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La lezione
della non violenza

· Giornata di studio nel centocinquantesimo anniversario della nascita di Gandhi ·

L’India dai mille volti e dalla forte carica spirituale — quattro grandi religioni del mondo sono nate e sono praticate in questo vasto paese dell’Asia meridionale — è stata celebrata ieri, martedì 1, nel corso di una giornata di studio organizzata per ricordare il centocinquantesimo anniversario della nascita di uno dei suoi figli più illustri, il Mahatma Gandhi. L’incontro, svoltosi presso il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, è stato l’occasione per dare visibilità alla «comune aspirazione umana a trovare vie creative ed efficaci a promuovere l’armonia e la pace a livello globale e locale, individuale e collettivo, nell’ottica dell’amore fraterno e della non violenza», ha spiegato il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, monsignor Miguel Ángel Ayuso Guixot. I lavori sono cominciati con un minuto di silenzio in memoria di colui che promosse instancabilmente «l’amore fraterno e la non violenza», seguito dal canto tradizionale indù Vaishnav Jan to tene Kahiye, che Gandhi amava molto e recitava quotidianamente, come ha ricordato Swamini Hamsananda Ghiri, vice presidente dell’Unione induista italiana.

È stata una giornata inconsueta per le sale del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, trasformate in un arcobaleno di colori (sari indiani, abiti tradizionali e toghe) per onorare la memoria del leader indù e una parola, ahimsa, non violenza. Il filo conduttore di questo convegno non solo consisteva nel dare voce alle «ricche esperienze e conoscenze» sulla causa dell’amore fraterno e della non violenza, ma anche di condividere le «preoccupazioni» dei partecipanti «per il benessere dell’intera famiglia umana» e «le comuni aspirazioni a tracciare un percorso che permetta di avanzare nell’area della costruzione della pace globale e della convivenza fraterna», in un contesto «di crescente intolleranza, odio, conflitti, tensioni e violenza in molte parti del mondo, anche in nome delle religioni», sono queste le parole che monsignor Ayuso Guixot ha pronunciato davanti a una cinquantina di partecipanti — cristiani, induisti, buddisti, jainisti, sikh, musulmani, e con la presenza dell’ambasciatore dell’India presso la Santa Sede, Sibi George.

Tra i principali di vettori di odio e di intolleranza, non si possono non citare anche i mezzi di comunicazione, in particolare i social media, a volte usati anche «per intenzioni belliche», ha affermato Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione, che ricordando che ci sono tanti esempi anche nella storia recente e che «oggi ogni guerra si vince prima con la propaganda». Per una cultura della pace, è quindi «più che mai necessario un buon giornalismo professionale», che rispetti tre principi essenziali. Innanzitutto non semplificare la realtà secondo le convenienze di una parte, come per esempio «il caso palese dell’identificazione tra cristianesimo e occidente usato dagli islamisti, o quella tra islam e islamismo usata dai media occidentali». Bisogna poi ricordare che «le parole possono uccidere», come sottolineato tante volte da Papa Francesco. Quindi un buon giornalista deve evitare «la demonizzazione dell’altro». È necessario infine «uscire dall’astrattezza e dalla teoria disincarnata» perché c’è bisogno di «testimonianze etiche, di esperienze di vita», ha concluso Tornielli, rammaricandosi di «un oceano di bene che non arriva sui giornali, le radio, la televisione».

«Che la non violenza è un rimedio che guarisce la malattia della società e un antidoto all’odio e al conflitto, penso che questo è il punto centrale e fondamentale del trattato del Mahatma Gandhi sulla non violenza, e l’attuale difficile situazione ci invita tutti a riscoprire l'eredità del Mahatma Gandhi e il suo contributo a promuovere, a difendere e a diffondere il messaggio della pace e dell’armonia ovunque», ha dichiarato dal suo canto il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. «Ogni religione insegna ai suoi seguaci l’etica universale di essere buoni e di fare del bene, di evitare il male e di seminare la pace; di amare tutti e odiare nessuno; di rispettare la diversità e di promuovere la fraternità. Ma da qualche parte noi credenti abbiamo ampiamente fallito, in misura minore o maggiore, a vivere secondo gli insegnamenti etici della nostra fede», ha aggiunto il presule, invitando tutti a riflettere «su dove le religioni hanno fallito e perché i credenti — senza una radicale generalizzazione — hanno impedito di portare avanti i progetti di pace e le possibili prospettive della fraternità umana e dell’armonia coesistenziale».

Di particolare interesse è stato l’intervento del segretario del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, monsignor Indunil Janakaratne Kodithuwakku Kankanamalage, di origine sri-lankese, che ha voluto sottolineare quanto la «prospettiva inclusiva» di Papa Francesco sulla difesa della fratellanza umana «è molto simile a quella del Mahatma Gandhi». «Mentre stava lottando in maniera non violenta per liberare il suo popolo dalla dominazione coloniale britannica, Gandhi ha anche guidato una campagna a livello nazionale per eliminare la povertà, estendere i diritti della donna, edificare un’armonia religiosa ed etnica ed eliminare il sistema ingiusto delle caste». La lotta non violenta di Gandhi è diventata una fonte di ispirazione per i difensori dei diritti umani in tutto il mondo, da Martin Luther King Jr. a Nelson Mandela. «Allo stesso modo, i leader religiosi, politici e sociali si ispirano oggi alle posizioni di Papa Francesco su questioni di giustizia sociale, ineguaglianze, migranti, cambiamento climatico, donne. E dall’influenza della sua parola sulla pace globale e la stabilità».

La «straordinaria forza ed efficienza della non violenza» dimostrata da Gandhi è stata anche evidenziata da Swamini Hamsananda Ghiri, che ha voluto ricordare inoltre che «la fede non deve rimanere nella sfera privata» e che tutti i credenti sono invitati «a dare esempio piuttosto che lezioni». Del resto, osserva ancora il segretario del dicastero per il dialogo interreligioso, l’interpretazione spirituale dei testi sacri da parte di Gandhi e di Papa Francesco si oppone «alla tendenza modernista di psicologizzare e privatizzare la propria esperienza religiosa». «Gandhi si sforzò di ottenere la liberazione attraverso il servizio all’umanità» e oggi «l’ermeneutica messa in atto da Papa Francesco nel suo magistero è: “Dobbiamo andare verso le periferie, è quello che Dio fa”», nota il sacerdote sri-lankese.

di Charles de Pechpeyrou

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19 gennaio 2020

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