbiamo patito la fame e la sete; in tutti quei giorni e quelle notti abbiamo vissuto senza le minime condizioni igieniche, senza poterci lavare, rasare, tagliare i capelli; ogni giorno venivamo maltrattati fisicamente, picchiati, torturati con diversi oggetti, con le mani e con i piedi… Personalmente mi portavano fuori, spesso anche cinque volte al giorno, soprattutto durante la notte, chiamandomi, per il mio incarico, “Parok” (così chiamano dalle mie parti il parroco). Colpendomi, mi hanno rotto, tra l’altro, tre costole.

Sono sicuro che nessun uomo sarebbe in grado di sopportare tutto questo da solo, senza l'aiuto di Dio e di altre persone! Personalmente, Dio mi ha mandato il suo aiuto, anche sotto forma di cibo, tramite una donna musulmana, Fatima, e la sua famiglia che ora vivono in America. Solo la speranza e la fede in Dio potevano darci una nuova forza per un nuovo giorno e una nuova speranza. La preghiera continua, piena di speranza - pronunciata nel cuore - ha fatto meraviglie. Personalmente ho sperimentato molte volte un miracoloso ascolto per l'intercessione della Beata Vergine Maria, di Sant'Antonio di Padova e di altri Santi.

Santo Padre!

Confesso davanti a Lei che una volta ho desiderato morire per porre fine alla mia agonia. Mi hanno minacciato di scorticarmi vivo, di strapparmi le unghie e di mettere il sale sulle mie ferite... Una volta è mi era talmente difficile resistere che ho pregato la guardia di uccidermi perché ero convinto che mi avrebbero ucciso comunque. La guardia mi rispose: "Non morirai così facilmente! Per te, riceveremo in cambio 150 dei nostri". Le sue parole mi fecero ritornare la speranza. Da allora la mia speranza di restare in vita non è cessata. Il desiderio di vivere si è fondato sempre di più sul fatto che domani e fino alla fine della mia vita, posso testimoniare degli orrori della guerra.

Santo Padre!

Sono grato a Dio particolarmente per questo “in più” di vita dopo il campo di concentramento. Sono particolarmente grato al Signore perché non ho mai provato odio per i miei aguzzini. Io li ho perdonati perché Gesù ci invita al perdono; il perdono me l'hanno insegnato i miei genitori, i sacerdoti, le suore, gli insegnanti e gli educatori. Il perdono crea lo spazio per la venuta del Regno di Dio nel cuore dell'uomo e solo così possiamo riconoscere nell'altro un fratello ed una sorella.

Dopo la difficile esperienza di guerra, insieme a San Giovanni Paolo II, anch’io posso gridare: Mai più la guerra!

Santo Padre!

Pregate per tutti noi, per tutti gli uomini della nostra patria, la Bosnia ed Erzegovina, qui nella capitale Sarajevo e quando tornerete felicemente a Roma!

* * *

Santo Padre!

Il mio nome è suor Ljubica Šekerija. Appartengo alla Congregazione delle Suore delle Figlie del Divina Carità. Prima della guerra, per più di cinquanta anni le suore della mia congregazione si sono prese cura delle persone anziane e disabili nel territorio di Travnik, in Bosnia centrale, arcidiocesi di Vrbosnia. Ho lavorato per cinque anni nel sanatorio civile che ospitava pazienti di diverse nazioni e confessioni, soprattutto musulmani. Quando è scoppiata la guerra in Bosnia ed Erzegovina, sono comparsi miliziani stranieri provenienti da alcuni paesi arabi del Medio Oriente.

Nel giorno della festa di Santa Teresa d'Avila, il 15 ottobre 1993, verso le undici del mattino, cinque miliziani stranieri, tutti armati, hanno fatto irruzione nella casa parrocchiale dove stavo preparando il pranzo per i sacerdoti don Vinko Vidaković e don Pavo Nikolić che sono rimasti unici pastori nel territorio di Travnik. I miliziani mi hanno costretto ad andare con loro. Con la coercizione fisica mi hanno fatto salire su un camion. Attorno al camion si sono radunati i cittadini di Travnik non cristiani che, sbeffeggiandomi, hanno applaudito l’atto di quei miliziani armati. Sul camion ho trovato il parroco di Travnik, don Vinko Vidaković, che all’epoca era molto malato, e tre laici che lavoravano nella Caritas parrocchiale. Mi hanno bendato i occhi con il mio abito religioso e hanno fatto lo stesso agli altri con i loro vestiti. Il camion si è fermato al loro quartier generale, che si trovava in un villaggio chiamato Mehurići, vicino a Travnik. Ci hanno chiuso in una stanza e lì ci hanno tolto le bende dagli occhi e ci hanno preso le nostre cose personali. Nella mia tasca hanno trovato il rosario. I miliziani hanno costretto il parroco don Vinko a calpestare il mio rosario con le sue scarpe. Lui ha rifiutato di farlo. Uno dei miliziani, sguainando la sua spada, ha minacciato il parroco di massacrarmi se non avesse calpestato e profanato il rosario. Allora ho detto al parroco: "Don Vinko, lasciate pure che mi uccidano, ma, per l’amore di Dio, non calpestate il nostro oggetto sacro!" Alla fine, uno di loro ha preso il rosario e lo ha gettato a terra, sul pavimento, uscendo dalla stanza e lasciandoci soli. Subito ho raccolto i pezzi del rosario e con le unghie ho strappato il materasso nascondendovi dentro i grani del rosario. Poco dopo i miliziani sono tornati di nuovo e hanno chiesto prima al parroco e poi a me quanti bambini avessimo e se avessimo i genitori dove sono.

Abbiamo risposto che noi non avevamo figli. Uno di loro ha notato l'anello al mio dito e ha cercato di togliermelo, ordinandomi di toglierlo subito. Allora ho tolto il mio anello religioso, così intimo e sacro per me, e l’ho consegnato ai soldati. È stato molto difficile per me... A questo punto, uno dei miliziani stranieri, in bosniaco stentato, mi ha detto: "Voi non avete padri o madri? Vedete, il fucile mitragliatore è la mia mamma, e il mio papà, e la mia moglie ed i miei figli”. I miliziani ci provocavano costantemente e ci umiliavano rivolgendoci parole oscene e volgari, poi ci hanno picchiato con calci epercosse. In quei momenti difficili, il parroco don Vinko ci ha detto sottovoce: “Non temete, vi ho dato l'assoluzione a tutti. Ora siamo pronti a morire in pace!". Queste parole sono state per tutti noi una consolazione immensa. Quella notte ci hanno picchiato tutti. Uno dei miliziani ha chiesto il mio nome. Ho risposto che mi chiamo Ivka. Lui ha replicato: "D’ora e poi non sei più Ivka, ma Emšihata”. Mi sono seduta con le braccia incrociate, ma uno dei miliziani mi ha subito ordinato di stendere le mani, dicendo che solo Satana tiene le braccia incrociate. In quel momento ho sentito la canna del fucile sulla mia fronte e una voce che mi ordinava di confessare l'Islam come unica e vera religione. Ero spaventata ma restavo zitta, e la stessa voce mi ha ordinato di non riferire a nessuno quelle cose, altrimenti la mia testa sarebbe finita all'inferno. Ho pensato che fosse arrivato il momento della mia morte.

Uno dei miliziani è entrato e mi chiesto se avessi la fame. Ho detto di sì e lui mi ha offerto una pera dicendo: "Ecco, vedi, i soldati stranieri non stuprano e non uccidono... però meglio se stai zitta e non parli di questo a nessuno, altrimenti la tua testa finisce all'inferno." Ho risposto: "Sono stata catturata da un miliziano straniero, ora sono liberata da un miliziano straniero."

Il parrocco Vinko Vidaković è rimasto nel carcere tre giorni di più ed io sono stata riportata a Travnik e poi liberata. Sono entrata nel mio monastero, erano le otto di sera. Subito mi sono diretta verso il Santissimo, ed ho visto, nella nostra cappella di san Leopold Mandića, le mie consorelle inginocchiate davanti al Santissimo che pregavano per me "con digiuno, con pianto e lamento" (Gioele 2,12).

Padre Santo!

La ringrazio di cuore per la Sua visita, che ci incoraggia e ci rafforza nella nostra vocazione. Questa è la mia testimonianza, ma ci sono anche altre suore, religiosi e sacerdoti che durante l'ultima guerra in Bosnia ed Erzegovina hanno sperimentato sofferenze simili. Per quanto i nemici siano stati insensibili e malvagi, ha sovrabbondato la grazia di Dio (cfr. Rom 5,20) su di noi.

Per tutto questo rendiamo grazie a Dio!

Grazie, Santo Padre!

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