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La guerra vista  con gli occhi della gente

· Il secondo conflitto mondiale nel diario inedito di Celso Costantini ·

Nella tarda mattinata del 28 maggio è stato presentato al presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano il volume curato da Bruno Fabio Pighin Ai margini della guerra (1938-1947) , che pubblica il diario finora inedito del cardinale Celso Costantini (Venezia, Marcianum Press, 2010, pagine 640, euro 50). Sull'opera, nel pomeriggio alla Camera dei Deputati, si svolge un convegno al quale, oltre al curatore del volume, intervengono monsignor Brian Edwin Ferme, preside della Facoltà di Diritto canonico San Pio X di Venezia, il cardinale Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, il direttore del nostro giornale e l'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede che ha sintetizzato per «L'Osservatore Romano» il suo intervento.

Come ha giustamente sottolineato monsignor Pighin, nell'introduzione del diario del cardinale Celso Costantini e in un intervento in occasione del cinquantennale della morte, si può senz'altro affermare che Costantini sia stato, in qualità di segretario della Congregazione di Propaganda Fide — carica ricoperta per ben diciotto anni — e poi come cardinale titolare della Cancelleria, il massimo stratega della «decolonizzazione» religiosa.

Una definizione impegnativa che tuttavia riassume bene sia le qualità morali dell'uomo di fede che la visione d'insieme, strategica e di apostolato, del diplomatico vaticano impegnato sempre in una terra di frontiera, lui che proprio sul confine, sul limes territoriale e simbolico dell'Italia, era nato e cresciuto, in quel Friuli che era stato, al tempo stesso, «una provincia ai margini» e «un porto tra centro e periferia» sia dell'Impero asburgico che del neonato Regno d'Italia.

Tuttavia la frontiera, nella biografia del cardinale Costantini, ha assunto una molteplicità di significati e, soprattutto, di luoghi. È innanzi tutto, come abbiamo detto, la «provincia» d'origine, il Friuli, la cittadina dove nasce, Castions di Zoppola, e, soprattutto, un luogo di riposo, Murlis, dove Celso Costantini amava soggiornare nei periodi di vacanza, nella villa di campagna che aveva acquistato assieme ai fratelli. Nel suo diario, il paese di Murlis rappresenta i due punti cardinali del volume, l'inizio e la fine. Si trovava là, insieme al fratello Giovanni, vescovo di La Spezia, il 24 agosto del 1939, il giorno successivo la conclusione del patto Molotov-Ribbentropp. E si trovava sempre nella grande casa di campagna nei momenti immediatamente successivi la fine della guerra. Il ritorno a Murlis, dopo un lunghissimo ed estenuante viaggio, per il cardinale Costantini rappresentò, concretamente e simbolicamente, il ritorno a casa dopo la traversata nel deserto raffigurata dalla tragedia del conflitto.

La frontiera, per Celso Costantini ha rappresentato, però, anche un luogo politico come la città di Fiume. Nella cittadina istriana, Costantini viene inviato, nel 1920, come amministratore apostolico proprio nel momento in cui, dopo l'enunciazione della «vittoria mutilata», il poeta-vate dell'Italia unita, Gabriele d'Annunzio, ha ormai instaurato la cosiddetta Reggenza del Carnaro che si concluderà, drammaticamente, in quel «Natale di sangue» del 1920 con l'intervento delle truppe regolari italiane. Infine, la frontiera assume le fattezze di un luogo, al tempo stesso, di apostolato spirituale e di missione diplomatica, quando Celso Costantini viene chiamato a svolgere la sua azione in un territorio lontanissimo e difficile come la Cina. Nell'agosto del 1922, privo di una reale esperienza diplomatica, viene nominato delegato apostolico nel grande Paese asiatico con il compito di dare attuazione alla Lettera apostolica Maximum illud emanata da Papa Benedetto XV il 30 novembre del 1919 che intendeva ridurre il ruolo e i privilegi dei missionari stranieri puntando, invece, su un clero autoctono a cui poter affidare la gestione della Chiesa locale.

Ha scritto giustamente monsignor Pighin, che nel Paese asiatico Costantini operò la prima plantatio Ecclesiae . E oggi possiamo affermare che, nel giro di pochi anni, non senza incontrare difficoltà, Costantini riuscì a centrare almeno quattro obiettivi importanti: la promozione, nel 1924, del primo concilio plenario di Cina, il «Concilium Sinense»; la consacrazione, il 28 ottobre 1926, da Papa Pio XI nella basilica di San Pietro in Vaticano, dei primi sei vescovi cinesi; la fondazione della prima congregazione religiosa cinese Congregatio Discipulorum Domini; e nel 1928, infine, Costantini tracciò la bozza dello Statuto dell'Azione cattolica cinese.

Questi luoghi, reali e simbolici, che segnano, al tempo stesso, il fulcro della sua missione ma anche uno stato dell'anima, si combinano insieme in unico amalgama quando Costantini ricopre, per quasi venti anni, dal 1935 al 1953, il ruolo di segretario della Congregazione di Propaganda Fide. Da più parti, è stata avanzata l'ipotesi che Celso Costantini sia stato, di fatto, un antesignano di Papa Giovanni XXIII e del concilio Vaticano II perché egli puntava — come si evince da uno scritto del 1939 — a internazionalizzare la Curia romana, a innovare la liturgia con l'adozione delle lingue correnti, a favorire il «decentramento» della potestà della Santa Sede, a migliorare i rapporti con i «protestanti» e a promuovere un «modello missionario» in tutto il popolo di Dio.

Già da queste poche note biografiche, che ho brevemente richiamato, scaturisce la statura di un personaggio capace di assumere responsabilità politico-ecclesiali di alto profilo, di essere un pastore tenace del proprio popolo e di riuscire a comprendere il mondo circostante, arrivando anche a elaborare una serie di indirizzi per il futuro della Chiesa.

Il volume, secondo le parole dello stesso Costantini, non rappresenta una storia della seconda guerra mondiale ma il racconto di alcuni «fatti di cronaca» visti secondo il particolare «angolo visuale di uno spettatore posto ai margini del conflitto e fuori da ogni partito» (p. 72) ma che, aggiungiamo, combina la dimensione regionale e quella sovra-nazionale, con un intreccio fra storia e memoria, memoria pubblica e memoria privata, estremamente singolare. Si tratta, infatti, di un angolo visuale specialissimo perché Costantini, da un lato, ricoprendo la carica di segretario di Propaganda Fide riesce ad avere il polso della dimensione internazionale del conflitto e, dall'altro lato, mantenendo un contatto con la sua terra d'origine e respirando il clima popolano di Roma — fondamentali si rilevano, a mio avviso, le annotazioni che ricavava dagli incontri casuali con i cittadini che incontrava sul tram o per strada — riesce ad avere una reale percezione delle grandi questioni che affliggevano la popolazione: la guerra, le difficili condizioni di vita e, solo in subordine, la politica.

In questo modo, da questo particolare scorcio prospettico, tutti i più importanti fatti storici, intorno e durante il secondo conflitto mondiale, vengono annotati e commentati da Costantini senza distinzioni e omissioni di sorta, combinando i grandi eventi internazionali con i fatti di storia nazionale, le preoccupazioni per i suoi familiari con i fatti di guerra che hanno scandito il tempo bellico.

Il risultato che scaturisce è, di fatto, una visione pluridimensionale che trova il suo centro a Roma ma che si dirama, appunto, in ogni direzione, dallo sbarco in Normandia a Murlis. Questa inestricabile connessione locale-nazionale-internazionale, combinata a un naturale realismo politico del prelato, a una fede abbeverata continuamente dalla preghiera e a un tenace spirito da combattente, quasi da condottiero, permette a Costantini di avere uno sguardo sulla realtà circostante che non è offuscata dalle veline giornalistiche del regime — che, d'altro canto, critica aspramente a più riprese — e non è neanche influenzata da una qualsivoglia amicizia politica, in declino o in ascesa che sia.

Anzi, i bersagli principali verso i quali Costantini muove le più dure e aspre critiche lungo tutte le pagine del suo diario, sono, oltre a Mussolini, il Parlamento, rappresentato come un muto e servile gregge di pecore, e poi la stampa.

Il 30 settembre 1938, il giorno in cui si conclude la conferenza di Monaco, che segnò il trionfo della politica dell' appeasement ma che, di fatto, salvando l'Europa da un conflitto immediato sancì e legittimò la politica estera tedesca di espansione, annotò nel suo diario, prima, alcune dure critiche a Mussolini per aver «piegato la testa» in silenzio sull' Anschluss e poi si scagliò, con parole ancora più caustiche, contro l'Assemblea legislativa: «Il Parlamento offrì uno spettacolo di abiezione coprendo di applausi il discorso del Duce» (p. 79). La stessa fermezza di giudizio venne ripetuta da Costantini durante la guerra. Il 4 dicembre 1942, ad esempio, scrive che se Mussolini «è il primo responsabile di aver portato l'Italia alla rovina» bisogna anche riconoscere che «quello che ha veramente portato al colmo del disgusto è stato lo spettacolo di abietta viltà della Camera, che non ha saputo fare altro che plaudire (...) I mercenari applaudono il loro padrone» (p. 237).

Nei confronti della stampa Costantini riserva un giudizio altrettanto duro sottolineandone l'arrendevolezza e «l'acquiescenza» nei confronti del regime (p. 85) che non solo «è immensamente triste e umiliante per l'Italia» ma si configura anche come «una sorta di omertà criminale». Il 30 settembre 1939, dopo aver appreso della sconfitta della Polonia, presa tra due fronti da Germania e Unione Sovietica, le parole sono ancora più amare: «La Germania e la Russia commettono un atto di brigantaggio in grande» e «la stampa tace», i giornali raccontano «i fatti come se si trattasse di episodi di cronaca». Il 12 ottobre 1941, la denuncia e l'amarezza vengono sostituite da un giudizio disgustato: «La stampa ha, tutta, una intonazione falsa. La lettura dei giornali fa nausea». Sembra salvarsi da questa valutazione solo «L'Osservatore Romano» che, di fatto, rimane la sua fonte giornalistica principale e che, come è confermato da un giudizio storico ampiamente condiviso, rappresentò in quegli anni l'unica fonte di giornalismo libero sul suolo della penisola.

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