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La lotta senz’armi di Biram
in Mauritania

· L’impegno dell’associazione Ira per sconfiggere la schiavitù nel paese africano ·

Donne che lavorano venti ore al giorno senza guadagnare nulla, violentate dai padroni e dai loro parenti; bambini bollati come schiavi prima ancora di nascere e che una volta nati non conosceranno mai il significato di parole quali infanzia, gioco, scuola; maschi umiliati, trattati come animali e privati dei più elementari diritti. Tutto questo accade oggi in uno stato che ufficialmente ha abolito la schiavitù nel 1981, ribadendo tale divieto nel 2007 e nel 2015. 

Il paese è la Mauritania, ponte tra il mondo arabo e l’Africa nera, il cui territorio — grande tre volte l’Italia, per trequarti desertico e roccioso — è abitato da quattro milioni di persone. Prima repubblica islamica creata nel secolo scorso (tutti i cittadini sono musulmani e non è consentito cambiare religione o professarsi atei), la popolazione è composta per il 20 per cento da arabo-berberi, per circa il 50 per cento dai cosiddetti haratin, neri arabizzati discendenti da ex schiavi affrancati o ancora in stato di dipendenza dai loro padroni arabo-berberi, e per il resto da neri liberi, appartenenti a varie etnie che vivono anche nei paesi limitrofi, come Mali e Senegal.
Nonostante sia difficilissimo contarli, si stima che oggi in Mauritania gli schiavi oscillino tra il 7 e il 15 per cento dell’intera popolazione. Si stima, appunto: non essendo iscritti all’anagrafe e non godendo di alcun diritto, semplicemente non esistono per lo Stato.
La sorte delle donne è la peggiore. Oltre a lavorare duramente, sono anche vittime di stupri continui: violentate sin da bambine dai padroni, vengono poi sessualmente cedute ai figli di costoro, o prestate agli amici, in uno scambio continuo. In quanto fattrici di nuovi schiavi, rappresentano la merce più preziosa: la logica è infatti quella che si applica agli animali. Il ventre è del padrone, quindi la cucciolata appartiene a chi è proprietario della donna. E se per caso la schiava incontra un uomo libero che desidera sposarla, non solo il padrone deve dare il consenso alle nozze, ma il marito — benché libero — non avrà mai alcun diritto sui figli: in quanto figli di schiava, infatti, restano proprietà esclusiva del padrone. Il che significa che costui a piacimento potrà portarli via alla madre, e al loro padre legittimo.
Sono comunque pochi gli schiavi che si sposano, alimentando un sistema che «spinge lo schiavo all’abbrutimento, distruggendo tutto ciò che porta all’emancipazione. La famiglia genera legami di solidarietà; l’istruzione e la proprietà aiutano le persone a migliorare la propria posizione sociale. Lo schiavo non ha diritto a nulla di tutto questo». A parlare è Biram Dah Abeid, nero nato libero, la cui storia è raccontata da Maria Tatson, giornalista di origine greca, nel libro Mai più schiavi. Biram Dah Abeid e la lotta pacifica per i diritti umani (Milano, Edizioni Paoline, 2018, pagine 208, euro 16). È grazie a lui, e al suo instancabile impegno, se negli ultimi anni l’esistenza della schiavitù in Mauritania ha conquistato una discreta attenzione a livello internazionale.
La storia di Biram è la storia di un uomo ribelle che sin da piccolo non si rassegna all’ingiustizia (il primo incontro con la schiavitù, e la prima reazione, avverrà alla scuola elementare), convinto della forza della lotta pacifica per l’affermazione dei diritti civili. Una storia travagliata e sofferta la sua, che si intreccia con quella di un’intera nazione in cammino verso l’emancipazione e l’uguaglianza. La scuola, i primi lavori, gli incontri/scontri con la politica, le lotte, il carcere, i licenziamenti, le torture, le enormi privazioni, le fughe, i processi abilmente trasformati in palcoscenico, un percorso che nell’ottobre del 2008 porterà Biram a fondare Ira (Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista), gruppo nonviolento che lotta contro lo schiavismo in Mauritania. Ed è stato proprio grazie a Ira, se in questi anni donne e uomini haratin hanno trovato il coraggio di ribellarsi alla soggezione economica e psicologica, rivolgendosi alle autorità per chiedere il rispetto delle leggi.
Oltre che su quello legale, l’opera di Biram si muove anche sul versante culturale: liberare lo schiavo dalle catene mentali che troppo spesso portano la vittima stessa ad accettare la schiavitù come qualcosa di inevitabile, a vedersi come un oggetto di cui un altro essere umano può liberamente disporre, imponendogli la propria volontà con violenza e minacce. Finché schiavi ed ex schiavi non riusciranno a liberarsi da questa mentalità la schiavitù in Mauritania non potrà essere sradicata: di questo Biram è assolutamente convinto. Perché — ed è il rovescio della medaglia — disumanizzare un altro essere umano mette a posto la coscienza del padrone. Se è tutta la società a ragionare così, diventa molto più facile sfruttare lo schiavo economicamente, psicologicamente o sessualmente.
Arrestato più volte, torturato e minacciato, colpito negli affetti (la moglie perderà un occhio negli attacchi), Biram non ha mai ceduto. Parte di questa forza gli viene — come lui stesso ha raccontato a Maria Tatson — dall’esempio dei genitori: crescere in una famiglia religiosa e altruista è stato infatti determinante per la sua formazione. Il padre ne ha segnato il senso di giustizia sociale, mentre dalla madre ha ereditato l’atteggiamento di apertura, aiuto e misericordia nei confronti degli altri.
Il 10 dicembre di settant’anni fa l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il cui articolo 4 recita: «Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma». E se dal 1948 molte cose sono cambiate, la schiavitù gode ancora nel mondo di buona salute: quegli schiavi che abbiamo imparato a conoscere dai romanzi sono ancora qui, oggi. Il rapporto 2016 del Global Slavery Index, realizzato dalla fondazione australiana Walk Free, sostiene che nel pianeta 45,8 milioni di persone vivono in stato di schiavitù (per lo più si tratta di cittadini di India, Cina, Pakistan, Bangladesh e Uzbekistan).
In violazione plateale e continua dell’articolo 4 della dichiarazione dei diritti dell’uomo, sono ancora tantissimi gli esseri umani che non esistono come persone.

di Silvia Gusmano

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24 marzo 2019

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