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La grande lezione di Václav Havel

· A un mese dalla morte del primo presidente della Repubblica Ceca ·

È stato un maestro della riflessione sulla trascendenza, l’essere, l’io, il destino umano

A un mese di distanza dalla morte di Václav Havel (18 dicembre), risulta sempre più difficile scrivere qualcosa di valido su di lui, che pur è stato uno dei protagonisti mondiali dell’avventura dello spirito umano e dell’azione politica nel secolo scorso. Ma la sua opera è stata la sua vita. L’aveva annotato lui stesso, alla fine della lettera 136, inviata dal carcere alla moglie Olga, il 10 luglio 1982: «sempre più mi manca lo scrivere, e nel profondo dell’anima sono convinto che scriverò unicamente l’opera della mia vita» — Bologna, Centro Studi Europa orientale, 1983; purtroppo la citazione è omessa sia nell’edizione originale (Praga 1992), sia in quella italiana (Treviso, Santi Quaranta, 2010).

Havel è stato un grande maestro della riflessione dell’uomo moderno sui grandi problemi della trascendenza, dell’essere, dell’io, del destino umano. Il suo pensiero è stato attratto ininterrottamente dalle risposte a questi interrogativi. Risposte che, alla fine, portano al confronto con Dio. Le Lettere a Olga , ma anche tutte le altre opere, tra cui i drammi teatrali, Il potere dei senza potere , Interrogatorio a distanza , Un uomo al castello , sono una miniera di riflessioni filosofiche ed esistenziali, che sfociano nella domanda ultima su Dio, sul cristianesimo, sulla religione. Tutto forse filtrato attraverso un’inquietudine spesso solcata da aporie e contraddizioni, ma sincera nella propria ricerca accanita e incontentabile.

Le citazioni sarebbero infinite, e vi è solo l’imbarazzo della scelta. Riporto solo qualcuna delle più significative: «noi non conosciamo la strada per uscire dal marasma del mondo e peccheremmo di imperdonabile arroganza se pensassimo di scorgere una sostanziale via d’uscita in quel poco che facciamo e se proponessimo a chiunque noi stessi, la nostra società e le nostre soluzioni come esempio di ciò che unicamente ha senso fare» ( Il potere dei senza potere , 22, 1978). «La prospettiva della “rivoluzione esistenziale” è (...) soprattutto prospettiva di una ricostituzione morale della società, cioè di un rinnovamento radicale del rapporto autentico dell’uomo con quello che ho chiamato “ordine umano” (e che non può essere sostituito da nessun ordine politico). Una nuova esperienza dell’essere; una riassunzione della “responsabilità” suprema; il ritrovato rapporto interiore con l’altro uomo e con la comunità umana — ecco la direzione in cui procederà» ( Ibidem , 21). «Con l’umanità viene alla luce qualcosa di essenzialmente nuovo e ultimamente irriducibile a tutte le altre cose (...) qualcosa che è, ma, in un certo senso, “diversamente”, nei confronti di tutto e di se stesso. Un essere che si pone l’essere come domanda, un essere in questione, un essere al di fuori dell’essere, posto a faccia a faccia con se stesso. Viene alla luce il miracolo del soggetto. Il mistero dell’io. La coscienza di se stesso. La coscienza del mondo. Prodigio di libertà e responsabilità. L’uomo, essere che si chiede chi è, donde viene e dove va. L’uomo, colui che è e al tempo stesso sa di essere, che da un lato non comprende appieno il suo essere, dall’altro non può non desiderare di comprenderlo. Il soggetto come centro della trasformazione dell’essere nel mondo» ( Lettere a Olga , 129, 22 maggio 1982). «La caduta nell’esistenza è l’infrazione dell’equilibrio delle intenzioni fondamentali della vita (...) Il mondo di questa caduta sorge dalla crisi del soggetto in quanto soggetto: è espressione della crisi della responsabilità dell’uomo e al tempo stesso l’approfondisce. La caduta nell’esistenza è dunque caduta in un circolo vizioso (...) Come interromperlo? Esiste a quanto pare un solo modo: un capovolgimento radicale verso l’essere». ( Ibidem , 136, 10 luglio 1982).

A questa indagine rigorosa e impietosa della perdita del senso dell’essere e della necessità di ricuperarla, Havel vede una sola risposta. Si è detto talvolta che egli non è stato un credente cristiano, ma un agnostico. È un’interpretazione molto riduttiva, se non falsa. Per chi conosca gli scritti di Havel, la sua sola, nostalgica risposta sta nella ricerca di un senso superiore, con un’aspirazione a Dio e a Cristo: «l’esperienza storica ci insegna che un punto di partenza realmente significativo per l’uomo è generalmente quello che porta in sé l’elemento dell’universalità, che non è quindi un punto di partenza parziale, accessibile solo a una comunità delimitata in un modo o nell’altro, e impraticabile da altre, ma che è invece un punto di partenza per chiunque; prefigurazione della soluzione generale: e che quindi non è solo espressione di una responsabilità dell’uomo verso di sé e per sé, ma sempre, per sua essenza, responsabilità verso il mondo e per il mondo (...) Patočka [filosofo cecoslovacco cattolico, morto in seguito alle angherie subìte dal regime] diceva che quello che è più stimolante nella responsabilità è che la portiamo con noi ovunque. Questo vuol dire che abbiamo e dobbiamo assumerla qui, ora, in questo spazio e in questo tempo in cui il Signore Dio ci ha posto e non possiamo infischiarcene dirigendo la rotta altrove» ( Il potere dei senza potere , 18). «L’uomo è veramente inchiodato — come Cristo in croce — nell’incrocio dei suoi paradossi: teso fra l’orizzontalità del mondo e la verticalità dell’essere, strappato dalla disperazione dell’esistenza da una parte e dall’irraggiungibilità dell’assoluto dall’altra, oscilla fra il tormento del non conoscere la propria missione e la gioia per il suo adempimento, fra il nulla e la pienezza di senso. E, come Cristo, trionfa prima di tutto nelle sue sconfitte: nella visione dell’assurdità trova nuovamente il senso, nel suo fallimento riscopre la responsabilità, nella sconfitta di una prigionia trionfa per lo meno su se stesso (in quanto oggetto delle lusinghe dell’esistenza), con la morte (ultima e suprema sconfitta) trionfa definitivamente sulla propria contraddittorietà: concludendo per sempre il suo tragitto nella “memoria dell’essere” torna solo allora, senza rinunciare in nulla alla propria diversità, nel grembo dell’essere integrale» ( A Olga , 144, 4 settembre 1982).

E bisognerebbe citare la lunga pagina dell’Appendice di Interrogatorio a distanza , col discorso da lui pronunciato per il Premio della pace, conferitogli nel 1989 dai librai tedeschi, dove, a conclusione, egli ricorda il prologo giovanneo «All’inizio di tutto è la parola» per lamentare che, potendo una stessa parola essere una volta umile e una volta superba, l’orgoglio dell’uomo «come possessore della ragione» abbia svilito il valore della parola: e Havel dà di tale trasgressione una sintesi magistrale, in un passo da antologia; egli esorta a «combattere tutti insieme contro le parole superbe», e così conclude: «È chiaro che questo non è assolutamente compito della sola linguistica. Come appello alla responsabilità per la parola e verso la parola è un compito essenzialmente morale. In quanto tale, poi, non è all’orizzonte del mondo quale noi lo possiamo scorgere, ma in qualche parte là dove dimora quel Verbo che fu all’origine di tutto e che non è la parola dell’uomo» (Milano, Garzanti, 1990, p. 220).

Queste citazioni, tratte dalle sue opere filosofiche più importanti, potranno far credere che la personalità di Havel fosse chiusa in una sorta di solipsismo astratto e disinteressato per il lato attivo della vita, mentre invece egli fu tutto il contrario: sereno, aperto, cordiale, ironico, di fine sensibilità e di vasti interessi per tutto quanto gli stava attorno. Nel suo Un uomo al castello , del 2006, lo si vede quotidianamente impegnato, anche nei suoi rapidi viaggi negli Stati Uniti, in una congerie di cose pratiche, di attenzioni alle necessità della sua vita di Presidente, dagli incontri con i Capi di Stato, alle scadenze del suo lavoro diplomatico, alla preparazione di conferenze nei vari Paesi in cui era invitato, fino alle cure della casa, del giardino, della villa presidenziale estiva.

Personalmente, ho ricordi indimenticabili dei miei incontri con lui, e delle sue conversazioni, fin dalla prima — all’inizio ufficiale della mia missione nel settembre 1990 — quando sottolineò con un compiaciuto sorriso che in quello stesso giorno partiva il mio predecessore decano del Corpo diplomatico, rappresentante della Germania comunista: nel quarantennio del regime, la successione dei decani era combinata in modo da avere solo quelli provenienti da Paesi comunisti di Europa e Asia, cosa che infastidiva fortemente gli altri ambasciatori.

I miei rapporti con Havel si accentuarono quando diede le dimissioni da presidente della Cecoslovacchia, volute dal premier slovacco. Per decisione del protocollo, toccò al decano del Corpo diplomatico rispondere al discorso di Havel, nei giardini del Castello di Praga, il 20 luglio 1992. In quell’occasione, dopo averlo ringraziato a nome di tutti, rilevai che si stava voltando una grande pagina della storia del Paese: il cardinale Tomášek stava morendo, il presidente lasciava, i tempi in cui il protagonista del suo Largo desolato fissava atterrito la porta di casa a ogni scampanellata, erano finiti; l’epoca eroica del coraggio, della lotta, della sopportazione era passata, cominciava un tempo nuovo, che esigeva non minore coraggio per affrontare i nuovi problemi della società.

Il presidente seguiva le mie parole con crescente attenzione: e da allora scoccò una scintilla di simpatia, che non si spense più. Quando avevo occasione di incontrarlo, mi parlava con estrema ammirazione di Giovanni Paolo II (dal canto suo, il Papa si interessava sempre vivamente della salute del presidente Havel); fu sempre molto aperto e cordiale, fino alla sua ultima visita di Stato in Italia e in Vaticano, quando gli parlai a lungo in aeroporto. Sono ricordi personali, ma che possono contribuire a comprendere meglio la ricca e vivace personalità del presidente Havel.

Sì, la sua morte è stata l’opera conclusiva, il capolavoro di tutta la sua vita. È stata l’ultima irradiazione di un’esistenza tutta spesa per il bene della Nazione, in una esigente e continua riflessione sulla responsabilità morale del suo compito di statista, di politico, di poeta e letterato, di altissima statura spirituale e umana. Quella luce rimane. E Havel aveva in certo modo intuito che il suo distacco dal mondo avrebbe continuato a illuminare, anche oltre la morte: «L’essere racchiuso in me e l’essere racchiuso nel mondo — scrive in Lettere a Olga (133, 19 giugno 1982) — possono tendersi la mano in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo e in qualsiasi modo (...) La rarità e l’incalcolabilità di questi momenti contribuisce a creare la loro importanza: è l’importanza di essere “isole di senso” nell’oceano del nostro faticare, l’importanza di essere lumi la cui luce giunge alle tenebre del viaggio della nostra vita, ad illuminarla, in tutta la molteplicità del suo tendere».

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