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La lezione del pane

· Ulassai rende omaggio a Maria Lai a cento anni dalla nascita ·

È un rapporto ancestrale, fatto di immagini, gestualità femminili, ritualità, conoscenza, tradizione popolare e amore per la sua terra, la Sardegna, quello che nel tempo ha portato Maria Lai ad esplorare attraverso la materialità della scultura un alimento che, per antonomasia, ci riporta al significato stesso della vita, al suo cibo per eccellenza: il pane. Questo, inteso nella sua duplice accezione, dall’alimento primario quotidiano a qual si voglia altra declinazione più profonda e spirituale, è stato oggetto di sperimentazione e trasposizione per numerosi disegni e sculture che l’artista ha realizzato nei decenni.

Maria Lai, «Sa domo e su dolu»  (Matera, Museo della scultura contemporanea)

Correva l’anno 1957 quando a Roma, nella celebre Galleria l’Obelisco in via Sistina — inaugurata nel 1946 da Maria Vittoria Rossi, al secolo nota con lo pseudonimo di Irene Brin datole da Leo Longanesi, e da suo marito Gaspero del Corso, per ospitare gli artisti che non avevano trovato spazio durante i decenni precedenti — venivano esposti, nella sua prima personale, i disegni elaborati a metà degli anni Quaranta dove Maria Lai, unica donna della rassegna, aveva fermato con tratto personale le donne intente a preparare il pane. «La mia prima accademia l’ho frequentata con le donne che facevano il pane a casa mia. Era bellissimo — spiegava — ogni porzione di pasta si trasforma in modo imprevedibile come seguendo una propria legge interna alla materia. Questo suo farsi da sé è stato il grande fascino del pane».

Nel 1977 sarà la Galleria del Brandale a Savona nella rassegna intitolata I pani di Maria Lai ad accoglierne le opere, senza contare le diverse committenze pubbliche per le quali l’artista si cimentò dando al pane, ora in terracotta, ancora una volta il ruolo di protagonista. Spiccano fra queste le installazioni, come quella che nel 1992 fece proprio nel suo paese, Ulassai, in un intervento di risanamento ambientale intitolato La strada del rito, a raccontare della moltiplicazione dei pane e dei pesci, e ancora nel 1999 la serie di Pani in ceramica a Castelnuovo di Farfa, in un antico forno oramai in disuso, sino alla singolare preparazione di una fastosa tavola imbandita per la manifestazione Pitti Immagine Casa del 2004, dove pani e libri in terracotta aspettavano i commensali: quasi una metafora a voler dire che la cultura e l’arte debbano essere il pane destinato a tutti.

Quest’anno, nel quale ricorre il centenario dalla nascita, ancora una volta è questo il filo conduttore della mostra allestita alla Fondazione Stazione dell’Arte di Ulassai sino al 9 giugno dal titolo «Maria Lai. Pane quotidiano».

L’occasione che segna anche la riapertura al pubblico degli ambienti interamente rinnovati della struttura, ospita oltre trenta opere, alcune delle quali inedite, che ripercorrono l’intera attività della Lai, testimoniata anche dalle numerose immagini scattate da fotografi che, a diverso titolo, accompagnarono la vita dell’artista. Spiccano quelle del nipote Virgilio Lai, noto fotoreporter, quelle di Paola Pusceddu che nella casa della stessa Lai immortalò le donne di Ulassai intente alla preparazione del pane per le feste, oppure gli scatti dell’amica Marianne Sin-Pfaltzer che sin dalla metà degli anni Cinquanta riuscì a catturare con raffinata sensibilità, il lavoro più semplice e artigianale della quotidianità nei luoghi della Sardegna. La Stazione dell’Arte di Ulassai è stata fortemente voluta dall’artista che donò oltre centocinquanta sue opere al comune affinché, nel 2006, fosse possibile inaugurare la nuova struttura museale dove per il biennio 2018/2020, il programma prevede oltre all’esposizione in corso, numerosi appuntamenti legati al rapporto fra arte, comunità e paesaggio: tematiche care e al centro dell’intera produzione di Maria Lai.

Figura di spicco dell’arte italiana del secondo dopoguerra, nata nel 1919, frequenta il Liceo artistico di Roma conoscendo i grandi maestri della scultura, da Angelo Prini a Marino Mazzacurati ma sarà il successivo trasferimento a Venezia dove all’Accademia di belle arti sarà allieva di Arturo Martini e Alberto Viani a segnare una delle tappe fondamentali della sua formazione, per poi approdare nuovamente nella capitale dove aprirà uno studio. Nel mentre anche le cronache artistiche si interessano del suo lavoro e l’Istituto Luce le dedicherà alcuni servizi. È l’epoca dei fermenti artistici e culturali, dell’Informale, dell’Arte povera, della Concettuale, movimenti che guarda a distanza senza effettivamente prenderne parte ma traendo da essi spunto per il “nuovo” rapporto con la materia che nel tempo farà sua, dal pane all’uso del telaio che negli anni ‘70 diverrà anch’esso modo e mezzo per comunicare, sino ai Libri cuciti. Per tutti gli anni ‘60, nonostante le lusinghe del mondo artistico e delle gallerie, vivrà un periodo di “solitudine” che la porterà, sempre più, a rafforzare il rapporto con poeti e scrittori, fra questi il conterraneo Giuseppe Dessi. Una lunga pausa, quasi un voler distaccarsi dall’arte intesa come tale: declinandola sempre più in quel suo lessico unico in grado di trasformare gesto e materia, rapportandoli ai miti, alla storia e alla gente della Sardegna, dando voce alle più profonde sue origini.

La Stazione dell’Arte di Ulassai conclude il percorso di questa mostra con la proiezione di un video multimediale del regista Francesco Casu, con Maria Lai che legge Cuore mio di Salvatore Cambosu. Intanto al Maxxi di Roma è in programma dal 19 giugno al 12 gennaio la grande esposizione «Maria Lai. Tenendo per mano il sol’», citazione in omaggio alla prima Fiaba Cucita realizzata dall’artista nel 1983, circa 200 opere che ripercorreranno il lavoro dai primi anni Sessanta alle ultime ricerche.

di Susanna Paparatti

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20 agosto 2019

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