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La mano e la manovella

· ​Il 10 dicembre 1936 moriva Luigi Pirandello ·

Il 10 dicembre 1936 moriva, nella sua casa di via Bosio dove abitava con il figlio Stefano e la sua famiglia, Luigi Pirandello. Aveva ricevuto il Nobel due anni prima e ciò potrebbe far pensare agli ultimi mesi di vita come un periodo tranquillo, dopo una straordinaria carriera. Ma non tutto andò così serenamente. Lo scrittore, infatti, sentiva sulle spalle tutto il peso dell’esistenza. Si sentiva appagato come chi ha dato tutto quel che poteva, il che lo riempiva di tristezza, oltre che di soddisfazione. «Ancora ieri — scrive su “L’illustrazione italiana“ (giugno 1935) — mi sarebbe importato assai che il lavoro che sto scrivendo ottenesse alla rappresentazione un buon successo. E oggi... oggi lo scrivo soltanto perché mi fa parlare dei sogni, in cui deve restare chi ha scoperto che quel che c’è d’umano in noi è veramente il meno».

La fama delle opere pirandelliane non rimase limitata ai confini italiani, ma li varcò. E ciò è testimoniato anche dal fatto che da cinquantatré anni si svolgono ad Agrigento, nei primi giorni di dicembre, i convegni internazionali di studi pirandelliani. Quello di quest’anno è stato dedicato al romanzo I Quaderni di Serafino Gubbio operatore, pubblicato dallo scrittore proprio cento anni fa, nel 1916 con il titolo Si gira. Era quello — il primo ventennio del Novecento — un periodo letterariamente e culturalmente di grande movimento, di ricerca, di avanguardia, con la nascita e la diffusione della macchina e del cinema. Pirandello volle affrontare tale tematica. Serafino era un cineoperatore. La ripresa di scene violente lo rende inquieto, e cade preda a uno shock al punto da chiudersi in se stesso e provare avversione per la sua professione. E così si definirà «una mano che gira la manovella». Dietro il personaggio c’è lo scrittore: Pirandello è polemico con le nuove macchine e con i futuristi colpevoli di avere mercificato la vita e la natura. Un giorno, forse, il vertiginoso meccanismo della vita porterà, secondo lui, alla distruzione totale; la meccanizzazione rende l’uomo schiavo, la macchina ha invaso il campo dell’uomo. Lo stesso mutismo di Serafino è simbolo della meccanizzazione che ha tolto la possibilità di dare senso alla vita. L’afasia è metafora della alienazione dell’artista e della riduzione dell’uomo a macchina. Sono concetti-chiave che attraversano la sua narrativa. Col passare degli anni Pirandello sentiva sempre più la fatica del lavoro ma, al contempo, avvertiva la coscienza di essere più sensibile, e più umile, per tutto quello che aveva scritto e rappresentato. 

di Vincenzo Arnone

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20 settembre 2019

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