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Umanesimo a Shanghai

· ​Tra cristianesimo e confucianesimo ·

In occasione di una conferenza all’università di Nanchino ho avuto l’opportunità d’incontrare insieme studenti cinesi che si preparavano a partire per la Francia per sostenere la loro tesi e i loro colleghi francesi di scienze politiche, che erano in Cina per un anno di full immersion linguistica e culturale. L’antica capitale di sei dinastie cinesi, situata oggi nell’area economica di Shangai, è a un’ora e mezza da quella megalopoli cosmopolita di 24 milioni di abitanti. Nanchino attira perciò sempre molti stranieri. La Cina non ha più remore a ricostruire continuamente i suoi monumenti, perché continuino a rendere la loro testimonianza storica, di quante ne abbia a promuovere l’insegnamento universitario in altre lingue oltre al cinese, per favorire gli inviti di docenti e l’incontro di studenti di diversi Paesi. 

Miniatura raffigurante Matteo Ricci con vesti cinesi tradizionali

Il titolo della conferenza è: «Europa-Cina; genesi dell’umanesimo». Si tratta di riunire e analizzare alcuni punti nodali della storia europea, o euro-mediterranea, per comprendere il significato e l’attualità dell’umanesimo così tipico dell’Europa e di esaminare le basi di un dialogo interculturale con l’umanesimo confuciano.
Si tratta di chiarire e orientare la globalizzazione e il cambiamento tecnologico in corso attraverso ricerche e azioni, comuni ai cattolici e ai non cattolici, attente alle interazioni delle diverse dimensioni di un’esperienza nuova: l’essere umano nel xxi secolo. Oltre ai seminari che tengo, su Tommaso d’Aquino o sull’etica, posso così seguire gli insegnamenti sul pensiero tradizionale cinese, le tre sorgenti che fanno una via (dao) — taoismo, confucianesimo e buddismo — e partecipare a ricerche sul suo incontro con l’occidente (“confucianologia e cristianologia”) così come vengono generalmente proposte nei dipartimenti di filosofia comparata, come il centro Xu-Ricci per il dialogo di Fudan.
Dopo due ore di conferenza e un’ora di dibattito con gli studenti, uno di loro, un francese, mi chiede: «Si può parlare di umanesimo cinese quando la Cina ha una concezione olistica dell’uomo e l’umanesimo europeo consiste nel confidare nelle capacità degli individui di realizzarsi?». Il dibattito permette in definitiva di giungere alle domande vere, quelle in cui i pregiudizi personali, o semplicemente il sapere acquisito al di fuori del dialogo interculturale, sia esso giusto o sbagliato, si rivelano un ostacolo intellettuale ed effettivo per l’acquisizione di nuove conoscenze sull’altro.
Rispondo che tale era più o meno il mio pensiero alcuni anni fa. Non aggiungo che in questo giudizio si trasmette l’insegnamento del disprezzo di cui l’Ottocento europeo aveva circondato la storia del pensiero cinese. Il Sei e il Settecento avevano un altro atteggiamento nei loro rapporti con l’Impero di mezzo. Matteo Ricci e Leibniz non hanno mai pensato che la civiltà europea avesse il monopolio dell’umanesimo. Il pensiero cinese era per loro la controparte di un dibattito leale con ciò che avevano di più caro. Per rispondere al mio interlocutore e agli altri miei lettori che la pensano in modo simile, riprendo alcuni elementi della discussione contestualizzandola.
L’umanesimo, nella storia dell’Europa, è legato ai tempi di crisi. È un tentativo di rispondere alla domanda: come trasformare le crisi in occasioni di rinascita? In momenti di sconvolgimento, legati a un accumulo di mutamenti tecnologici, alla scoperta di nuovi spazi, o di modi di pensare diversi, oppure all’indebolimento dei pilastri del consenso sociale — la verità, la giustizia, la saggezza di vita — la trasmissione delle tradizioni e la continuità storica, che inseriscono normalmente ognuno in una società e ogni generazione in una storia, rischiano d’interrompersi.
Quando c’è una rottura di tradizione o una frattura sociale, una generazione morirà in un mondo diverso da quello in cui è nata. Non avendo più le chiavi per capire i cambiamenti e neppure per orientarli in un senso che le sembra coerente con i suoi punti di riferimento più profondi, essa rischia di essere sacrificata sull’altare dei “domani che cantano”. Il pericolo genera la paura e la paura è una cattiva consigliera. L’umanesimo europeo è la filosofia che cerca di trasformare le rotture storiche in occasioni di rinascita. Teilhard de Chardin ha osservato come i progressi tecnologici propongano sfide etiche nuove che invitano a un approfondimento di umanità. Un rapido excursus storico lo conferma.
L’eredità dell’antichità greca consiste nel fare della parola e della ragione la luce della vita comune nella città. All’epoca dell’impero romano universale, i filosofi stoici inventano il cosmopolitismo per accompagnare i cittadini che non trovano più la pace in una città particolare. Perciò universalizzano il lògos che regola la vita di una città, estendendolo all’oikoumene. Il diritto romano traduce questa visione alla vita quotidiana. Che cambiamento spirituale! «Nulla di ciò che è umano mi è estraneo», se il lògos che mi guida è quello che anima il kòsmos. Eppure la schiavitù rimane…
È un’altra dimensione dell’umanesimo europeo a nascere dalla crisi dell’uscita dalla schiavitù del popolo d’Israele. Nell’Esodo la liberazione del popolo e la scoperta della sua identità non derivano dall’affermazione della sua forza contro l’altro, ma dalla rivelazione dell’Altro, il Soggetto assoluto, grazie al quale ognuno diviene anche un “Io” e impara a dire “Io sono”. 

di Antoine Guggenheim

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26 agosto 2019

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