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La lettera autografa che costò
a Galilei l’accusa di eresia

L’autografo della lettera (21 dicembre 1613)

Non cessano di stupire le ricerche d’archivio, capaci molto spesso di far riemergere testi di grande importanza considerati perduti. Come l’autografo della celebra Lettera di Galileo Galilei a Benedetto Castelli del 21 dicembre 1613, rinvenuto recentemente alla Royal Society Library di Londra. Si tratta di un documento di inestimabile valore — la prima delle celeberrime Lettere Copernicane — che si presenta come un breve trattato in forma epistolare, di sette pagine, nel quale Galileo espone per la prima volta la propria visione dei rapporti fra scienza e religione, rivendicando l’autonomia della ricerca scientifica dalla teologia, e difende il sistema copernicano dalle accuse di inconciliabilità con la Sacra Scrittura. Questa Lettera — firmata con le iniziali G.G. — costò allo scienziato di Pisa l’accusa di eresia, visto che vi esponeva la sua teoria del movimento della terra intorno al sole: teoria che si opponeva alla tesi sostenuta dalla Chiesa, secondo la quale la terra era immobile e l’universo le ruotava attorno. La scoperta di questo autografo è il frutto delle ricerche intraprese grazie al Prin (Progetto di rilevante interesse nazionale) finanziato dal Miur e coordinato da Massimo Bucciantini dell’università di Siena, che vede coinvolti studiosi di diverse università italiane in collaborazione con il museo Galilei di Firenze. In tale contesto l’unità locale dell’università di Bergamo, responsabile delle indagini sulla fortuna di Galileo nell’Inghilterra del xvii secolo, ha incaricato Salvatore Ricciardo, assegnista di ricerca in questo ateneo, di verificare se nelle edizioni di opere galileiane possedute dalla British Library e dalla Royal Society Library fossero presenti glosse marginali, commenti o note di lettura. Ricciardo ha notato che nel catalogo dei manoscritti della Royal Society era segnalata una lettera di Galileo a Castelli, datata 21 ottobre 1613. Ottenuto in consultazione il documento, si è accorto che la data in calce era diversa: 21 dicembre 1613, perfettamente coincidente con quella della lettera galileiana a Castelli. Ricciardo vi ha inoltre verificato la presenza di numerose cancellature e correzioni della medesima mano. Il ricercatore si è affrettato a inviarne una riproduzione fotografica a Franco Giudice e a Michele Camerota, responsabili rispettivamente delle unità locali dell’università di Bergamo e di quella di Cagliari, oltre che direttori, insieme a Massimo Bucciantini, di «Galileiana», la rivista internazionale del museo Galileo specializzata in studi galileiani. Dopo accurati controlli, anche di tipo grafologico, i tre studiosi sono giunti alla conclusione che la lettera è senza dubbio di mano galileiana.   

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17 novembre 2019

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