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La lezione di Polonio

· A scuola di economia da William Shakespeare ·

È compito della letteratura rappresentare mondi reali, verosimili o immaginari: di tali mondi l’esperienza economica e la scienza economica sono da sempre parte irrinunciabile e culturalmente qualificante. Nessuna sorpresa, dunque, se anche nelle opere di innumerevoli protagonisti della letteratura (in) inglese fiorisce l’esperienza “economo-letteraria”, cioè quella peculiare declinazione della testualità letteraria la cui produzione, ricezione e comprensione richiedono uno sforzo interdisciplinare orientato verso l’ambito economico.   Le domande che vengono rivolte a Gulliver nel suo quarto viaggio tra i cavalli razionali e che sottintendono la dialettica tra economia naturale ed economia monetaria; il baronetto che incarna l’insanabile dipendenza della piccola aristocrazia terriera dalla sempre più influente aristocrazia finanziaria; lo pseudo-sindacalista che, profetizzando palingenesi socioeconomica e fratellanza con toni apocalittici e rivoluzionari, persegue biechi fini personali; il financial expert indiano che esercita la sua tradizionale attività all’ombra della naturale vitalità di un albero di banano, al quale si oppone la sagoma rigida di un istituto di credito cooperativo occidentale: a questi celeberrimi luoghi letterari — tratti da Jonathan Swift, Jane Austen, Charles Dickens, R. K. Narayan — se ne potrebbero aggiungere moltissimi altri altrettanto illustri.

Ogni esperienza economica — reale, verosimile o immaginaria — li interessa, spesso senza che i lettori (e, assai di frequente, i critici letterari) ne siano pienamente consapevoli: l’intreccio tra “scienza triste” ed economics of the imagination; la dialettica tra rendita, capitale e lavoro; il denaro ed il suo rapporto con la terra; l’interazione tra latifondo, commercio e impresa, e così via.  C’è stato persino un autore la cui moglie non capiva che «quando guardo dalla finestra in realtà sto lavorando» (Joseph Conrad) e un altro che ha dichiarato esplicitamente la propria predilezione per un poeta informed in economics (Louis Macneice).

Poteva William Shakespeare non rappresentare il pilastro imprescindibile anche nell’ambito di tale esperienza “economo-letteraria”? Certo che no, perché Shakespeare è sempre Shakespeare: acuto osservatore, raffinatissimo interprete e sagace protagonista del suo tempo; saldamente radicato nella storia di chi lo ha preceduto; lungimirante perché capace di scrutare il cuore dell’uomo;  insomma, Shakespeare. Tanto più significativo in questi nostri anni difficili, mentre all’orizzonte si affacciano le celebrazioni shakespeariane 2014-2016.   Secondo l’anglista Frederick Turner, il Bardo per antonomasia è utile persino agli economisti poiché propone di concepire «un’economia come una compagnia teatrale, un gruppo di attori, la cui interazione genera la trama dell’opera:  come quest’ultima, un’economia politica è fatta da persone le cui differenze e conflitti formano una totalità artistica che è più grande della somma delle loro parti». Sarà per questo che, ad esempio, John O. Whitney e Tina Packer suppongono di poter spiegarlo ai manager, avviandoli a insondabili Giochi di potere (Fazi, 2002), e Paul Corrigan lo invoca in Shakespeare e il management (Etas, 2001); da lunedì 21 ottobre, presso il caffè letterario milanese Bistrò del Tempo Ritrovato, proprio «Shakespeare economista» sarà al centro di una serie di incontri a cadenza mensile.

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