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La guerra di frate Chiarello

· ​Rileggendo Salimbene dopo le parole del Papa in Paraguay ·

«Mai più guerra tra fratelli»: il monito pronunciato da Papa Francesco non appena giunto in Paraguay deve farci riflettere a fondo. La guerra, sempre tremenda, assume un volto maggiormente tragico quand’è fratricida, poiché le ferite tardano ancor più a rimarginarsi, in quanto gli avversari di ieri diventano i concittadini di domani e i ricordi, duri a morire, si riacutizzano a ogni passo con il rischio di provocare ulteriori lacerazioni e ferite. È storia ben nota, soprattutto in Italia, dove il fitto tessuto urbano ha prodotto frammentazioni e tensioni a non finire.

Giusto de’ Menabuoi, «Veduta di Padova» (xiv secolo)

Quell’autentica miniera che è la Cronaca di Salimbene de Adam da Parma mostra, infatti, con abbondanza di particolari, la politica virulenta delle città dell’Italia padana nel XIII secolo, che videro tra gli attori di primo piano anche grandi ecclesiastici e gli stessi frati Minori. Pienamente inseriti nel tessuto connettivo delle città, i frati dettero il loro contributo tanto all’instaurazione della pace quanto anche — ciò di cui meno si parla — alla conduzione della guerra.

Memorabili furono gli avvenimenti della riconquista di Padova da parte delle truppe papali. Filippo arcivescovo di Ravenna, succeduto nella legazia a Gregorio da Montelongo, giunto a Ravenna radunò gli abitanti della città e i fuorusciti da Padova di parte papale lì dimoranti e li arringò stando egli sulla porta principale del duomo di San Giorgio. Salimbene si trovava proprio lì, vicino all’arcivescovo. Filippo dichiarò solennemente che avrebbe riconquistato Padova e fatto rientrare i fuorusciti nella città: perciò invitava tutti a unirsi al suo esercito. Radunate le proprie forze, mosse contro Padova, a cui Ezzelino aveva posto a difesa millecinquecento cavalieri, tutti esperti nell’arte della guerra; la città, inoltre, era fortificata con una triplice cinta muraria e vi era acqua nei fossati, dentro e fuori. Ezzelino era così sicuro della tenuta della città, che si tratteneva altrove, intento all’assedio di Mantova.

Un frate laico dell’Ordine dei Minori, frate Chiarello — un padovano che Salimbene assicura di aver visto e conosciuto bene — si fece vessillifero dell’esercito: messosi in testa alle truppe, incontrato un contadino che portava tre cavalle gliene prese una con la forza e, salitovi sopra e presa in mano pertica, che brandiva come una lancia, cominciò a gridare per ogni dove: «Orsù, cavalieri di Cristo! Orsù, cavalieri del beato Pietro! Orsù, cavalieri del beato Antonio!». Frate Chiarello galvanizzò a tal punto l’esercito da tirarselo dietro. Si disposero dunque all’assedio della città.

Tra le truppe vi era un altro frate laico, sempre dell’Ordine dei Minori, il quale — ancora nel secolo — era stato al servizio di Ezzelino e per lui aveva costruito macchine da guerra, dimostrandosi un vero esperto nel settore. Il legato gli comandò, in virtù di obbedienza, che, toltosi l’abito religioso e indossato un abito bianco, costruisse una macchina che permettesse loro di espugnare la città, ciò che alla fine si concretizzò. E poiché la città fu presa nell’ottava della festa di sant’Antonio, Salimbene assicura che i padovani nel giorno dell’ottava facevano una festa ancora più grande che non nel giorno della festa stessa. I frati s’adoperarono molto anche nel sostenere e incentivare la pace, attraverso un’intensa attività diplomatica a favore della riconciliazione tra le parti. Nel 1265 fu stabilita una tregua di tre mesi tra i reggiani rimasti nella città e quelli che ne erano fuorusciti, dal 29 giugno al 29 settembre. La cosa fu resa possibile grazie all’opera di alcuni frati Predicatori e Minori. Salimbene ci tiene a precisare che da tale tregua trassero vantaggio entrambe le parti in causa.La Cronaca ci aiuta a comprendere la presenza e il ruolo giocato dai frati Minori nelle lotte cittadine del xiii secolo e nei tentativi di composizione tra le parti, attraverso una concreta azione diplomatica, che li vide spesso mediatori accorti e pazienti, ormai abilmente padroni di tutte quelle sottigliezze che a tale azione si rivelavano necessarie. Ma la Cronaca ci aiuta a comprendere pure i danni enormi causati dalle guerre fratricide, le inutili sofferenze, le stragi e i lutti senza fine che produssero. Perché se tutti traggono beneficio dalla pace, pochi soltanto (e a danno dei moltissimi) traggono lucro — non benefici — dalla guerra: quegli stessi che le guerre spesso fomentano, ai quali è da augurare che giungano a conoscere oggi Dio come padre, prima di doverlo incontrare domani come giudice.

di Felice Accrocca

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21 marzo 2019

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