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La libertà religiosa
chiave di volta dei diritti umani

· Intervento della Santa Sede alla conferenza sulla lotta all'intolleranza e alla discriminazione nei confronti dei cristiani ·

Pubblichiamo la traduzione italiana del discorso di monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati, all’apertura della conferenza sulla lotta all’intolleranza e alla discriminazione nei confronti dei cristiani, organizzata dall’Osce, svoltasi a Vienna il 14 dicembre.

Signor Presidente, Eccellenze, Signore e Signori,

La Santa Sede considera un dovere l’insistere sull’importanza continua — anzi, duratura — della libertà di religione o di credo. Sin dal suo primo impegno nei negoziati di Helsinki, passando per i decenni di conferenze e incontri della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce), fino all’esteso lavoro attuale dell’Osce, per la Santa Sede la difesa e la promozione della libertà di religione o di credo sono state, e continuano a essere, una priorità centrale e fondamentale dei suoi sforzi incessanti per salvaguardare la dignità inerente a ogni uomo e a ogni donna. La Santa Sede lo fa non perché persegue i propri interessi come suprema autorità di governo della Chiesa cattolica o perché gli altri diritti o libertà non le interessano, ma perché la libertà di religione o di credo è la cartina di tornasole per il rispetto di tutti gli altri diritti umani e le libertà fondamentali, poiché ne è la sintesi e la chiave di volta.

Di fatto, Papa san Giovanni Paolo II ha memorabilmente affermato che la libertà di religione costituisce «il cuore stesso dei diritti umani» (Messaggio per la celebrazione della XXXII Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1999, n. 5). La libertà di religione è dunque fondamentale per la difesa dei diritti umani di tutte le persone, credenti o non, poiché nel regno della coscienza, che costituisce la dignità della persona umana, ci sono diritti umani interconnessi e indivisibili, come la libertà di religione o di credo, la libertà di coscienza e la libertà di espressione. Di fatto, la lotta contro l’intolleranza e la discriminazione nei confronti dei cristiani può essere uno strumento efficace per difendere i diritti umani di altri credenti religiosi e, in effetti, anche i diritti umani di quanti non professano alcuna religione.

Pertanto, la Santa Sede considera un grande onore essere stata invitata a pronunciare il discorso di apertura di questa Conferenza sulla lotta all’intolleranza e alla discriminazione nei confronti dei cristiani. Prima di farlo, vorrei iniziare ringraziando l’ambasciatore Eberhard Pohl, presidente del Consiglio permanente, e il dottor Michael Link, direttore dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo (Odihr), per la gentile accoglienza. Vorrei anche esprimere la gratitudine della Santa Sede al personale dell’Odihr per avere organizzato questo evento.

Per quanto riguarda il tema della nostra Conferenza, desidero soffermarmi — anche se brevemente — su tre questioni: 1) l’intolleranza religiosa e la libertà di religione o di credo; 2) le diverse forme, comprese quelle più recenti, di intolleranza e di discriminazione nei confronti dei cristiani; e 3) il potenziale di bene inerente all’impegno con la religione o la fede.

Libertà di religione o di fede e intolleranza/discriminazione

La discriminazione e l’intolleranza nei confronti dei cristiani, che prendono di mira uomini e donne non a causa della loro razza, del sesso o della lingua, ma per la loro fede, costituiscono una violazione e una sfida diretta alla libertà di religione o di credo, che è uno dei diritti umani menzionati esplicitamente nell’Atto finale di Helsinki ed è tutelato dai successivi impegni dell’Osce quale priorità di questa Organizzazione e dei suoi 57 Stati partecipanti.

Anche se a prima vista potrebbe sorprendere che la Csce e l’Osce — come organizzazione per la sicurezza regionale — debbano dedicarsi a questioni concernenti la libertà di religione o di credo e gli sforzi per combattere la discriminazione e l’intolleranza nei confronti dei cristiani, una riflessione più profonda su tali argomenti rende molto chiari i motivi per questa attenzione. L’intolleranza e la discriminazione nei confronti dei cristiani, come ogni intolleranza e discriminazione per motivi religiosi, non sono solo indici di violazione dei diritti umani, ma si sono anche dimostrati terreno fertile per altre violazioni di diritti umani che ostacolano e minacciano la coesione sociale e che possono portare a violenza e conflitto, anche tra Stati. Se l’Osce vuole davvero realizzare — da Vladivostok a Vancouver — sicurezza e cooperazione, deve rimanere vigile riguardo all’intolleranza e alla discriminazione dirette contro uomini e donne solo per la loro fede in Gesù Cristo.

Intolleranza e discriminazione nei confronti dei cristiani: molteplici forme

Sebbene l’attenzione di questa Conferenza sia ovviamente rivolta alla regione dell’Osce e vi siano senza alcun dubbio molti esempi ed episodi preoccupanti nella nostra regione, sarebbe negligente da parte mia non ricordare almeno la barbara persecuzione dei cristiani che si verifica in altre parti del mondo, purtroppo anche alle porte stesse dell’Osce. Le atrocità perpetrate nei confronti dei cristiani in Siria e in Iraq sono talmente raccapriccianti, da non riuscire a trovare le parole adeguate, e la loro sofferenza non deve essere dimenticata. Di fatto, negli ultimi giorni, l’ombra mortale dell’estremismo violento e del terrorismo è scesa ancora una volta sulla comunità copta in Egitto.

Considerando la realtà dell’area Osce, dobbiamo riconoscere che la discriminazione e l’intolleranza, compresi i crimini d’odio, colpiscono molti cristiani e comunità cristiane, malgrado l’idea spesso riscontrata che in questa parte del mondo tale discriminazione o intolleranza non si verifica. A quanto pare, appartenere alla religione maggioritaria preclude ai cristiani l’essere considerati vittime di intolleranza. Questo modo di vedere, però, non si fonda sulla realtà.

I continui e ripetuti attacchi a chiese cristiane e a edifici religiosi, confermati dai dati dell’Odihr, smentiscono facilmente l’idea che i cristiani non subiscono intolleranze. La distruzione premeditata di chiese, cappelle e sale, il vandalismo deliberato nei confronti di spazi e simboli religiosi, compresi croci, statue e altri manufatti cristiani, come anche il furto e l’abuso sacrilego di ciò che i cristiani considerano sacro, sono tutti esempi non solo di atti irriguardosi, ma anche intolleranti e il più delle volte criminali commessi a causa di pregiudizi.

Nuove forme di intolleranza e di discriminazione nei confronti dei cristiani

La Santa Sede ha ripetutamente osservato che l’intolleranza e la discriminazione nei confronti dei cristiani non riguarda solo attacchi violenti o la distruzione insensata di oggetti religiosi e si esprime in molte forme nuove. Queste nuove forme di intolleranza e di discriminazione devono essere riconosciute. In uno dei suoi più importanti discorsi sul cristianesimo nella società, Papa Benedetto XVI ha identificato diverse tendenze profondamente preoccupanti:

«La religione [...] per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione. In tale contesto, non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore. Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che — paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni — ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza. Questi sono segni preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto conto non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica. Vorrei pertanto invitare tutti voi, ciascuno nelle rispettive sfere di influenza, a cercare vie per promuovere ed incoraggiare il dialogo tra fede e ragione ad ogni livello della vita nazionale» (Incontro con esponenti della società civile, del mondo accademico, culturale e imprenditoriale, con il corpo diplomatico e con leader religiosi nel Westminster Hall, 17 settembre 2010).

Questi esempi di ciò che può essere giustamente definito un «sentimento anticristiano» rappresentano una nuova forma di intolleranza e di discriminazione nei confronti dei cristiani. Come Benedetto XVI ha sottolineato, si basa sul contrapporre la libertà di religione o di credo a qualche nozione generale di tolleranza e di non-discriminazione.

Tolleranza e non-discriminazione non dovrebbero però essere usate, o interpretate, in un modo che restringe la libertà di religione o di credo o altre libertà fondamentali. Una legislazione anti-discriminazione che nega la libertà di religione o di credo — e spesso ignora il diritto dei cristiani di agire conformemente alle loro credenze e ai loro interessi — è in netto contrasto con impegni ben consolidati dell’Osce. Permettetemi qui di fare un’importante distinzione: la Santa Sede aderisce con forza al principio che ogni diritto comporta obblighi e doveri. Pertanto, chi si professa cristiano non può sostenere che la libertà di religione o di credo lo autorizzi a esortare alla violenza nei confronti dei non credenti. Tuttavia, allo stesso modo, un predicatore cristiano che insegna rispettosamente e fedelmente i principi religiosi o morali della sua Chiesa è tutelato dalla libertà di religione anche se l’opinione maggioritaria trova scomoda la sua proclamazione. Dobbiamo suscitare consapevolezza per la discriminazione nei confronti dei cristiani, anche nelle regioni in cui l’opinione pubblica internazionale normalmente non si aspetterebbe che esista. L’agire e il parlare pubblicamente come cristiano impegnato nella propria vita professionale non sono mai stati tanto minacciati. Ai cristiani, come anche agli altri, dovrebbe dunque essere permesso di esprimere pubblicamente la propria identità religiosa, liberi da qualunque pressione a nasconderla o mascherarla.

Questo disagio o, di fatto, questa opposizione nei confronti di qualsiasi ruolo pubblico della religione è alla base di ciò che Papa Francesco ha definito «persecuzione educata dei cristiani» in molti paesi. Sotto le parvenze della «correttezza politica», la fede e la morale cristiana sono considerate ostili e offensive, e dunque un qualcosa che deve essere eliminato dal discorso pubblico. Ma perché è così? Perché la religione, e in particolare il cristianesimo, è temuto quando cerca di far sentire la propria voce su questioni che interessano non solo i credenti, ma il bene comune della società? Questa paura dinanzi al cristianesimo che svolge il suo ruolo legittimo nella pubblica piazza rivela una visione o un approccio “riduzionista” alla libertà di religione o di credo, confinandola meramente alla libertà di culto. Contro tale tendenza, il Santo Padre ha affermato che:

«La libertà religiosa implica certamente il diritto di adorare Dio, individualmente e comunitariamente, come la propria coscienza lo detta. Ma la libertà religiosa, per sua natura, trascende i luoghi di culto, come pure la sfera degli individui e delle famiglie. Perché il fatto religioso, la dimensione religiosa, non è una subcultura, è parte della cultura di qualunque popolo e qualunque nazione» (Papa Francesco, Incontro per la libertà religiosa, Philadelphia, 26 settembre 2015).

Le restrizioni alla libertà religiosa vanno sfidate, poiché i crimini d’odio inevitabilmente prosperano in un ambiente in cui la libertà di religione non viene pienamente rispettata e in cui la religione è discriminata.

Religione o fede come fattore positivo

Malgrado le numerose sfide che dobbiamo affrontare nel combattere l’intolleranza nei confronti dei cristiani, non dobbiamo dimenticare che la religione o la fede — e quindi il cristianesimo — ha una capacità illimitata di bene, non solo per gli individui o le comunità (basti solo ricordare le immense opere caritative realizzate da cristiani), ma anche per la società nel suo insieme.

Pur riconoscendo il ruolo positivo che la religione può svolgere nella sfera pubblica e nella società, nella sua Lettera enciclica Laudato si’ Papa Francesco ha ribadito che «la Chiesa non pretende [...] di sostituirsi alla politica» (n. 188). Né la Chiesa pretende di offrire soluzioni tecniche ai problemi del mondo, poiché questa è una responsabilità che ricade altrove. La religione, però, ha il compito speciale di offrire i suoi principi guida alla comunità dei credenti e alla società in generale. Per sua natura è aperta a una realtà più grande e quindi può guidare le persone e le istituzioni verso una visione più universale, verso un orizzonte di fraternità universale che nobilita e arricchisce il carattere dell’assistenza umanitaria. Una persona autenticamente formata da una visione religiosa non può essere indifferente alla sofferenza di uomini e donne.

L’Osce ha chiaramente riconosciuto questa dimensione pubblica vitale ed essenziale delle comunità religiose. A tale riguardo, vorrei richiamare la vostra attenzione sul principio 16 del Documento conclusivo di Vienna 1989 e sulla Decisione n. 3/13 del Consiglio ministeriale. Questi impegni esigono che gli Stati partecipanti includano le comunità religiose nel dibattito pubblico, anche attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Pertanto, gli Stati dovrebbero apprezzare gli interventi dei rappresentanti delle comunità religiose che esprimono le loro idee — basate su convinzioni morali derivanti dalla fede — sulla vita quotidiana e, in particolare, sui provvedimenti legislativi e amministrativi del loro paese.

La Santa Sede è convinta che, sia per gli individui sia per le comunità, la dimensione della fede può favorire il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani, sostenere la democrazia e lo Stato di diritto e contribuire alla ricerca della verità e della giustizia. Inoltre, il dialogo e la collaborazione tra le religioni e con le religioni sono un mezzo importante per promuovere sicurezza, fiducia, riconciliazione, rispetto e comprensione reciproci e a favorire la pace.

I nostri sforzi comuni per combattere l’intolleranza o la discriminazione nei confronti dei cristiani partono dal nostro riconoscimento comune della libertà di religione o di credo e, come ha evidenziato Papa Francesco:

«Essa comprende “la libertà di scegliere la religione che si considera vera e di manifestare pubblicamente la propria fede”. Un sano pluralismo, che davvero rispetti gli altri ed i valori come tali, non implica una privatizzazione delle religioni, con la pretesa di ridurle al silenzio e all’oscurità della coscienza di ciascuno, o alla marginalità del recinto chiuso delle chiese, delle sinagoghe o delle moschee. Si tratterebbe, in definitiva, di una nuova forma di discriminazione e di autoritarismo» (Evangelii Gaudium, n. 255).

Grazie a tutti per la gentile attenzione.

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