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La lettera e il fantasma

· "Sanctuary Line" della scrittrice canadese Jane Urquhart ·

«È strano che il nome di una destinazione a volte sia usato per chiamare una strada a prescindere dalla direzione che si scelga di prendere».
Solo oltre la metà dell’ultimo libro della canadese Jane Urquhart, Sanctuary Line (Roma, Edizioni Nutrimenti, 2016, pagine 238, euro 17,00), scopriamo infatti che si chiama così, sia che si lasci il vicino centro abitato, sia che al contrario si vada verso luoghi meno familiari. Del resto, se sanctuary significa santuario, ma anche riserva naturale, line sta per strada, ma anche limite, confine.

Dall’affollata famiglia Butler che anima questo romanzo, oltre al padre, alla madre e alla figlia Liz, che è l’“io” narrante (o sarebbe meglio dire “scrivente”) della storia, con cugini e cugine, zii e zie, prozii, avi, nonni, trisavoli o più semplicemente antenati, così a volte strettamente contigui in pagina da generare imbarazzo, alla fine emergono pochi protagonisti. La ragazza Liz, appunto, che nella sua lunga missiva a un innominato “tu”, segreto fino alla fine, dà forma a una potente saga chiamando in scena ora l’una ora l’altra figura della trama, quasi strumenti di un sinfonico contrappunto; la cugina Mandy, volontaria in Afghanistan e sin dall’inizio ricordata per la sua morte a seguito di un proditorio attentato; e il giovane Teo, immigrato messicano che lavora nella fattoria dei Butler.
Caratteristica di questo libro è la fluidità della prosa con la quale l’autrice, con tocco luminoso e costantemente lieve, guarda sia alla normalità dei giorni e delle ore che all’inattesa evenienza di una tragedia, sia alla quotidianità della vita che all’assurdo compiersi di tanti destini, ciò che di fatto non risparmia al lettore talune brucianti sorprese.
Di sangue irlandese e approdata in Canada (Kingsville, contea di Essex nell’Ontario), entomologa di professione e in particolare studiosa del comportamento delle farfalle monarca, Liz è in vacanza nella fattoria dei Butler.
Le farfalle monarca sono l’“insetto nazionale” d’America, migrano periodicamente per migliaia di chilometri e si riproducono più volte all’anno, preferendo svilupparsi su arbusti sempreverdi che una volta presi d’assalto, scrive Urquhart, diventano «roveti ardenti», con felice plagio della metafora biblica.
Ma esse trasmettono al lettore un significato delle parallele peripezie della famiglia Butler: la dedizione alla specie al di là della legittima difesa del singolo e l’inesorabilità del finalismo della natura per quanta resistenza opponga l’individuo.
Si è detto che Liz parla con qualcuno, quasi “scrivesse” una lunga missiva a un personaggio che non si svela sino alla fine: un destinatario che proprio non si indovina, al quale lei indirizza frasi del tipo «dai uno sguardo fuori dalla finestra», «raccontandoti questa storia», «in quel periodo di cui ti ho già parlato», «come ti ho detto».
Una figura nascosta ma non gratuita, tant’è che chi legge quasi trasale all’atto della rivelazione per non essersi accorto prima dell’importanza del fatto.
Se Sanctuary Line è il romanzo di Mandy, presenza assente che incombe ovunque (ordine e disciplina, passione e morte, orgoglio e caparbietà), anche a Teo è riservato un posto di rilievo, fino alla sua incredibile sorte (il ragazzino venuto da un altro mondo, il raccoglitore indefesso dalle piccole mani brune che guizzano sul terreno dei campi e tra i frutteti, uno di famiglia ormai e tacito eletto dal cuore della protagonista).
La lettera di Liz al misterioso destinatario procede tra dettagli e leggende, banalità e drammi, lungo una dimensione memoriale che ha pochi contrattempi (narra da adulta la sua infanzia e adolescenza). La molteplicità degli affetti domestici (dalla compagine parentale a più ordini e gradi alla breve collettività dei coloni, guardiani di faro, negozianti, frutticoltori, raccoglitori) ha lo sfondo appassionato di paesaggi naturali ed emotivi, i toni della nordica severità di spirito, di mente e di cuore, firmati da una donna di consapevole pienezza di sentimento.

Tanto consapevole da non esporre mai troppa sicurezza di sé e del mondo in cui vive e di cui racconta (quei “forse” che trapuntano la sua prosa sanno però più di speranza che di incertezza): tra il continuo fluire delle cose (“migrare e mutare, morire e nascere e trasformarsi”) ed un “eterno ritorno”.

di Claudio Toscani

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23 ottobre 2019

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