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La grande invenzione

· Il romanzo ·

Certo non c’è dubbio: si tratta dell’autobiografia di un grande regista, che è stato anche un musicista jazz, che quindi attraversa la storia dello spettacolo italiano. Ma leggendo La grande invenzione di Pupi Avati (Rizzoli, 2013) scopriamo soprattutto che è la storia di sua madre, da quando lei, insignificante impiegata che arriva dalla campagna, riesce a sposare il bel figlio del padrone — che però è caduto in rovina — fino alla morte, sopravvenuta a Roma, con i figli accanto. Anzi, anche dopo, quando parla della sua tomba. Una madre solare, innamorata dei figli e per questo anche un po’ troppo presente nella loro vita, che è capace di trasferirsi a Roma, con il progetto di gestire una pensione, per aprire la strada alla vocazione cinematografica di Pupi, per avviarlo a una carriera che al momento è solo sognata. È una madre, vedova giovane, che sa vivere i sogni dei figli, incoraggiandoli e accompagnandoli con le sue preghiere. Perché questa madre generosa ha saputo trasmettere ai figli una fede viva, forte, tenace anche in un mondo, quale quello del cinema, poco disposto ad accettare la morale cattolica. ( @LuceScaraffia )

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08 dicembre 2019

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