Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La grandezza di Cristo
nella piccolezza del servizio

· A due anni dalla morte di monsignor Antonio Neri ·

«Non preoccuparti: non ti si chiede nulla di straordinario. Si chiede soltanto che, ovunque tu vada, possa diffondere attorno a te il buon profumo di Cristo. Che ti lasci scavare l’anima dalle lacrime della gente; che ti impegni a vivere la vita come un dono e non come un peso; che esprima in mezzo alla gente una presenza gioiosa, audace, intelligente e propositiva». Questo il programma che monsignor Tonino Bello propose il 7 dicembre 1991 al diacono Antonio Neri, inginocchiato ai suoi piedi. Un programma semplice ma impegnativo che «il vescovo del grembiule» proponeva al più giovane magistrato d’Italia (aveva 22 anni), ricordandogli che un altro magistrato, Ambrogio di Milano, di cui quel giorno si celebrava la festa liturgica, si mise completamente a servizio della sua gente, al punto che non chiudeva la porta di casa «perché in qualsiasi ora del giorno e della notte i poveri potessero andare a trovarlo».

Antonio Neri non ebbe mai una casa da tenere aperta; così decise di tenere aperto il cuore e di mettere a disposizione di tutti le sorprendenti capacità intellettuali che aveva, come hanno testimoniato i suoi professori, i colleghi di studio, gli alunni della facoltà teologica di Lugano, quelli dello Studio interreligioso di Bari, nonché i prefetti che si sono succeduti nella guida della Congregazione per il clero, di cui è stato sotto-segretario per sei anni. Tutti hanno sottolineato l’entusiasmo con cui serviva e amava la Chiesa fondata su Cristo; il sorriso e la solarità del suo volto, uniti a una mente vivace e a una profonda testimonianza cristiana; l’insegnamento fatto con ordine, serietà e chiarezza, legato «all’arte della cortesia didattica»; l’impressionante facilità con cui nel dicastero vaticano risolveva anche i casi più difficili con la chiarezza di un sillogismo e con soddisfazione di tutti.

Questo era possibile perché, oltre alla competenza — «non ho trovato nessuno più esperto di lui», disse Lubomir Welnitz, officiale della Curia romana — monsignor Neri più che ai faldoni allineati sulla parete, guardava al crocifisso che teneva sulla scrivania, unendo una fede profonda a un’eccezionale spiritualità, alimentata da un rarissimo attaccamento alla Madonna e ai suoi santi prediletti: Pio da Pietrelcina, Alfonso Maria de’ Liguori, Faustina Kowalska, della quale donava agli amici le Lettere e il Diario.

Testimoni oculari ricordano la sua celebrazione eucaristica, evidenziando che «la sentiva con tale intensità che pareva consumarsi in essa», nonché la sua limpida devozione alla Vergine, teologicamente ben fondata ed esigita dal cristocentrismo, ma anche incantata e vissuta come una passione genuina, da vero bambino in braccio a sua madre, tanto da essere definito sacerdote mariano. «I lunghi corridoi della Congregazione — ha detto un testimone — erano per lui spazi privilegiati per i misteri del rosario o per seminare giaculatorie. La sua veste talare richiamava una frase di incomparabile bellezza della Sapienza: “Sulla sua veste lunga fino ai piedi vi era tutto il mondo”».

Studiava le questioni ecclesiali e pastorali con profondo acume giuridico e ne indicava le soluzioni sempre pregando. Riteneva il lavoro ministeriale un atto di fede che svolgeva con lo sguardo sempre rivolto in alto, dimostrando con la giocondità del sorriso e la serenità dell’animo, la perfetta armonia che c’era tra le incombenze quotidiane e lo spirito di preghiera; tra la fede e la vita vissuta. L’aveva detto durante un’intervista fattagli da questo giornale all’indomani della sua nomina a sotto-segretario: «Il posto che occupo totalizza il mio impegno poiché permette non solo di conoscere fin nelle pieghe più nascoste il lavoro del dicastero, ma anche di aiutare i sacerdoti, presenti nelle varie realtà culturali e sociali, a realizzare quanto di più vero e autentico il cuore umano possa desiderare: l’incontro con Cristo Salvatore». Quello che lui aveva già sperimentato, memore che la grandezza di Cristo è nascosta nella piccolezza e nella serena umiltà del servizio senza ombre di carrierismo.

La Chiesa, per monsignor Neri, non era una cisterna affondata nella terra, ma una sorgente che accompagna la marcia del popolo di Dio arricchendosi di germinazioni invisibili; anzi, che si spinge più avanti, in anticipo sulla ricerca dell’umanità in cammino. Lui, «servo a tempo pieno», l’ha splendidamente accompagnata con una presenza gioiosa, perspicace e creativa fino al 5 giugno 2017, giorno del suo incontro definitivo con Dio, dopo un anno e mezzo di sofferenza accettata e offerta in unione con il sacrificio di Cristo crocifisso e un gran desiderio — lo disse poco prima di morire, avendo la certezza della sua presenza — «di ricevere un bacio dalla Madonna». Che non può averglielo negato.

di Egidio Picucci

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE