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La luce
anche di notte

· Nella storia di Aisha si specchia il dramma dei migranti africani prigionieri in Libia ·

L’accoglienza di Figline Vegliaturo (Cosenza) e del Centro “Il Delfino”

«Ho preso un treno e ho timbrato il biglietto. Gli altri passeggeri non lo hanno fatto, ma sono stati fortunati perché quando il controllore è arrivato il biglietto lo ha chiesto solo a me». Aisha ha 32 anni. A differenza di quei viaggiatori ha la pelle nera. Oltre che una folta chioma fatta di sottilissime treccine. «L’episodio del treno è stata l’unica manifestazione di razzismo che ho subito da quando sono in Italia», spiega nella sala da pranzo della sua nuova casa. Una casa che Aisha ha colorato coi disegni dei suoi bambini. Ce ne sono molti appesi alle pareti e molti sono pure gli abitanti di Figline Vegliaturo (in provincia di Cosenza) che le fanno visita giornalmente. Una vicina, non a caso, ha appena bussato alla porta con in mano una busta contenente dei dolci. «Qui a Figline — prosegue a tratti in italiano a tratti in inglese — sono tutti gentili con me e la mia famiglia». 

Ad accoglierla a braccia aperte, oltre agli abitanti del posto, sono stati anche gli operatori che lavorano al Centro di Solidarietà “Il Delfino”. Aisha e gli altri, infatti, risultano beneficiari del progetto S.p.ra.r (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) gestito dallo stesso Centro, impegnato da più di dieci anni nel servizio d’accoglienza verso i migranti. A loro l’Italia garantisce protezione umanitaria, quella che prima di sbarcare nel Belpaese, quattro anni fa, non avevano avuto mai. «Sono arrivata in Sardegna nel 2015, insieme ai miei due gemelli, Asan e Osanat. Avevo partorito da poco e non è stato semplice prendermi cura dei piccoli e di me stessa, sola in un paese sconosciuto, con un marito e altre due bambine bloccati in Nigeria».
Ed è proprio dalla Nigeria che prende avvio il racconto di Aisha. È lì che la sua vita si trasforma in un incubo e la donna non fa fatica a parlarne. Almeno apparentemente, tra le mani agita una piccola tartaruga, un giochino dei suoi figli. «Un giorno, nel salone di bellezza che gestivo, l’Aisha Beauty Salon, arriva una donna. Si complimenta per il mio lavoro e mi convince a trasferirmi in Libia, dove avrei potuto aprire un altro negozio e guadagnare bene». Dietro alla promessa del miglior futuro, tuttavia, si cela l’inimmaginabile. «Una volta in Libia quella donna mi minaccia. Per restituirle i soldi del viaggio avrei dovuto prostituirmi. Sono stata rapita e poi venduta». È qui che il racconto di Aisha si interrompe bruscamente. C’è l’inverno nei ricordi, che solo dopo un po’ ricompaiono. Riemergono dalla profondità del Mediterraneo, culla di infinite possibilità. Compresa la morte. «Eravamo 150 sul barcone, le donne gettavano i propri figli in mare e certe immagini mi hanno segnata per sempre». Tre giorni di viaggio, l’arrivo sull’isola, il centro di accoglienza sardo e dopo un anno il ricongiungimento con il marito Wasiu e le due bambine, Marian e Suzzam. «Con il loro arrivo le cose sono andate meglio. Mi sono battuta affinchè ci facessero stare insieme e così è stato. In Calabria abbiamo iniziato una nuova vita». Per celebrarla — la nuova vita — i due sposi hanno deciso di farlo nel migliore dei modi possibili: hanno dato alla luce Feranmi, che oggi ha un anno, è italiana con sangue nigeriano nelle vene. Nel paesino di mille abitanti, Aisha e gli altri sono finalmente felici. Le giornate trascorrono tranquille tra il ritiro delle pagelle a scuola, le conversazioni con gli anziani del posto, gli stimoli degli operatori de “Il Delfino”, che hanno iscritto Aisha e Wasiu ai corsi di formazione per un futuro, rispettivamente, da truccatrice e cuoco. «Quando la Calabria, con un profumo, un paesaggio o un panorama — dice Aisha — mi ricorda la Nigeria cerco di non pensarci. Il mio futuro è qui come pure i sogni dei miei figli. Non permetterò a nessuno di infrangerli».

Un sogno nel cassetto ce l’ha pure Emmanuil che, come Aisha e Wasiu, è stato accolto da “Il Delfino”. Con la differenza che il giovane liberiano, richiedente asilo politico, vive nella comunità di Castiglione Cosentino in un Cas (centro di accoglienza straordinaria). Ha 30 anni e anche lo stesso cognome di George Weah. Con l’ex calciatore del Milan, oggipresidente della Liberia, condivide la nazionalità, ma non la storia che l’ha portato in Italia. Questione di fortuna. Lui non si abbatte e dice che: «La vita è accussì». La sua, in particolare, l’ha visto sbarcare «in un posto imprecisato della Sicilia» il 26 giugno del 2016. «Era una domenica», racconta nella sala lettura della sua casa lontano da casa. «Dopo lo sbarco sull’isola — spiega in un italiano misto al dialetto locale — sono arrivato in Calabria. Qui vivo da due anni e tre mesi, ho ripreso gli studi e ad oggi ho pure l’intenzione di diventare meccanico». Vuole rendersi utile Emmanuil e far capire agli italiani «che noi neri possiamo riuscire in qualcosa». Non ci sono dubbi sul fatto che, grazie alle sue sole forze, possa cavarsela. Sopravvissuto alla guerra in Liberia e a quella in Costa d’Avorio, dove si trasferisce a soli sette anni con la nonna materna, Emmanuil è stato prigioniero in Libia. «Nessuno poteva pagare il mio riscatto — dice — perché a quei tempi non avevo una famiglia. Mia nonna era morta, mio padre anche e di mia madre abbiamo perso ogni traccia». Il mare è la sua unica salvezza. «Il mio amico del Mali mi ha convinto a scappare in Italia, non avrei mai pensato di arrivarci ed essere finalmente tranquillo. Sul barcone piangevo, poi una donna mi ha detto di stare zitto perché io avrei dovuto dare l’esempio a tutti i bambini presenti». Ride, Emmanuil, ricordando l’aneddoto, ma è una risata amara. «L’unica cosa a cui mi sono aggrappato per calmarmi è stato il ricordo di mia figlia, ancora in Costa d’Avorio, e del futuro che avrei potuto garantirle». Quella notte in mezzo al blu del Mediterraneo — il salvataggio da parte della Croce Rossa, lo sbarco senza documenti, cibo o vestiti in una terra ignota — Emmanuil non la dimenticherà mai. «Durante la traversata a un certo punto ho pensato che se fossi morto non sarebbe stato giusto per mia madre. So che, dovunque si trovi, pensa al figlio vivo e felice coi suoi amici». E di amici, a Cosenza, Emmanuil ne ha tanti. «È bello tornare al Centro, parlare delle nostre storie, raccontarci com’è andata la giornata. Sono grato a Dio per farci vivere in un paese di pace. Quando ripenso alla traversata, ad esempio, ho i brividi». Motivo per cui in Calabria non si è mai avvicinato al mare, «persino quando a scuola ci spiegano che l’Italia è bagnata da quattro mari — continua — sto male». Proprio a scuola, poi, ha imparato la lingua. E, a poco a poco, a vivere. «Una lingua è una nuova vita — conclude — e io voglio raccontare la mia in nome di chi in mare ha trovato la morte». D’altronde, dietro alle sue spalle, c’è un cartellone con su scritto: «È di notte che è bello credere alla luce».

di Enrica Riera

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23 agosto 2019

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