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La libertà è un foglio bianco

· Carlo Maria Martini nel film di Ermanno Olmi ·

Anticipiamo uno stralcio della prefazione al libro vedete, sono uno di voi. Intervista a Ermanno Olmi su Carlo Maria Martini (Milano, Àncora editrice, 2017, pagine 96, euro 12). Il volume, in libreria dal 31 agosto in coincidenza con il quinto anniversario della morte del cardinale, è frutto di quattro anni di lavoro che hanno visto il regista e Marco Garzonio impegnati nell’ideazione — con il soggetto e la sceneggiatura scritti a quattro mani — di un film documentario sulla vita di Carlo Maria Martini.

Ermanno Olmi


Il testo che fa da clou a questo volume rappresenta il distillato di quattro anni di lavoro che ci hanno visto impegnati nell’ideazione e realizzazione di vedete, sono uno di voi, il film sul cardinale Martini di cui Olmi firma la regia ed io, insieme a lui, ho scritto il soggetto e la sceneggiatura. Ho ricavato una sorta di «Giornale di bordo» dagli appunti che ho preso durante i nostri incontri a Milano e ad Asiago, aggiungendo qua e là cenni relativi a dichiarazioni che Ermanno ha fatto nel corso della presentazione del film riprendendo riflessioni che già era venuto facendo in fase di lavorazione.
Fare questo film ha costituito per me un’esperienza straordinaria. Innanzi tutto grazie all’incontro personale con l’uomo Olmi. Ritrovandoci in casa, ho avuto l’opportunità di apprezzare lui e Loredana, la moglie, punto di riferimento, sostegno, fonte d’ispirazione vitale, quotidiana e appartata ma insostituibile. Inoltre, negli scambi intensi e continui su testi, immagini, vicende e prese di posizione del cardinale o giudizi su di lui ho potuto sperimentare un altro vertice d’osservazione su che cosa ha rappresentato Martini. Direi che mi è stato fatto il dono di sottoporre di continuo al vaglio dell’occhio del poeta il «mio» Martini, che conoscevo bene, tanto da averci scritto in trent’anni libri e articoli. Ma che, evidentemente, aveva bisogno in qualche modo di riconfigurarsi in me sotto un profilo ancor più spirituale. Perché al riscatto dalla cronaca e dal quotidiano, a un’elevazione tesa in modo crescente verso l’alto, il cielo, conduce il lavoro dell’artista.
Sono stati tanti i confronti sullo «scalettone», come lo chiamava Ermanno. Cresceva, si arricchiva di spunti, a poco a poco prendeva forma. Nel libro trova eco e sostanza, quasi in presa diretta, l’evoluzione dell’opera. Posso dire che nessuno dei nostri appuntamenti s’è svolto in modo uguale al precedente. Come nessuna delle ipotesi di lavoro che siamo venuti a mano a mano prospettando ha rispettato per filo e per segno quello che ci eravamo proposti al momento di darci appuntamento. Preparavo e ordinavo documentazione, ci vedevamo, ne parlavamo e quasi subito era come se godessimo del piacere di porci e di inseguire interrogativi. Ogni materiale raccolto, fosse un testo di Martini, la documentazione di un evento storico, una fotografia, un ritaglio di giornale: tutto costituiva spunto per verificare l’insufficienza di quanto era stato trovato e sprone a colmare le lacune. Con la consapevolezza, peraltro un po’ frustrante, che anche la più sorprendente conquista in termini di conoscenza non avrebbe saziato le nostre curiosità e acchetato le spinte a sperimentare ulteriori sentieri. Insomma, lo spirito di ricerca dell’uomo e dello scienziato Martini ci veniva progressivamente contagiando su due fronti, che riflettevano le nostre personalità, oltreché i nostri «mestieri». In Olmi risvegliava l’istinto estetico, dell’«inventare» (nel senso etimologico del ritrovare, imbattersi in qualcosa che, in fondo, c’è già: aspetta solo di esser visto e reso poeticamente), dell’immaginare forma adeguata. In me sollecitava risposte da dare al processo psicologico di Martini che era stato costretto a cambiare, a «trasformarsi» da cattedratico, rettore, espressione d’un’élite intellettuale, di un’aristocrazia del pensiero, in pastore che, si direbbe oggi, sulla scia di Francesco, deve portare «l’odore delle pecore» per essere credibile. E anche di questa evoluzione a tre, di Olmi, del «nostro» Martini e di me, di questa alchimia di persone, di esperienze, di storie, di vissuti il libro rende testimonianza.
L’intervista è il genere letterario che meglio può dare conto delle tappe principali di un percorso e documentare i rivoli attraverso cui è rintracciabile il filo rosso di senso che lega la ricerca interiore con gli eventi e assicura la coerenza del cammino. Quando a padre Gilberto Zini, direttore di Àncora, è venuta l’idea di fare il libro, sulla scia del successo di Silence. Intervista a Martin Scorsese di Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ho parlato subito del progetto con Olmi. La risposta di Ermanno è stata: «Bene, bene: fai tu, fai tu che le cose le sai». Per quanto ho imparato a conoscerlo mi è risuonata come un bisogno interiore di oggettivare un’esperienza e di andare oltre. Modalità che certo andava a sommarsi a difficoltà di ordine personale, dettate dalle condizioni di salute, ma che rifletteva, nel profondo, l’esigenza etica di non accontentarsi, di considerare il già fatto come una tappa su cui non indugiare più che tanto, l’urgenza di raccogliere le forze per andare avanti rinnovati.
L’affidarsi di Olmi ha caricato di ulteriori responsabilità il reperimento dei contenuti da mettere e il linguaggio da usare. Anche perché, di recente, nel sostenere il prosieguo del lavoro, Ermanno mi diceva: «Ti raccomando, procedi con gioia». Si trattava di recuperare una «fedeltà filologica» agli scambi tra noi durante i lavori di messa a punto di soggetto e sceneggiatura e poi di progressiva verifica del montato. In più si rendeva necessario immaginare una struttura narrativa che mettesse al centro le parole di Olmi, il suo inconfondibile procedere discorsivo, quasi la sua voce. Come si dice nell’intervista: il suo fare da speaker a se stesso e a Martini, in una progressiva identificazione.
Mi avevano avvertito che lavorare con Ermanno voleva dire condividere una sorta di avventura in progress, un rendersi disponibili a cambiamenti in corso d’opera che potevano anche contraddire quanto previsto sino ad un momento prima.
Ciò avrebbe potuto comportare una navigazione a vista ispirata da un bisogno insaturo, quasi ossessivo, di libertà di movimento, di reinvenzione. Qualcosa di diverso rispetto a certi modi di burocrazie, di sistemi, di poteri che si reggono sul controllo, poco accondiscendenti verso la sperimentazione artistica. Mi è capitato di verificarlo.
Un episodio è illuminante. Quando siamo passati al «girato» di alcune parti, un prete che doveva consentire le riprese in un certo ambiente ecclesiastico voleva leggere e sottoporre al suo beneplacito la sceneggiatura. Credevo che i nomi di Olmi e di Martini avrebbero costituito di per sé una garanzia. Invece mi fu obiettato: «C’è un ufficio che sovrintende e c’è una procedura da seguire. Non è che chiunque può pensare di venire qui a girare un film». Punto. Alla fine, dopo email, incontri e pazienti attese, per fortuna del film e, in qualche modo, per il buon nome di quella struttura di Chiesa, il permesso a effettuare alcune riprese venne concesso pur in assenza di sceneggiatura circostanziata. Ecco, la parte dell’intervista in cui Olmi afferma che «la libertà è un foglio bianco» costituisce la riproposizione esatta del suo pensiero e delle sue aspirazioni, di una visione del mondo cara ad Ermanno, per lui essenziale. Ad aiutarmi nel rendere tale modo di pensare mi hanno aiutato i momenti di confidenza vissuti una decina di anni fa, quando Olmi ed io vivemmo l’esperienza breve purtroppo ma intensa di «Prove di democrazia», insieme a tanti amici coordinati da Marco Vitale e Francesco Gatti.
Per quell’associazione che avrebbe voluto fare opera di cultura civica, di rilancio della responsabilità individuale e dei valori costituzionali, Olmi scrisse un documento con un passaggio “politico” insolito in un artista, una presa di posizione etica di grande valore ancora oggi.

di Marco Garzonio

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23 maggio 2018

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