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«La man più bella
che io conosca»

· ​Antonello da Messina in mostra a Milano ·

«La man più bella che io conosca dell’arte»: il solenne elogio tessuto, nel 1912, dall’insigne critico d’arte Roberto Longhi, contribuisce a consacrare il genio di un artista, Antonello da Messina (1430–1479) che a distanza di secoli sa ancora emozionare, stupire e sedurre. Quella mano, elegante, dalle dita finemente affusolate, è di Maria, ritratta nella celeberrima Annunciata: una mano che esprime al contempo il senso della preghiera, della paura e della protezione. La paura è dettata dall’apparizione dell’angelo che è venuto, appunto, a dare l’annuncio, e che annuncio!: non meno della mano, pure le labbra sono dipinte in modo stupefacente, perché, schiuse, manifestano in un respiro trattenuto l’atto che precede il pronunciamento delle parole di accettazione del suo ruolo di madre di Cristo. L’immagine di questo quadro è uno dei fiori all’occhiello del pregiatissimo volume Antonello da Messina (Milano, Skira, 2019, edizione italiana e inglese, pagine 304, euro 40), a cura di Caterina Cardona e di Giovanni Carlo Federico Villa, redatto in occasione della mostra allestita al Palazzo Reale di Milano (fino al 2 giugno), che ripercorre l’itinerario di un artista considerato il più grande ritrattista del Quattrocento. 

«L’Annunciata» (1476)

Il volume, corredato da riproduzioni splendide e suggestive, riunisce l'intero corpus pittorico di Antonello, di cui Vasari, nelle Vite, sottolinea soprattutto la capacità di carpire il segreto della pittura a olio a Jan van Eyck, pittore fiammingo noto in particolare per la resa analitica e meticolosa della realtà. Di Antonello tuttavia restano purtroppo poche straordinarie opere: sono quelle scampate a tragici avvenimenti naturali e all’incuria, e che ora sono disperse in varie raccolte e musei fra Tirreno e Adriatico, oltre la Manica, di là dall’Atlantico.
La monografia offre una lettura originale dell’opera di Antonello, avvalendosi anche di occhi diversi da quelli degli storici d’arte. Ai saggi che introducono ed espongono il taglio critico del catalogo dell’artista — con le intuizioni di Giovanni Battista Cavalcaselle a fare da guida, lui che dell’artista è stato il moderno esegeta, e con la lettura dello storico Renzo Villa, il quale ricostruisce la vicenda del siciliano collocandola nel suo tempo — si affiancano infatti i testi di cinque scrittori che raccontano l’opera prediletta dell’intero corpus antonelliano. Da questa originale impostazione deriva la composizione di un mosaico ricco e dinamico, che vede riuniti Roberto Alajmo, Nicola Gardini, Jhumpa Lahiri, Giorgio Montefoschi ed Elisabetta Rasy: ognuno con la propria scrittura, sensibilità e interpretazione, ma tutti accomunati dalla stessa, accesa passione per Antonello da Messina.
Come sottolineano i curatori, l’artista piace a tutti, e in modo immediato, senza intermediazioni culturali. Antonello infatti «mira diritto al cuore di chiunque si soffermi davanti a una sua immagine, suscitando un misto di ammirazione e commozione». Si tratta, in sostanza, di un legame psicologico quello che si crea con i suoi ritratti, i suoi paesaggi, i suoi oggetti. «Uomini e donne che riconosci, che ritrovi, che ti sono familiari anche quando rappresentano la Madonna o un affabile santo colto nello studio con accanto il gatto e le proprie cose», scrivono Caterina Cardona e Giovanni Carlo Federico Villa. Quello dell’artista, eccelso anche quando si tratta di dipingere gli sfondi, è un paesaggio soprattutto mentale, inconscio e sempre presente. E poi c’è il dolore umano, di quel Cristo crocifisso le cui lacrime si confondono con le stille di sangue. In quello strazio si misura la capacità di Antonello di parlare, con spoglia e incisiva eloquenza, al mondo e alla modernità. Rilevano con calzante pertinenza i curatori che l’artista «diventa un tuo prossimo» anche se narra di crocefissioni, annunciazioni, pietà.
Tra i pregi del volume spiccano — al di là delle canoniche e illuminanti interpretazioni critiche — gli stati emotivi che si legano alla lettura delle diverse opere di Antonello. A proposito di Ecce Homo Giorgio Montefoschi ricorda che nei quattro vangeli Cristo, fisicamente, non è mai descritto. Il suo è un «corpo nascosto», il suo è un «volto nascosto». Sta dunque a ciascuno di noi immaginarlo. «Ma — scrive Montefoschi — se il volto di Cristo è quello che ha dipinto Antonello, il volto della sofferenza e degli ultimi, è lui che vogliamo amare, e amiamo».
Non meno accattivante è la valutazione di Elisabetta Rasy, la quale afferma che se c’è un luogo dove le piacerebbe entrare è lo studio di san Girolamo come l’ha dipinto Antonello. «Starei molto attenta — scrive — a non fare rumore e a non essere goffa, non tanto per non disturbare il santo che ai fastidi era abituato, ma per non turbare la meravigliosa armonia di quello spazio e il suo perfetto silenzio. Entrando, vorrei trasformarmi forse in uno di quegli oggetti che in mirabile disordine circondano Girolamo immerso nella lettura, o forse in uno dei vari animali che gli fanno quietamente compagnia».
Come pure è interessante il contributo di Gioacchino Barbera che ripercorre le mostre dedicate all’artista. «Si può dire — scrive — che la fortuna espositiva di Antonello abbia avuto inizio solo negli anni trenta del Novecento, di pari passo con la “riscoperta” di gran parte delle sue opere e con la messa a fuoco del suo profilo storico». Il suo esordio alle grandi mostre del Novecento avvenne nel 1935 a Parigi, all’Exposition de l’art italien de Cimabue à Tiepolo, voluta dal regime fascista per scopi promozionali e propagandistici. Ordinata da Ugo Ojetti, la rassegna presentava una impressionante galleria di capolavori. E Antonello trovava posto fra i veneziani nella sala 13, dove accanto a Bellini, Carpaccio, Mantegna, Cima da Conegliano e Lotto erano allineate l’Annunciata di Palermo e la Crocifissione di Anversa, e tre ritratti. Bisognerà poi attendere quasi vent’anni per arrivare alla prima mostra monografica sul pittore, che la città di Messina gli dedicherà nel 1953, in un clima di rinascita, anche sul piano culturale, dell’Italia dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale. Memorabile, ineguagliabile, irripetibile: sono questi alcuni degli aggettivi che ricorrono nelle cronache del tempo e nel racconto dei protagonisti di uno degli eventi di maggior rilievo nella storia della cultura messinese, e non solo, del Novecento. E nel richiamare idealmente quella celebre esposizione, l’attuale mostra al Palazzo Reale di Milano si pone anch’essa come irrinunciabile e fondamentale punto di riferimento lungo il cammino di riscoperta e di valorizzazione di un artista la cui maestria ha saputo superare il tremendo esame del tempo, e del suo impietoso e corrosivo fluire.

di Gabriele Nicolò

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15 ottobre 2019

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