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La lezione nascosta
in quell'incendio

· Lettere dal direttore ·

Tutto il mondo si è commosso davanti alle immagini di Notre-Dame in fiamme. Buon segno. Improvvisamente le cattedrali hanno riconquistato il centro dell’attenzione degli uomini. Cos’è una cattedrale? Al di là dell’etimologia della parola, già molto interessante, l’aspetto più significativo è la dimensione comunitaria che contraddistingue le cattedrali come opere dell’ingegno umano. Nel Medio Evo, “buio” quanto una vetrata gotica gli permette di essere, la costruzione di una cattedrale coinvolgeva l’intera vita della comunità cittadina, non solo nello spazio del territorio urbano, ma anche nel tempo, perché spesso l’impresa superava il limite delle generazioni per cui molti che avevano cominciato il lavoro non arrivavano a vederlo terminato, sorte che toccava invece i loro figli e nipoti. Spendevano la vita per un lavoro gigantesco che non avrebbero visto finito. Tutto un popolo collaborava all’edificazione della cattedrale, ognuno facendo la propria parte, ognuno portando il proprio mattone, un po’ come accade con i grandi poemi e le leggende dell’antichità: chi ha scritto Le mille e una notte? Chi si ricorda i nomi degli architetti delle cattedrali?

Dalle ceneri del tetto di Notre-Dame emerge dunque una lezione di umiltà assai preziosa per oggi (soprattutto per gli effetti sul piano socio-politico), un insegnamento che suona radicalmente controcorrente con lo spirito del tempo contemporaneo segnato dall’ipertrofia dell’ego, dalla presenza ingombrante delle archi-star. Un vecchio aneddoto forse illumina il segreto nascosto in quella umiltà generativa: si racconta di un artigiano intento alla costruzione di una cattedrale, mentre stava intagliando un uccello su una trave che sarebbe rimasta coperta dal tetto, qualcuno gli chiese: «Perché perdi tanto tempo per una cosa che nessuno vedrà?» rispose: «Perché Dio vede».

A.M..

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22 agosto 2019

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