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La liturgia è un allenamento

· All'inizio dell'opera omnia di Joseph Ratzinger ·

Pubblichiamo stralci dell'intervento tenuto al Palazzo Ducale di Genova dal cardinale arcivescovo della città in occasione della presentazione dell'undicesimo volume dell'Opera omnia di Joseph Ratzinger Teologia della liturgia. La fondazione sacramentale dell'esistenza cristiana (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 849, euro 55).

Tutti concordano nel riconoscere che Papa Benedetto è un grande teologo, con una invidiabile capacità di esporre con chiarezza il proprio pensiero. L'Opera omnia, destinata a raccogliere in modo organico e sistematico il frutto della sua riflessione teologica, sta prendendo corpo e testimonia la fecondità e la profondità dei suoi studi.

Potrebbe però sorprendere non poco il fatto che il primo volume pubblicato raccolga gli studi sulla liturgia: perché un grande teologo si occupa di liturgia? Non vi sono forse temi più rilevanti e meritevoli di interesse?

A questi interrogativi risponde lo stesso Benedetto XVI nella prefazione al volume Teologia della liturgia . Partire dalla liturgia, in continuità con l'ordine cronologico delle costituzioni del concilio Vaticano II, significa mettere «in luce il primato di Dio, la priorità assoluta del tema “Dio”» (p. 5). Non possiamo non notare la sintonia di Papa Benedetto con le parole pronunciate da Paolo VI alla chiusura del secondo periodo del concilio, mentre annunciava la promulgazione della costituzione Sacrosanctum concilium : «Noi vi ravvisiamo l'ossequio alla scala dei valori e dei doveri: Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale, primo dono che noi possiamo fare al popolo cristiano, con noi credente e orante, e primo invito al mondo, perché sciolga in preghiera beata e verace la muta sua lingua e senta l'ineffabile potenza rigeneratrice del cantare con noi le lodi divine e le speranze umane, per Cristo Signore e nello Spirito Santo».

Comprendiamo bene allora che occuparsi di liturgia non significa dimenticare le difficoltà che la fede cristiana incontra oggi, al contrario è alta testimonianza di ciò che costituisce il cuore della fede cristiana.

L'interesse per la liturgia del teologo Ratzinger è da leggersi poi alla luce della sua scelta di occuparsi di questioni di teologia fondamentale. Scrive nell'introduzione al volume che stiamo presentando: «La materia che scelsi fu la teologia fondamentale, perché prima di tutto volevo andare al fondo della domanda: perché noi crediamo? Ma in questa domanda fin dall'inizio era compresa intrinsecamente l'altra domanda, quella della giusta risposta da dare a Dio e quindi la domanda circa il culto divino. A partire da qui vanno compresi i miei lavori sulla liturgia. Il mio obiettivo non erano i problemi specifici della scienza liturgica, ma sempre l'ancoraggio della liturgia all'atto fondamentale della nostra fede e quindi anche il suo posto nell'insieme della nostra esistenza umana» (p. 6).

È un obiettivo che merita qualche approfondimento. Qui il nostro autore dichiara che occuparsi di liturgia non distoglie dalla domanda fondamentale sulla fede: la liturgia, infatti, è ancorata all'atto fondamentale della nostra fede e della nostra esistenza.

Un saggio di non facile e immediata lettura contenuto nel nostro volume — La fondazione sacramentale dell'esistenza cristiana — è un'illuminante attuazione di quanto sopra enunciato. Alla domanda «che cosa fa realmente l'uomo che celebra il culto della Chiesa, i Sacramenti di Gesù Cristo?» e perché lo fa, Ratzinger risponde: «Lo fa perché sa che, in quanto uomo, egli può incontrare Dio solo in modo umano. In modo umano però vuol dire: nella forma della comunione, della corporeità e della storicità. E lo fa perché sa che, in quanto uomo, egli non può disporre da sé quando e come e dove Dio gli si debba mostrare; sa di essere piuttosto colui che riceve, che dipende dall'autorità che gli vien data, autorità che non è lui a concedersi, ma che rappresenta il segno della libertà sovrana di Dio, il quale decide autonomamente il modo della sua presenza» (pp. 239-240).

Celebrando i sacramenti l'uomo scopre come essi siano in sintonia con la propria esperienza di uomo, con quelle particolari esperienze come la nascita, la morte, il pasto, la comunione sessuale tra uomo e donna, nelle quali si rende trasparente la realtà spirituale. Sono esperienze in cui l'uomo sperimenta che la materia e il corpo sono «fessure attraverso le quali l'eternità getta uno sguardo nel procedere uniforme della vita quotidiana» (p. 225).

L'ultima parte de Lo spirito della liturgia. Una introduzione è titolata: «La forma liturgica». In essa l'autore tratta del rito e dei riti, dei gesti, delle posizioni e degli atteggiamenti che il corpo assume nella celebrazione, della partecipazione attiva. In questo ultimo contesto è interessante notare come, riferendosi all'esercizio del corpo e alla disciplina degli sportivi richiamata dall'apostolo Paolo, Ratzinger accosti la liturgia all'allenamento. Scrive: «È un esercizio per imparare ad accogliere l'altro nella sua alterità, un allenamento all'amore, un allenamento ad accogliere il totalmente Altro, Dio, a lasciarsi plasmare ed usare da lui» (p. 167). Celebrare la liturgia è lasciarsi plasmare dal totalmente Altro, da Dio. La partecipazione alla liturgia è quindi sì attiva, ma al tempo stesso in un certo qual modo anche «passiva» o «iniziatica». Porre l'attenzione anche alla dimensione iniziatica del rito liturgico, che significa prima di tutto non la riforma che la liturgia subisce nei propri riti, ma la riforma che la liturgia promuove con i propri riti, conduce nel cuore del mistero celebrato.

È illuminante a questo proposito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI a Colonia nella concelebrazione conclusiva della Giornata mondiale della gioventù (21 agosto 2005), dove legge il mistero dell'Eucaristia e della sua celebrazione attraverso la categoria della «trasformazione»: «Facendo del pane il suo Corpo e del vino il suo Sangue, Egli (Gesù) anticipa la sua morte, l'accetta nel suo intimo e la trasforma in un'azione di amore (...). È questa la trasformazione sostanziale che si realizzò nel cenacolo e che era destinata a suscitare un processo di trasformazioni il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr. 1 Corinzi , 15, 28)».

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