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La luce di Assisi sulle strade del mondo

· Conclusa la giornata convocata da Benedetto XVI ·

Dieci, cento, mille fiammelle accese a illuminare il crepuscolo di una giornata memorabile. Erano le fiammelle delle lampade passate ad Assisi dalle mani dei giovani a quelle dei leader religiosi di tutto il mondo; quelle dei lumini consegnati a cardinali e arcivescovi cattolici, ad anglicani, ortodossi, musulmani, ebrei, buddisti, shintoisti, indù e a centinaia di fedeli di altre denominazioni mentre, nel tardo pomeriggio di giovedì 27 ottobre, ai piedi della tomba di Francesco, il santo della fratellanza universale, tutti insieme rinnovavano l’impegno a lavorare «nel grande cantiere della pace». E dal leggio Benedetto XVI ripeteva il suo appello: «Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! Ogni religione porti sulla terra giustizia e pace».

C’era l’umanità a pregare ieri sera nel luogo divenuto più che mai icona della pace. Una preghiera universale attraverso la voce dei rappresentanti di credenti e non credenti, convenuti tra le antiche mura della città di Francesco per rispondere all’invito del successore di Pietro.

Sono state ore di raccoglimento, di silenzio, di pellegrinaggio, di digiuno. Ed è rimbalzata in ogni angolo del mondo l’immagine di quell’umanità che avverte l’esigenza interiore di parlare e dialogare con tutti, senza rinunciare alla propria identità e senza indulgere a forme di sincretismo. Qualcosa iniziata venticinque anni fa e che oggi chiede nuovo slancio e vie creative per restare al passo con i tempi.

Tanta gente diversa ma una sensazione di una singolare unità: di luogo, Assisi appunto; di gesto, la preghiera; di obiettivo, la pace. Appello e, insieme, monito per un mondo ancora sofferente per le conseguenze di drammatiche divisioni.

L’immagine offerta ieri da quanti hanno ripercorso la strada di Francesco, appare come una luce di speranza nuova. Alle spalle di questa giornata c’è la forza di un ostinato magistero di pace che si perpetua nel tempo. Di fronte ai leader religiosi riuniti alla Porziuncola, scorrevano le immagini del primo incontro convocato da Giovanni Paolo II, portavoce di un’umanità smarrita e sofferente. Nel pomeriggio la continuità di quello stesso magistero si è resa concreta, visibile, nell’immagine di Benedetto XVI insieme a uomini di fede e a non credenti, disposti a offrire al mondo una duplice testimonianza: la comune aspirazione a raggiungere la pace attraverso la ricerca della verità e il forte desiderio di stare insieme.

Sfilavano avvolti nei loro caratteristici abiti. Brillante la luce dei lumini che stringevano fra le mani. Tremula qualche voce mentre affidava agli altri e al mondo intero l’impegno a costruire un’umanità rinnovata. Qualcuno aveva gli occhi lucidi. Netta la sensazione di una pagina nuova nel libro della storia.

Il popolo di Assisi era lì, testimone. Quando silenzioso, quando orante, quando corale nel dar voce alla lode cantata. Composto anche nel seguire il ritmo delle coreografie disegnate sulla grande piazza dai gruppi musicali del Gen rosso e del Gen verde, che hanno sottolineato ogni passaggio di una cerimonia solenne quanto coinvolgente.

Una cerimonia che si è sviluppata lungo tutto l’arco della giornata in un unicum inscindibile. La preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio. Preghiera vissuta soprattutto nella dimensione del silenzio e del raccoglimento interiore. Nessuno spazio a forme pubbliche, senza per questo rinnegare che la preghiera è e rimane il contributo essenziale che gli uomini di fede possono offrire alla causa della pace. Il digiuno per esprimere singolarmente fraternità e penitenza, disponibilità alla rinuncia e alla purificazione personale. Il pellegrinaggio per esprimere la volontà di continuare a camminare ogni giorno l’uno accanto all’altro sulle strade del mondo, sino a giungere alle radici della verità.

I giovani sono stati tra i protagonisti della seconda parte di questa giornata. Non a caso il Papa, nel suo saluto finale, li ha calorosamente ringraziati. Schierati in gran numero ai lati del breve tragitto percorso dal corteo per raggiungere il palco — posto al centro della piazza inferiore di San Francesco — continuavano a scandire un augurio divenuto il leit motiv di questi incontri: «Pace», ripetuto in tutte le lingue.

Shalom, Salaam, Peace, Paz, Fried, Paix si leggeva anche sulle decine di stoffe colorate sventolate dai giovani musicisti del movimento dei Focolarini intorno al palco e poi riunite in un unico grande telone disteso ai piedi dei delegati. Una delle tante coreografie che non solo hanno fatto da cornice al momento solenne della celebrazione, ma sono servite soprattutto a rappresentarne visivamente il senso.

Suggestivo il momento della consegna delle luci della pace. Ottanta giovani di nazionalità diverse sono saliti sul palco mentre il coro affidava al canto la preghiera «Fai di me strumento della pace» e il messaggio: «Conosco un’altra umanità, quella che spesso incontro per la strada, quella che non grida, quella che non schiaccia per emergere sull’altra gente quella che non sa rubare per avere. Credo, credo in questa umanità, che vive nel silenzio, che sa ancora arrossire, che sa abbassare gli occhi e sa scusare. Questa è l’umanità che mi fa sperare».

Preghiera e messaggio che, insieme con le lampade accese, sono stati deposti nelle mani dei rappresentanti delle diverse religioni. Questi li hanno accolti e, dopo un attimo di raccoglimento, li hanno riconsegnati ai giovani perché di quella luce nuova si facciano portatori nel mondo.

Il popolo di Assisi ha partecipato con commozione. Un applauso fragoroso ha accompagnato i giovani mentre si confondevano tra la gente. E tornavano in quel momento alla mente le parole pronunciate al mattino, nella basilica di Santa Maria degli Angeli, dal segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, Olav Fykse Tveit, il quale aveva evocato Gerusalemme che «in modo misterioso — aveva detto — non si limita a svelarci le realtà circa la condizione umana, ma ci sfida anche a confrontarci con esse».

E aveva ricordato che, come uomini di Chiesa, «siamo tutti chiamati a partecipare al ristabilimento della pace» per «ricreare e riparare il mondo». In quel momento, guardando a quel mescolarsi fraterno di razze, culture, religioni e generazioni diverse nella casa dell’apostolo della pace universale, sembrava proprio che la «sfida di Gerusalemme» fosse stata accolta e che stesse ricevendo la sua prima risposta. Emblematico in questo senso l’omaggio che i delegati, insieme con il Papa, hanno reso alla tomba di san Francesco come gesto conclusivo della giornata.

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16 ottobre 2019

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