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La lettera di Pio XII ai cattolici tedeschi

· Nel 1943 i vescovi non ritennero prudente diffonderla ·

«Non posso tacere che nella prima parte della venerata Lettera di Sua Santità, compaiono certe parole che potrebbero suscitare una fortissima ira sia nel Governo sia nel partito nazionalsocialista. Il Governo del Reich accoglie sempre tranquillamente critiche e lagnanze espresse con parole molto severe, purché non giungano a conoscenza del popolo e delle nazioni ostili. Invece le critiche rivolte pubblicamente e portate a conoscenza dei nemici provocano accesissime collere». Così il cardinale di Breslavia Adolf Bertram, presidente della Conferenza episcopale di Fulda, giustificava i motivi per i quali l'episcopato tedesco aveva deciso di non divulgare la lettera scritta da Pio XII ai cattolici tedeschi il 3 gennaio del 1943.

Il documento di Papa Pacelli — come ricorda padre Giovanni Sale in un articolo in uscita sul prossimo quaderno de «La Civiltà Cattolica» — pur essendo stato pubblicato nel 1966 negli Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale (ii, p. 285) è pressoché ignorato. Papa Pacelli più di ogni altra cosa temeva che il suo pensiero fosse travisato dai fedeli cattolici, soprattutto in Germania. In particolare egli aveva cura che le sue prese di posizione contro la politica aggressiva e distruttrice di Hitler non dovessero penalizzare l'intero popolo tedesco ignaro di quanto stava accadendo.

Un altro motivo di amarezza di Pio XII riguardava il fatto che i suoi radiomessaggi natalizi in cui erano fissate le linee guida della sua azione pastorale in difesa della pace e dei diritti delle persone non fossero divulgati tra i fedeli tedeschi. Specie il messaggio del 1942, per le allusioni alle persecuzioni e al massacro degli ebrei, aveva creato una fortissima irritazione a Hitler ed era stato interpretato come un attacco frontale al nazismo.

«Da alcuni sintomi parrebbe che il Vaticano sia disposto ad abbandonare il suo normale atteggiamento di neutralità e a prendere posizioni contro la Germania» — osservò il ministro degli Esteri von Ribbentrop tramite l'ambasciatore tedesco presso la Santa Sede. «Sta a voi informarlo che in tal caso la Germania non è priva di mezzi di rappresaglia».

E nondimeno Pio XII decise di rivolgersi direttamente ai cattolici tedeschi. Nella sua lettera diceva tra l'altro: «L'ultimo decennio di vita, di sequela e di attività cattoliche sul suolo tedesco, è una via crucis , della quale l'amarezza e l'opera distruttrice nella sua intera impressionante entità soltanto da Dio sono conosciute». Inoltre il Papa parlava di quanti attratti dalla propaganda nazista avevano abbandonato la Chiesa: «Noi proviamo una profonda tristezza per tutti quelli che sono venuti a mancare al giuramento di fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa». E tuttavia — proseguiva — siamo ricolmi di gioia nel sapere che il numero delle defezioni dalla santa Chiesa è minimo «rispetto alla fitta schiera di quelli che hanno resistito eroicamente alle vacue seduzioni e minacce».

Nel messaggio di accompagnamento della Lettera pontificia il cardinale segretario di Stato, Luigi Maglione, considerate le «difficoltà e i pericoli dell'ora presente», lasciava alla prudenza e al giudizio del cardinale Bertram se e quando convenisse diffondere la lettera tra il clero e il popolo di Germania, affinché nessuno potesse in alcun modo sospettare che «l'Augusto Pontefice, mentre infuria la guerra, intenda fare qualcosa che nuoccia al popolo tedesco». Bertram sul momento decise di non diffondere il documento e di investire della questione la successiva Conferenza episcopale di Fulda che si sarebbe tenuta solo nell'agosto 1943. La cosa — sottolinea padre Sale — non mancò di creare qualche imbarazzo in Vaticano. Il Papa però non volle modificare l'indirizzo da lui sempre adottato: dovevano essere i vescovi a decidere in loco ciò che doveva o non doveva essere fatto per il maggior bene della Chiesa.

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