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La memoria dell’Africa
sepolta nella sabbia

· Viaggio nelle preziose biblioteche del continente ·

Il patrimonio culturale dell’Africa si estende a tutte le latitudini. Ad esempio, sotto il 18° parallelo, laddove l’Harmattan, il torrido vento del Sahara, avvolge con folate d’aria rovente le oasi mauritane, disegnando continuamente sulla sabbia nuovi solchi e nuove forme, un tesoro d’inestimabile valore è ancora oggi in gran parte celato, rischiando di scomparire per sempre. Una ricchezza che appartiene a tutta l’umanità e che risale a quando, indietro nel tempo (a partire dal x secolo) lunghissime carovane di cammelli percorrevano quelle piste — come quella del sale di Triq al-Lamtouni, così definita dallo storico africanista francese Raymond Maury — trasportando schiavi e merci pregiate.

È proprio allora, sotto le tende dei beduini, che si svilupparono le mahadras, le scuole coraniche nelle quali circolavano libri che valevano quanto l’oro. E ancora oggi è possibile respirare l’aria incontaminata di quel sapere millenario visitando la vecchia e mitica oasi di Chinguettì, in Mauritania, settima città santa dell’islam, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, un tempo fiorente metropoli di 200 mila abitanti, ridotti oggi a poche migliaia. Chinguettì ha due anime separate da una striscia di sabbia color albicocca — la “vecchia” e la “nuova” — che sembrano scrutarsi e sostenersi a vicenda.

Fondata nel XII secolo, qui si raccolsero famosi esegeti del Corano, grammatici, linguisti e studiosi d’ogni genere. E tra le viuzze del più antico insediamento si trovano le mitiche “biblioteche del deserto”, che conservano antichi manoscritti d’inestimabile valore. A questo riguardo, per chi intendesse approfondire il tema, merita un’attenta considerazione il libro di Attilio Gaudio, giornalista ed etnologo, dal titolo Mauritania: alla scoperta delle antiche biblioteche del deserto. Si tratta di una preziosa guida che introduce alla conoscenza non solo di Chinguettì, ma anche di altre oasi quali Oudane, Oulata, Atar… in cui si respira ancora il fascino del glorioso passato mauritano documentato da antichi manoscritti che coprono un arco di tempo che va dall’epopea degli Almoravidi (XII secolo) fino all’inizio dell’epoca coloniale. Opere di letterati, giuristi, poeti, filosofi, mercanti e scienziati del passato, appartenenti sia a gruppi nomadi sia alle comunità delle antiche città del deserto, le biblioteche sono oggetto di studio e di analisi da parte di esperti, con l’intento di valorizzare questo patrimonio dell’umanità.

Il contenuto dei manoscritti, d’indicibile valore, abbraccia tutto lo scibile delle conoscenze medievali di matrice araba: tradizione coranica, logica, filosofia, poesia, astronomia e astrologia, medicina e farmacopea, viaggi e commerci, matematica e fisica. Chinguettì è stata giustamente soprannominata la “Sorbona del deserto” per il suo immenso deposito di saperi. Ancora oggi si contano dodici biblioteche, che ospitano migliaia di manoscritti. I più antichi risalirebbero al secolo xi e sono stati redatti generalmente su pergamene di gazzella, finemente decorati, con colori naturali, da magnifiche miniature. Da segnalare, in particolare, la biblioteca fondata all’inizio del xix secolo da Sidi Ould Mohamed Habot, un personaggio di alto spessore intellettuale, che lasciò agli eredi 1400 manoscritti con l’impegno di metterli a disposizione dei cultori del sapere. In questa raccolta di Habot vi sono due manoscritti, in particolare, di grande valore. Il più antico, in bella calligrafia orientale, risale all’xi secolo: un commento al Corano del poeta e linguista iraniano Abu Hilal al-Askari su carta proveniente dalla Cina. Il secondo è un rarissimo manoscritto del xvi secolo in cui è trascritta, su carta italiana, una delle opere complete del filosofo Abu al-Walid Muḥammad ibn Aḥmad Ibn Rushd, meglio noto con il nome di Averroè. A Chinguettì un’altra biblioteca che merita d’essere visitata è quella di Ahmed Mahmoud, con circa 500 manoscritti.

Viene spontaneo domandarsi come sia stato possibile che queste oasi abbiamo una storia così avvincente. A questo proposito occorre considerare che le caratteristiche ambientali della regione di cui stiamo parlando hanno subito ripetute mutazioni nel corso dei millenni, tanto da consentire, nel passato, condizioni relativamente favorevoli alle attività umane. Vi sono cioè state fasi storiche in cui il deserto del Sahara occupava un’area meno estesa di quella odierna, collocando la Mauritania ai margini della zona arida. Queste condizioni, relativamente ospitali e dunque favorevoli, consentirono al paese saheliano di diventare un crocevia di culture e di traffici, posto com’era all’incrocio di due grandi direttrici commerciali. La prima, lungo la verticale nord-sud, univa i paesi del Maghreb (e indirettamente la stessa Europa) all’Africa sub-sahariana; la seconda, sulla direttrice est-ovest, collegava, invece, la costa atlantica all’Africa orientale per ramificarsi quindi fino alla penisola arabica. Questa era la rotta seguita per il pellegrinaggio alla Mecca e per i traffici commerciali. Salgemma, tè, zucchero, gomma, spezie e avorio erano fra le principali merci scambiate e trasportate dalle carovane. Dalla Mauritania uscivano, stando alle cronache del tempo, oro, pelli, zibetti, uova di struzzo, cammelli, vacche e capre, oltre agli schiavi afro, vittime sacrificali dell’ignobile tratta dalla Guinea. Il periodo di massimo splendore dell’intera regione fu tra il xv e il xix secolo, quando la fama e l’influenza delle cosiddette villes anciennes di Chinguettì, Ouadane, Tichitt e Oualata si estendevano ben oltre i confini dell’attuale Mauritania.

Il benessere innescato dagli scambi commerciali e l’intensa circolazione degli uomini e delle idee diedero così origine a una delle più ricche tradizioni culturali dell’Africa occidentale. Purtroppo, oggi, Chinguettì, come tante altre città della regione, non è valorizzata come meriterebbe. Per il temerario visitatore si presenta come un dedalo di vicoli stretti e polverosi, avvolti dal mistero, che rischia di cadere nell’oblio o, peggio, di essere sepolta, con tutti i suoi preziosi manoscritti, dalle sabbie del Sahara che, inesorabilmente, avanza. A onor del vero, in questi anni, vi sono state delle iniziative benemerite da parte di vari governi stranieri, come quella finanziata dalla Cooperazione italiana allo sviluppo, che ha realizzato un programma per la «Salvaguardia delle Biblioteche del deserto» in co-finanziamento con la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, avvalendosi della preziosa collaborazione del Centro regionale di catalogazione e Restauro dei beni culturali di Villa Manin di Passariano presso Udine. Un’iniziativa perspicace e finalizzata alla protezione e alla conservazione degli antichi manoscritti. Ma evidentemente c’è ancora molto da fare, considerando che il deserto nasconde ancora molti tesori. Sovviene, quasi istintivamente, il monito del grande statista senegalese Léopold Sédar Senghor, il quale, commentando il celebre detto del filosofo e letterato peul Amadou Hampaté Ba — secondo cui «in Africa, quando un vecchio muore, è una biblioteca che brucia» — disse che «quando a Chinguettì o a Timbuctù (nel vicino Mali, purtroppo devastato dalle violenze jihadiste) una biblioteca brucia o si disperde è la memoria di mille vecchi che scompare».

di Giulio Albanese

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16 luglio 2019

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