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La libertà è il solo principio attivo

· Elvio Celestino Fontana ricorda Cornelio Fabro nato il 24 agosto 1911 ·

«Fu apostolo e missionario della cultura ed attraverso la cultura». È la frase riportata nella pagellina distribuita dopo la morte del filosofo padre Cornelio Fabro avvenuta il 4 maggio del 1995 a Roma, dai confratelli della Congregazione degli Stimmatini, la famiglia religiosa di Fabro. E il 24 agosto ricorre l’anniversario del centenario della nascita del grande filosofo e teologo di Flumignano (Udine). Nel ricordare la sua figura di studioso e di uomo alla sequela di Cristo abbiamo intervistato padre Elvio Celestino Fontana dell’Istituto del Verbo Incarnato e direttore del Progetto Culturale Cornelio Fabro.

Come vanno i lavori del «Progetto culturale Cornelio Fabro»?

Siamo riusciti, non senza fatica, a pubblicare il venticinquesimo volume del centinaio previsto. Il materiale complessivo è vastissimo. Che io sappia, non c’è altro pensatore contemporaneo del quale — per misteriosa provvidenza di Dio — si conservi una ricchezza e varietà così grande di documentazione: oltre ai libri da lui pubblicati — dei quali si conservano un buon numero di bozze con correzioni manoscritte — conserviamo numerose dispense dei corsi universitari scritte da lui o raccolte dagli studenti, registrazioni complete di corsi e cicli — specialmente degli anni di insegnamento a Perugia — epistolari pervenuti da alcune Fondazioni o da privati, titoli e onorificenze ricevuti, archivio fotografico, radiofonico e filmati, nonché alcuni inediti dei quali Fabro lasciò perfino le prime bozze già corrette. Tutto questo materiale preziosissimo sarà messo a disposizione di studiosi e studenti. Si è aperto di recente un nuovo capitolo del nostro lavoro e consiste nel raccogliere le numerose testimonianze di persone che l’hanno conosciuto e attestano la sua qualità spirituale ed esemplarità di vita.

È errato dire che in fondo Cornelio Fabro ha sviluppato quella metafisicità che mancava a Søren Kierkegaard?

Lo studio e le traduzioni iniziate sulle opere di prima pubblicazione della Kierkegaard-Renaissance, rivelava al nostro l’assoluta mancanza della traduzione dei Diari , cui si accinse previo studio della lingua danese. Per correggere un luogo comune, diciamo che Fabro non è «solo» il traduttore di Kierkegaard, ma lo studioso, è con san Tommaso il suo autore privilegiato, che ha contrassegnato «un incontro decisivo, com’egli dice, per afferrare l’unità sotterranea del pensiero filosofico nelle varie epoche di cultura». Scrive ancora Fabro che «L’opera kierkegaardiana procede, è vero, per “esperimenti esistenziali”, ma si dilata insieme sulla discussione dei concetti e problemi di fondo: è realista, senza cadere nel dogmatismo; è dialettica, senza cadere nello scetticismo; è fenomenologica d’intuizione eccezionale, senza cadere nel nichilismo». Non v’è dubbio che Fabro individui la vis metaphisica del grande «Socrate del Nord».

Qual è stata la novità ermeneutica di Fabro nella lettura dell’Aquinate?

Fabro con Tommaso ha percorso tutti i sentieri della modernità: egli individua per la prima volta nella storia del pensiero la dialettica della «nozione di partecipazione» quale chiave ermeneutica del tomismo. Essa diventa un punto di partenza rivolto al futuro: piattaforma di un progetto in grado di perlustrare tutti i meandri del pensiero moderno e della contemporaneità, una rivoluzione metafisica che troviamo esposta e argomentata in Partecipazione e Causalità . L’applicazione originale della partecipazione si rivela in modo sorprendente nell’antropologia, nel processo cognitivo, nell’elevazione spirituale e anche mistica. La riflessione metafisica, e quindi lo esse, è indirizzata allo spirito, afferma Fabro, mediante il conoscere e con l’amare. Il suo amare si protende verso ogni bene, ossia verso la felicità senza limiti. La dialettica della partecipazione ha qui la sua radice e il suo locus metaphisicus .

La risposta al «filosofame soggettivistico», vero diserbante dell’autentico filosofare, rimane la metafisica creazionistica, medesimo percorso dell’apex mentis del Fabro?

Secondo Fabro la dottrina creazionista dev’essere fondata teoreticamente nella metafisica della partecipazione: nella partecipazione statica come dipendenza, e nella partecipazione dinamica come tendenza e ritorno verso l’Assoluto. La dialettica della partecipazione apre la via all’incontro fra ragione e fede, sostiene e alimenta il singolo nella sua situazione di creatura di fronte agli interrogativi dell’esistenza, e si prolunga con la teologia mistica, ch’è la vita compiuta mentis et cordis . Parafrasando Kierkegaard dice: «L’io di fronte a Dio, come all’Assoluto, ha una dignità infinita che resiste ad ogni dialettica perché partecipa all’assolutezza (infinità). Un io è qualitativamente ciò che è la sua misura; più idea di Dio più io. Nel fatto che Cristo è la misura, si esprime da parte di Dio con la massima evidenza l’immensa realtà che ha l’io; perché soltanto in Cristo è vero che Dio è meta e misura dell’uomo. Dopo l’evento dell’Incarnazione, ogni uomo deve porsi la domanda: chi è Cristo per me?». La risposta a questa domanda esprime le decisioni e il rischio della libertà.

Secondo lei, se Fabro fosse ancora in vita, alla luce della beatificazione di Rosmini del 2007, aggiornerebbe il volume L’Enigma Rosmini? Se sì, cosa chioserebbe?

È noto che lo studio delle Opere del roveretano fu commissionato a Fabro da Paolo VI; è anche noto, o almeno dovrebbe esserlo, che l’espressione: «Questa è l’ultima parola sul Processo Rosmini» non è affatto di Cornelio Fabro che si è cimentato con la vasta documentazione anche inedita della questione rosminiana. Conosciamo altresì, perché lo leggiamo in apertura del suddetto volume, che «La fatica è stata improba a causa dello stato del materiale da esaminare. Mi furono consegnati, precisa Fabro, ben 32 pacchi di documenti (a stampa e manoscritti) che sembravano ancora intatti, i libri tutti intonsi». La conclusione cui arriva nelle prime 300 pagine in cui ha esaminato i documenti, è che la Chiesa non ha sbagliato nelle diverse sentenze — pur apparentemente contrarie fra loro — su Rosmini. Soltanto nelle ultime 100 pagine il nostro esprime la sua posizione personale sulla qualità metafisica del pensiero rosminiano. Quanto alla beatificazione, chi ha frequentato Fabro ricorderà queste parole: «Se Antonio Rosmini ha fondato l’Istituto della Carità, non può che essere un santo». E sappiamo quanto Fabro stimasse i santi! Ma anche fra i santi vi possono essere opinioni diverse. Serio monito per i seguaci di Rosmini e Fabro: sono due sacerdoti che hanno onorato in maniera esemplare la Chiesa di Cristo.

Si narra che Fabro prima dei cinque anni non parlasse. Il silenzio fu inteso da Fabro come porta per la libertà di coscienza?

È vero che la prima infanzia del filosofo fu un calvario di malanni, tra cui una grave impotenza motoria che gli impedì fin quasi al quinto anno di muoversi e di parlare. Dai suoi ricordi sappiamo anche che non era chiuso al mondo circostante. Penso che sia difficile, forse per chiunque, dare una risposta apodittica alla sua domanda. Possiamo riferire una considerazione del filosofo del 1980 in cui così si espresse: «Prima di morire vorrei dire e scrivere qualcosa sulla coscienza, sull’originalità, sulla sua inderivabilità: non viene dai cromosomi, non viene dall’ambiente. La coscienza è una, come Dio che l’ha creata e illuminata». Fabro è il filosofo della libertà. Se volessimo ripercorrere tutte le sue espressioni, l’anelito, le suggestioni, il tormento, il gaudio, l’appassionata ricerca della libertà ci troveremmo a scoprire un inno alla libertà. «La libertà è un dono talmente prezioso, talmente alto, talmente attivo, ch’è l’unico principio attivo ch’è originario dopo la creazione. Neppure Dio può alterare la nostra decisione» ( Aforisma 428).

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