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La lingua dello spirito

Chiara e Agnese non si sono mai incontrate. Vivevano in paesi lontani e appartenevano a ceti sociali diversi, ma la loro amicizia non può essere messa in dubbio. Lo testimoniano quattro lettere superstiti di un carteggio prolungato nel tempo. Si trattò certo di una amicizia spirituale, di quelle che possono sbocciare e attecchire soltanto tra chi ha aspirazioni, ideali, modelli di vita comuni, tra chi ama profondamente Dio e lo vede in un altro con cui condivide la tensione a unirsi e uniformarsi a lui. Si genera allora una disposizione interiore e una mozione sentimentale che induce uno scambio reciproco di conferma nella fede e di sostegno nel dubbio, di condivisione di affetti e di aiuto reciproco nelle eventuali difficoltà. Tutto questo e molto di più emerge dalle parole di Chiara che saluta con slancio l’amica lontana che ha intrapreso una vita in tutto simile alla sua per poter attuare nel modo più consono il proposito della sequela Christi: seguire Gesù nella povertà e nella rinuncia al matrimonio in vista di una unione più alta e più profonda.

Chiara, nata nel 1193, apparteneva a una famiglia nobile di una piccola città italiana, dotata di una ragguardevole ricchezza. Il destino tracciato per lei dal padre Favarone prevedeva le nozze con un giovane altolocato che potesse consentirle il tenore di vita fino allora goduto o anche più alto. Certo nulla al confronto dell’amica Agnese, nata a Praga nel 1211, principessa di sangue, figlia del sovrano di Boemia e destinata in sposa al figlio dell’imperatore Federico ii di Svevia. La disparità di rango e la lontananza spaziale tra le due giovani donne non preclude però un sentire comune. Entrambe educate alla religione cristiana e alla misericordia verso i poveri e i malati, praticano l’elemosina e l’assistenza come innato dovere dei più ricchi, ma questa concezione della carità assimilata in famiglia non risponde più al sentire della generazione del loro tempo che vede nei poveri un alter Christus. Seguire Cristo significa allora farsi volontariamente poveri. Tanto Chiara che Agnese hanno compreso la nuova chiamata del Signore e hanno visto o conosciuto l’esempio di Francesco. La loro via è dunque illuminata e tracciata. Prima Chiara fugge di casa, rinuncia alla sua dote per distribuirla a chi ha bisogno, sottolinea con un gesto radicale la sua conversione facendosi tagliare i capelli da Francesco. I tentativi del padre di ricondurla a casa sono vani. Anzi di lì a poco anche la sorella di Chiara la raggiungerà nella sua nuova dimora di San Damiano: un rifugio ancora provvisorio in vista di 

Ugolino Verino «Vita di Santa Chiara vergine» (miniatura, 1496)

preparare la forma di vita da condividere con altre amiche e sorelle.

Agnese invece giunge più gradualmente alla completa dedizione a Cristo. Ha udito dai primi frati minori giunti a Praga il messaggio di Francesco, da poco morto e subito canonizzato (1226-1228); ha impiegato parte dei suoi beni nella fondazione di un ospedale per gli ammalati e di un convento dedicato a san Francesco per le suore che lo servono; matura poi il proposito di vivere in completa povertà, sul modello di quanto ha già realizzato Chiara. Riuscirà nel suo intento non con la fuga ma con una difficile trattativa con la famiglia, intermediario il papa stesso, Gregorio ix. Con l’approvazione pontificia Agnese chiamò a dirigere il convento cinque suore di Trento che seguivano la forma di vita di San Damiano (1233-1234), altre giovani boeme si aggregarono a loro e dopo pochi mesi anche la nobile principessa vi si unì. Provvide allora a spogliarsi di tutti i suoi beni trasferendone il possesso alla Santa Sede e ricevendo in cambio il privilegium paupertatis che già aveva conseguito Chiara, cioè il consenso papale a non essere costretta ad accettare beni e a vivere soltanto con i proventi del lavoro delle sorelle e con le elemosine. Dopo questi eventi Chiara d’Assisi riconosce Agnese di Praga come sorella e figlia e le indirizza quelle lettere che costituiscono un monumento di spiritualità e di amicizia che ha pochi paragoni nel suo secolo e oltre.

Maestro di santa Chiara (XIII secolo)

Le lettere di Chiara sono anche un modello di scrittura alta femminile. Seguono le regole delle arti nel saluto iniziale e nello stile, superano tuttavia l’impianto formale con contenuti ed espressioni dettati da sincerità e affetto. La prima lettera, la cui datazione oscilla tra il 1234 e il 1238, anno della concessione a Praga del privilegium paupertatis, si pone come saluto alla nobile dama che con la rinuncia ai beni terreni e la scelta della verginità è diventata figlia e sorella della povera suora di San Damiano. L’incipit richiama l’alto rango della destinataria e la sua condizione attuale di «sorella e sposa del sommo re dei cieli»; a lei si rivolge l’umile e indegna «ancella di Cristo e serva delle povere signore».

In questo primo incontro epistolare con Agnese, Chiara mette in luce la disparità di origine tra le due interlocutrici, a cui subentra l’espressa ammirazione per la radicale scelta di povertà di Agnese e il compiacimento per la comune forma di vita, che consente di superare distanze e formalismi. Agnese e Chiara sono ora sorelle e la prima seguace di Francesco assume un ruolo di guida spirituale nei confronti di colei che vuole seguirne le orme:

«Allora, sorella carissima, anzi signora degna d’ogni omaggio, perché siete sposa e madre e sorella del signore mio Gesù Cristo, fregiata del vessillo smagliante della verginità inviolabile e della santissima povertà, rafforzatevi nel santo servizio, già intrapreso con desiderio ardente, verso il povero crocifisso».

Chiara indica ad Agnese il primo e solo modello da seguire: il Cristo povero e crocifisso. Francesco di Assisi non è mai nominato né in questa né nelle altre lettere, anche se l’elogio della povertà che la badessa di San Damiano include nella prima epistola indirizzata ad Agnese richiama certo, anche nell’afflato poetico, l’amore del frate minore per la sposa povertà:

«O beata povertà, che procura ricchezze eterne a chi l’ama e l’abbraccia.

O santa povertà, in quanto il regno dei cieli è senza dubbio riservato da Dio a chi desidera averla, insieme a gloria eterna e vita beata.

O pia povertà, che il Signore Gesù Cristo, lui che reggeva e regge su terra e cielo, lui che pronunciò una parola e tutto fu fatto, si degnò di abbracciare al di sopra di ogni altra cosa».

Maestro boemo di Praga «Sant’Agnese assiste gli ammalati» (1482)

La seconda lettera inviata da Chiara ad Agnese è di poco posteriore alla prima ed è scritta in una circostanza specifica, determinata dagli interventi messi in atto da persone autorevoli per indurla a mitigare la povertà assoluta che aveva abbracciato. Chiara allora esorta la sorella a non recedere dal primo proposito, «come una seconda Rachele, con lo sguardo sempre rivolto al punto di partenza». Patendo con Cristo, la nobile Agnese regnerà con lui e acquisterà per l’eternità la gloria del regno celeste al posto di cose terrene e transitorie.

Anche la terza lettera di Chiara è in risposta a una questione specifica relativa al digiuno, originata da prescrizioni papali che inasprivano le usanze stesse in vigore tra le damianite. Agnese si chiese allora quale fossero gli ordini di Francesco. L’epistola è databile intorno al 1237 e la frequenza dei contatti tra le due damianite in questo periodo è comprensibile alla luce della volontà di Agnese di uniformare e dirigere i passi della fondazione di Praga sulle orme di quella di Assisi. Chiara risponde al quesito, ma ben presto le sue parole si rivolgono al fulcro tematico della sua esortazione amicale. Come madre gioisce per la sapienza e la virtù di Agnese, «coadiutrice dello stesso Dio e sostegno delle membra vacillanti del suo corpo ineffabile», e la incita a posare il suo cuore davanti alla figura della sostanza divina per contemplarla e trasformarsi tutta «nell’immagine della sua divinità» che la accoglie nella sua amicizia «così che anche tu senta ciò che sentono gli amici gustando la dolcezza nascosta che Dio fin dal principio ha riservato a chi lo ama». La deificazione è lo scopo della vita delle sorelle, la scelta della povertà è il primo passo per accostarsi a Cristo.

Molto distanziata nel tempo si colloca invece la quarta e ultima lettera inviata ad Agnese. È una lettera di congedo e ha quasi il valore di testamento. Chiara è molto malata e morirà di lì a poco assistita dalla sorella. Siamo dunque nel 1253. All’esordio la madre si scusa per il lungo silenzio, causato anche dalla lontananza e dalla mancanza di latori, ma entra subito nel nucleo essenziale dei suoi pensieri e delle sue esortazioni che si svolgono intorno a due temi: il binomio Agnese-Agnello e il motivo dello specchio senza macchia.

Il primo tema rinvia alle nozze con Cristo che Agnese di Praga, «come l’altra santissima vergine santa Agnese», ha contratto disprezzando le vanità del mondo e sposando l’Agnello. Il secondo tema è quello dello specchio in cui Agnese deve guardarsi per ornarsi e farsi bella «con fiori e stoffe di ogni virtù, come conviene a figlia e sposa dilettissima del sommo re». In questo specchio brillano «la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità». Queste sono le virtù che riflettono la vita dello sposo Gesù Cristo: al principio la povertà contraddistingue la sua nascita, poi l’umiltà si manifesta nelle fatiche e pene da lui sostenute per la redenzione, infine la carità è la forza che lo spinge a patire sulla croce e ad affrontare la morte più vergognosa. Agnese guardi quello specchio, si accenda d’amore e implori di essere introdotta nella «cella del vino». Segue poi una serie di citazioni del Cantico dei cantici che evocano le nozze mistiche, figura dell’unione mistica con Dio.

La lettera si conclude poi con poche, icastiche parole che riassumono il senso, mai prima esplicitato, del lungo rapporto epistolare delle sorelle e amiche: «Taccia nell’amore per te la lingua della carne e parli la lingua di spirito».

Affetto e condivisione di vita e di aspirazioni contrassegnano l’essenza di una amicizia spirituale senza tempo.

[le citazioni delle lettere sono tratte dall’edizione a cura di Giovanni Pozzi e Beatrice Rima: Chiara d’Assisi, Lettere ad Agnese. La visione dello specchio, Milano, Adelphi Edizioni, 1999]

di Gabriella Zarri

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26 agosto 2019

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