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La medicina della prossimità

· Campagna dei gesuiti latinoamericani in vista del sinodo dei vescovi ·

 

«Abbracciare» il polmone verde del pianeta che rischia di scomparire, sensibilizzando le coscienze «sulle principali problematiche dell’Amazzonia, far conoscere il lavoro dei gesuiti nella grande regione, espandere reti di solidarietà che permettano di recuperare fondi per sostenere tutte queste attività». Queste le finalità della campagna «Déjate Abrazar» (Lasciati abbracciare), promossa dai gesuiti dell’America latina in vista del Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia e presentata nei giorni scorsi a Lima nel corso di un incontro pubblico tenutosi all’Università Antonio Ruiz de Montoya (Uarm). Al meeting erano presenti, tra gli altri, Gilberto Alfredo Vizcarra Mori, vicario apostolico di Jaén en Perú, padre Roberto Jaramillo, presidente della Conferenza provinciale dei gesuiti dell’America Latina (Cpal), il coordinatore del Servizio gesuita alla Pan-Amazzonia (Sjpam) padre Alfredo Ferro, il rettore della Uarm e presidente della Rete delle università gesuite dell’America latina padre Ernesto Cavassa e la leader indigena Anitalia Pijachi, collaboratrice della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam).

«Il compito della Chiesa in Amazzonia è accompagnare la gente e restarle vicina, conoscere i suoi problemi e i suoi percorsi, sempre con un grande desiderio di apprendere», ha dichiarato monsignor Vizcarra Mori. «Non dobbiamo mai perdere di vista l’obiettivo principale: la cura della casa comune — ha ribadito padre Ferro — che è una priorità della Chiesa e di tutta la Compagnia di Gesù».

Per questo, ha sottolineato padre Jaramillo «la missione del Servizio gesuita panamazzonico è quella di proteggere la vita in Amazzonia in tutte le sue forme possibili».

Una terra, quella amazzonica ricca di cultura e di risorse ma sistematicamente oltraggiata e che Anitalia Pijachi ha paragonato a una «donna ferita», una «donna in agonia» che i gesuiti latinoamericani cercano di guarire con le medicine della prossimità e dell’assistenza, promuovendo i diritti delle popolazioni indigene e provvedendo alle loro necessità in collaborazione con le diocesi locali, come avviene tramite Repam, una piattaforma ecclesiale di scambio e sostegno che intende promuovere in modo articolato l’azione delle Chiese locali e regionali. Un operato instancabile che, si legge sul sito della campagna (www. dejateabrazar.org), si svolge in diverse cittadine del vasto territorio, sparse tra Brasile, Colombia, Venezuela, Guyana, Perú e Bolivia, soprattutto nelle aree di frontiera quali il vicariato apostolico di Leticia, in Colombia, il vicariato apostolico di San José del Amazonas, in Perú, e la diocesi brasiliana dell’Alto Solimões. E così sono nati tanti progetti, illustrati nel corso della conferenza di presentazione della campagna, che vanno dal campo dell’istruzione a quello del sociale. Per quanto riguarda l’istruzione, sono state definite strategie d’intervento per rafforzare il senso di appartenenza al territorio nel personale docente, negli studenti e nelle comunità che fanno parte della rete educativa gesuita “Fe y Alegría”, consolidando in loro principi e valori comuni e ponendo il dialogo e lo scambio culturale come primo mattone per la crescita personale e il rispetto. E proprio al rispetto della dignità umana è rivolto un programma che mira a ridurre gli atti di violenza, di sfruttamento sessuale e la tratta delle persone, con un iter che prevede l’accoglienza e l’accompagnamento delle vittime di abusi anche con la collaborazione di enti e istituzioni statali.

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15 ottobre 2019

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