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La grandezza di un'arte sbagliata

· ​Henry Rousseau in mostra a Parigi ·

«Zingara addormentata» (1897)

Pochi pittori sono stati criticati con tanto astio come Henri Rousseau (1844-1910) cui veniva contestata l’incapacità di dare un senso plausibile alle sue tele, peraltro inficiate, a detta dei più caustici detrattori, da grossolani errori di verosimiglianza e prospettiva. L’acclamato critico d’arte statunitense, Thomas Craven, in una recensione al vetriolo sentenziava: «Rousseau non ha nulla da offrire all’intelligenza. La sua arte come sorgente di conoscenza è sterile. Egli ha il fascino di un violinista cieco che suoni dolcemente a orecchio, o di un vecchio sprovveduto che cerchi di imitare il garrito musicale di un bimbo». Tenta di rendere giustizia a un’arte che a quell’epoca molti definirono «sbagliata» e di cui pochi intuirono la carica rivoluzionaria, la mostra che il museo d’Orsay a Parigi dedica al pittore francese (fino al 17 luglio), noto anche come il «doganiere» (era infatti impiegato del dazio prima di dedicarsi completamente al pennello e alla tela). Attraverso più di quaranta dipinti — tra i quali Zingara addormentata (1897), L’incantatrice di serpenti (1907), Il pasto del leone (1907), Il calesse di papà Junier (1908), Giardini del Lussemburgo - Monumento a Chopin (1909), Il sogno (1910) — viene riproposto l’itinerario artistico di Rousseau, che aspirava a rappresentare la realtà coniugando la semplicità dei contenuti e la stilizzazione della forma. Un metodo che si veniva forgiando sull’onda della graduale decomposizione dell’impressionismo. Significativo, al riguardo, è l’uso della luce che fa l’artista, o meglio, il non uso: infatti la cancella, o quasi, dalle tele. E pensare che fino a qualche anno prima, proprio in virtù dell’imperversare dei pittori impressionisti, la luce aveva rivestito un ruolo dominante. Ma ciò non significa che le sue tele siano buie. Come ha osservato il giornalista e storico Giovanni Artieri, «nei quadri di Rousseau non esiste la luce, ma c’è sempre qualcosa capace di illuminare». E così le persone, gli oggetti, gli animali, le piante che popolano i suoi dipinti non aggettano ombre: la loro consistenza e il loro peso assumono, per questo motivo, una natura surreale.

Le critiche che venivano mosse all’artista erano dettate in realtà da un pregiudizio di fondo (ricorrente nella storia della pittura): il doganiere era reo di non aver seguito studi regolari all’Accademia delle Belle arti e di aver snobbato il consolidato protocollo di frequentare l’atelier di un pittore già affermato. Ecco allora l’accusa di essere un «autodidatta da strapazzo» cui sarà precluso l’accesso all’empireo della grande arte. Solo negli ultimi anni della sua vita il pittore francese avrà la soddisfazione, sebbene magra e dal sapore beffardo, di veder riconosciuti al suo modo di dipingere quei meriti in precedenza ingiustamente eclissati.
Gli addetti ai lavori cominciano infatti ad accorgersi, con colpevole ritardo, dei tratti rivoluzionari contenuti nei suoi quadri: inconfondibile è la sua cifra stilistica che si riassume in un assetto bidimensionale dove i personaggi sono trasformati in miti ed emblemi, e dove vengono spesso trascesi i confini razionali del tempo e dello spazio.
Come pure va sottolineato che la pittura di Rousseau rappresenta un’esperienza rilevante nella cultura figurativa dell’avanguardia francese. Pittore solo all’apparenza ingenuo e incolto, è invece partecipe dei fermenti innovativi della sua epoca: non a caso i primi apprezzamenti verranno da grandi personalità quali Guillaume Apollinaire, Odilon Redon, Paul Gauguin. Fino ad arrivare al convinto plauso di Pablo Picasso.
Una caratteristica della sua arte è data dal tratto malinconico con cui dipingeva i bambini e le bambine. Ma dietro a questa impostazione si agitava un motivo ben preciso: dei tanti figli che aveva avuto, solo una femmina era sopravvissuta. Gli altri erano morti in tenerissima età. Un dramma ravvisabile in alcune tele, contraddistinte da un’aura triste e dimessa e percorse da una spiritualità intesa come strumento catartico per superare le sofferenze terrene: quella spiritualità che Vasily Kandinsky sentì subito come affine alla sua, tanto da ammettere che senza i dipinti di Rousseau gran parte della sua arte non sarebbe stata la stessa.  

di Gabriele Nicolò

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18 giugno 2019

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