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Il manifesto del presidente

· Sergio Mattarella ha giurato davanti al Parlamento italiano riunito in seduta comune ·

«L’arbitro deve essere e sarà imparziale: i giocatori lo aiutino con la loro correttezza»: è questo uno dei passaggi considerati più importanti del discorso con il quale il nuovo presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, si è rivolto ai parlamentari e ai delegati regionali riuniti a Montecitorio in seduta comune. Il capo dello Stato, che poco prima aveva giurato fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione, ha ricordato anzitutto il suo ruolo, quali sono i principi che la Carta fondamentale afferma e cosa «significhi» metterli in pratica, giacché il modo migliore per difendere il testo messo a punto dai costituenti è la sua applicazione «giorno per giorno».

Da qui l’enunciazione di tanti compiti che la politica è chiamata a svolgere, con la speranza che nelle istituzioni «possano riflettersi con fiducia i volti» dei tanti italiani in difficoltà. Dopo aver ringraziato i predecessori Azeglio Ciampi e, in particolare, Giorgio Napolitano, per aver accettato il secondo mandato in un momento delicato della vita del Paese, Mattarella ha tenuto dunque una sorta di lezione costituzionale che diventa manifesto del suo settennato. Ha fatto riferimento all’eccessivo ricorso alla decretazione d’urgenza, alla necessità di recuperare, attraverso strumenti più adeguati, il ruolo centrale del Parlamento, oggi rinnovato da più giovani e da più donne che nel passato, alcuni dei quali eletti grazie alle dinamiche innescate dalle nuove tecnologie (evidente qui il riferimento al Movimento 5 Stelle). Ed è significativo — ha detto Mattarella — «che il mio giuramento sia avvenuto mentre sta per completarsi il percorso di un’ampia e incisiva riforma della seconda parte della Costituzione».

I termini usati dal presidente sono stati volutamente mutuati dalla Carta del 1948, ad esempio quando ha citato il compito di «rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza», il ripudio della guerra e la promozione della pace, l’affermazione del diritto al lavoro e allo studio, la difesa del ruolo della famiglia (pur riconoscendo i diritti civili nella sfera personale e affettiva) e dell’autonomia e pluralità dell’informazione, obiettivi classici di una democrazia occidentale.

Poi Mattarella ha declinato questi principi generali sulle urgenze attuali, con una insistenza particolare sulla piaga della corruzione, a proposito della quale ha citato Papa Francesco ricordando le sue parole sui corrotti, «uomini di buone maniere ma di cattive abitudini». E ha toccato il tema della disoccupazione giovanile, dell’evasione fiscale e della lotta alla mafia, per la quale ha esortato a «incoraggiare» la magistratura e le forze dell’ordine, sottolineando il sacrificio di tanti eroi caduti in questa battaglia, primi fra tutti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Nel discorso Mattarella ha ricordato tutte le diverse categorie di «concittadini», termine usato con molta frequenza. Ha citato tutte le comunità straniere presenti nel Paese e, a proposito della minaccia globale del terrorismo, che richiede «una risposta globale», ha riservato un ricordo particolarmente toccante a Stefano Gaj Taché, il bimbo di soli due anni — «un nostro bambino, un bambino italiano» ha detto — ucciso nel 1982 nell’attentato alla sinagoga di Roma. E ha citato anche i due fucilieri della Marina sulla sorte dei quali l’Italia è impegnata in una difficile trattativa con l’India, così come padre Dall’Oglio, Giovanni Lo Porto e Ignazio Scaravilli, «dei quali non si hanno notizie in terre difficili e martoriate».

All’Europa, «luogo da cui ripartire per vincere le sfide globali», il capo dello Stato attribuisce in particolare il ruolo di «frontiera di speranza»: per questo «la prospettiva di una vera unione politica va rilanciata, senza indugio». Una comunità che sappia essere più attenta, impegnata e solidale; in questo senso l’Italia «ha fatto e sta facendo bene la sua parte», in particolare sul fronte dell’emergenza immigrazione.

In sostanza, quello di Mattarella è stato un intervento quasi da padre costituente, rivolto a parlamentari pronti ad applaudire — per 42 volte — a ogni frase del discorso, ma sollecitati, in più di un’occasione, a farsi strumento di una politica all’altezza delle sfide presenti.

di Marco Bellizi

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20 maggio 2019

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