Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La guerra della moneta

· Gli Stati Uniti preparano l'imposizione di dazi come risposta al deprezzamento dello yuan ·

La lenta e impercettibile guerra monetaria tra le superpotenze economiche entra in una nuova fase. Gli Stati Uniti stanno mettendo sotto pressione la Cina: ieri la Camera dei Rappresentanti del Congresso ha approvato con una larga maggioranza bipartisan (348 voti favorevoli, 79 contrari) un progetto di legge che autorizza l'Amministrazione a imporre sanzioni commerciali contro Paesi che mantengono intenzionalmente basso il valore della propria valuta. Questa misura — ha replicato oggi il ministero del commercio di Pechino — «viola le regole degli accordi mondiali sul commercio». Ieri lo yuan ha toccato un nuovo record sul dollaro, salendo a quota 6,6868, con un apprezzamento complessivo dell'1,6 per cento negli ultimi dodici giorni.

Nello specifico, la proposta permette al dipartimento del Commercio americano d'imporre dazi nel caso in cui venga provato, conformemente ai criteri dell'Organizzazione mondiale del commercio, che un Governo interviene sul proprio tasso di cambio contribuendo così a sovvenzionare le proprie esportazioni. Secondo gli analisti, l'approvazione del Senato è improbabile prima delle elezioni di mid-term. Secco il giudizio del presidente Obama, secondo il quale «lo yuan debole penalizza l'economia americana». L’economia — ha aggiunto il capo della Casa Bianca — «sta crescendo, ma non velocemente come vorremmo e questo perché ci sono molti venti contrari; tuttavia stiamo compiendo le scelte giuste».

Il voto della Camera è arrivato nonostante le rassicurazioni cinesi. Pechino si è impegnata a continuare «a perfezionare il meccanismo di formazione del tasso di cambio dello yuan — si legge in una nota della Banca centrale — basandosi sull’andamento della domanda e dell’offerta e aggiustando il suo valore in rapporto a un paniere di monete». La Banca centrale cinese ha inoltre precisato, respingendo le critiche americane, che dallo scorso giugno il tasso di cambio è «diventato più flessibile». Le misure, tuttavia, sono state giudicate da Washington troppo lente e insufficienti. La convinzione di molti esponenti del Congresso è che Pechino mantenga intenzionalmente svalutata la propria moneta per far crescere le esportazioni e garantire così una ripresa più veloce.

Varie le reazioni internazionali suscitate dalla misura del Congresso. In un periodo di crisi come quello attuale — ha denunciato il ministro delle Finanze brasiliano — si assiste a una corsa dei Governi a indebolire la propria valuta così da aumentare la competitività delle loro esportazioni. L'Fmi e la Banca mondiale stanno invece cercando di smorzare i toni: una «guerra dei cambi», a loro avviso, non è uno scenario realistico. Secondo le stime dell'Fmi, la moneta cinese è sottovalutata del 27 per cento. Tuttavia, secondo «The Wall Street Journal», le tensioni sui mercati valutari sono in aumento, così come i rischi di uno scontro commerciale a colpi di valute più deboli. I problemi sui mercati dei cambi saranno affrontati nei meeting d’autunno del Fondo e della Banca Mondiale. «Un aumento del protezionismo è un possibile rischio, ed è qualcosa che potrebbe venire alla ribalta dopo le elezioni americane», osserva Erin Browne, analista di Citigroup. «Negli Stati Uniti la tendenza protezionista è in ascesa, soprattutto se si parla di Cina, la cui valuta — aggiunge “The Wall Street Journal” — è considerata sottovalutata», e «questo significa che i beni che i cinesi vendono qui costano a loro circa il dieci per cento in meno, mentre quelli che noi vendiamo da loro circa il dieci per cento in più».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE