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La mappa del signor Selden

· Il commercio delle spezie, una carta perduta e il Mar cinese meridionale ·

Una ricchissima vita culturale caratterizzava Londra all’inizio del XVII secolo. Ben Jonson allestiva i suoi spettacoli per Giacomo I, salito al trono di Inghilterra nel 1603 dopo la morte di Elisabetta. Lo stesso sovrano incoraggiava John Donne — massimo esponente della poesia metafisica, segnata dalla ricerca di arguzie e scorciatoie linguistiche — ad abbandonare i componimenti amorosi per dedicarsi alla scrittura di sermoni. E sempre in quegli anni, per l’esattezza nel 1612, William Shakespeare allestiva per il re la rappresentazione della Tempesta, forse la massima espressione della sua arte teatrale.

La mappa di Selden, inchiostro su carta, tarda dinastia Ming (1624 circa, particolare)

In questa città in piena espansione, anche economica, che potrebbe essere paragonata alla Firenze medicea, un avvocato, John Selden, cerca di farsi largo pubblicando i suoi versi (accolti non proprio con favore dalla critica del tempo), elaborando una monumentale opera di diritto costituzionale e, soprattutto, dedicandosi agli studi orientali. Lo scrive Giuseppe Fiorentino aggiungendo che Selden (1584-1654) doveva essere un tipo davvero sveglio, forse anche un po’ più del lecito, se è vero che re Giacomo lo fece imprigionare per ben due volte, una delle quali «per ragioni di Stato a lui note». Il suo nome, in ombra al cospetto di tanti giganti contemporanei, si è riguadagnato uno spicchio di luce grazie a un libro di Timothy Brook pubblicato ora in Italia.

La mappa della Cina del signor Selden (Torino, Einaudi, 2016, pagine 240, euro 26) è in realtà un’opera che Brook, sinologo alla University of British Columbia di Vancouver, dedica a una carta geografica, denominata appunto “mappa Selden”, perché al momento della sua morte l’avvocato londinese la lasciò in eredità alla biblioteca Bodleiana dell’università di Oxford. E qui la carta, dopo un lavoro di restauro molto costoso, è esposta dal 2011. «Selden — scrive Brook — condivideva la passione per la cultura e la conoscenza, non solo anglofile, ma dell’umanità intera, compresa quella cinese, anche se si tratta di una lingua che non era in grado di leggere». Ed è una fortuna che il legale britannico abbia deciso di tramandare la carta. Si tratta infatti di un esemplare unico e irripetibile, disegnato e poi dipinto a mano. Raffigura la porzione di mondo conosciuta allora dai cinesi: dall’oceano Indiano a ovest, alle Molucche a est, da Giava a sud, fino al Giappone a nord. Ma soprattutto la “mappa Selden” è importante perché offre una raffigurazione di quella parte del globo sulla base delle nuove conoscenze dovute ai contatti con il mondo europeo.

Nel 1600 a Londra veniva stabilita la compagnia delle Indie orientali e, sempre in quel periodo, venivano prodotte carte geografiche in cui l’Europa acquisiva una nuova collocazione e una nuova dimensione, in relazione alla “scoperta” del nuovo mondo avvenuta poco più di un secolo prima. La “mappa Selden” fa la stessa cosa, ma nella prospettiva dei cinesi che stavano entrando in contatto con i mercanti provenienti da occidente. Il cartografo cinese ridisegnò il mondo sulla base dei nuovi dati che aprivano alla sua conoscenza terre e mari lontani dalla sua patria. «Per di più — sottolinea Brook — creò un oggetto di squisita bellezza, decorando la porzione di terra dell’Asia orientale con montagne, alberi e piante fiorite». E anche con qualche particolare, bizzarro ma elegantissimo, come le due farfalle che volteggiano felici sul deserto del Gobi. L’autore del libro evidenzia inoltre la grande perizia del cartografo che, intorno al 1624, elaborò la sua mappa dopo avere scoperto un metodo geniale di rappresentare il mondo, partendo non dalla terra ma dal mare, quel Mar Cinese meridionale oggi teatro di tante dispute territoriali.

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