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La mano di Michelangelo
nel volto di Giulio

· Un libro dedicato al monumento funebre di Papa della Rovere ·

La tomba di Giulio II della Rovere in San Pietro in Vincoli rappresenta una singolare anomalia storiografica. Si tratta infatti di un’opera certa di Michelangelo Buonarroti, certificata da tutte le fonti, testimoniata da una massa sterminata di documenti, un’opera che attraversa in modo drammatico la sua vita al punto di diventarne quasi una connotazione esistenziale («la tragedia della sepoltura»), eppure quest’opera non solo non ha mai goduto di una attenzione critica paragonabile a quella riservata ad altri grandi capolavori del maestro (gli affreschi sistini e le tombe medicee in San Lorenzo) ma è stata valutata più per quello che avrebbe potuto essere piuttosto che per quello che è.

Maso del Bosco e Michelangelo, «Giulio ii della Rovere» (XVI secolo)

La critica si è interessata molto al fallimento del progetto giuliesco e assai poco al risultato storicamente conseguito se non per darne giudizi generalmente negativi. Al punto che si è potuto scrivere: «Mai un progetto così grandioso ha prodotto un risultato così modesto» (Perkins).

Solo pochi, primo fra tutti il grande michelangiolista De Tolnay, hanno saputo capire che la storia della tomba di Giulio II è «una sinossi dello sviluppo artistico e spirituale di Michelangelo dall’ideale eroico della sua giovinezza alla conversione religiosa dell’età avanzata».

Su questa linea si colloca Christoph Luitpold Frommel licenziando per la Jaca Book il monumentale Michelangelo. Il marmo e la mente. La tomba di Giulio II e le sue statue (Milano, Jaca Book, 2014, pagine 367, euro 100). Per la prima volta in modo altrettanto approfondito, esauriente e minuzioso, il monumento funebre che sta in San Pietro in Vincoli viene studiato nella sua genesi, in tutte le rettifiche e varianti, disarticolato e analizzato in ogni sua parte. Aiutano Frommel nella bella e degna impresa e firmano ciascuno singoli capitoli del libro Maria Forcellino, Claudia Echinger-Maurach e Antonio Forcellino, curatore dell’ultimo intervento di restauro e pulitura delle statue.

Nei quarant’anni che stanno fra il 1505, data del primo progetto, e il 1545, scorre la grande arte di Michelangelo, il fiume insieme benefico e rovinoso di cui parla Wölfflin: gli affreschi sistini, le tombe medicee nel San Lorenzo di Firenze, il Cristo della Minerva, i Prigioni del Louvre e dell’Accademia di Firenze, la Vittoria di Palazzo Vecchio, statue, queste ultime, scolpite per le prime redazioni della tomba giuliesca. Frommel analizza queste opere a una a una mettendole in relazione con l’evoluzione stilistica e spirituale di Michelangelo e guidandole tutte alla nuova interpretazione critica della tomba di San Pietro in Vincoli; un’opera che non è «la sistemazione di un insieme di pezzi finanziati in modo casuale nell’arco di un quarto di secolo e perciò ovviamente disparati» (Laux) ma è, al contrario, il capolavoro della tarda creatività del maestro ispirata alla teologia del “Beneficio di Cristo”.

Precisazioni critiche e filologiche importanti ha prodotto questo libro. È sgombrato definitivamente ogni dubbio sull’autografia michelangiolesca delle due statue della Vita attiva e della Vita contemplativa, statue che fiancheggiano il celebre David; quel David che, elogiato da Winckelmann, da Lanzi e da Freud, al classicista Milizia sembrava «un mastino orribile, vestito come un fornaro, mal situato, ozioso». Una novità di rilievo riguarda la statua giacente di Giulio II collocata nell’ordine superiore della tomba. Attribuita tradizionalmente a Maso del Bosco, uno dei molti aiuti di Michelangelo in questa impresa, la scultura ha svelato, almeno nelle sue parti principali e soprattutto nel volto del Papa di straordinaria potenza espressiva, l’intervento diretto del maestro.

di Antonio Paolucci

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23 ottobre 2019

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